martedì 6 febbraio 2007

Opus Dei (racconto)

Non basta che hai 46 anni e ogni giorno che passa hai sempre più paura di guardarti allo specchio e di scoprire l’ennesima ruga, e se non la vedi pensi che la ruga c’è, sei tu che non la vedi perché ormai non ci vedi neanche più, come ogni volta che ti duole un dente, pensi: è andato, adesso mi dovrò far togliere anche questo … e quindi, vorresti startene in pace, vorresti poter dire: ho già dato, e startene a casa tranquilla a piangere la bellezza perduta e gli uomini mai avuti e che ora, veramente, non avrai mai più … non basta: ti tocca pure, un giorno di ottobre – perché, per tua sfortuna, non lavori e quindi non hai nulla da fare – sentirti chiedere dalla più giovane delle tue figlie, quella che ha quasi quindici anni, di accompagnarla a fare il test attitudinale di giapponese.
Eh sì, perché lei non solo è innamorata di un famoso calciatore giapponese, quello che prima giocava nella Roma e ora gioca nel Parma e segna sempre contro la Juve, ma vuole anche, da grande, diventare disegnatrice di manga, i fumetti giapponesi. In realtà, tu hai cercato di dimenticartene, di quest inopinata richiesta. Lei te l’ha chiesto, tu hai detto di sì, che la saresti andata a prendere a scuola l’indomani all’uscita, e poi te ne sei dimenticata. Per autodifesa. Ed è quasi l’una, hai fame, già ti pregusti un bello spaghetto alla carbonara che ti accingi a cucinarti … Allora lei, che uscendo da scuola non ti vede, capisce al volo, ti chiama col maledetto cellulare e ti dice sta arrivando a casa, devi farti trovare pronta, che non c’è tempo, l’esame è alle 14. Tocca arrivare fino a Via Gramsci, da Prati. Tu pensi che non è un gran problema, basta andare a prendere il tram a Piazza Risorgimento, calcolando la strada da fare a piedi, il tempo dovrebbe bastare. Arraffi qualche pacchetto di Pavesini e ti precipiti fuori, con tua figlia che corre trascinandotisi appresso come il padrone del cane delle barzellette, e arrivi a Piazza Risorgimento.
Qui, vedi la piazza pullulare di pellegrini arrivati soprattutto dalla Spagna per la santificazione di un nuovo Santo, ti fiondi alla fermata del 19 e leggi un bel cartello che dice che, fino alle 15, il capolinea è spostato a Piazzale Flaminio. “Per favore, servirsi della metro”. OK, ti dirigi verso la fermata della metro di Via Ottaviano, e insieme a te un’orda di pellegrini si avvia nella stessa direzione. Scendi giù, fai la fila per comperare altri biglietti perché li hai quasi finiti, e poi aspetti la metro. Intorno a te, un pullulare di pellegrini e tu non capisci perché stiano facendo il tuo stesso percorso, se per caso, dato che passavano per Roma, non si siano tutti iscritti all’esame attitudinale per il corso di giapponese. Come Dio vuole, arriva la metropolitana, due fermate e poi via, a prendere il 19.
Esci su Piazzale Flaminio, il 19 è lì ma non parte prima di venti minuti. E’ troppo, non c’è tempo. Guardi intorno se per caso c’è un taxi libero, ma neanche a parlarne. Con tua figlia – di solito pigrissima - che continua a trascinartisi dietro come il padrone del cane delle barzellette, cominci a correre lungo la Via Flaminia, finché un tassinaro intelligente capisce al volo che sei disperata, ti si ferma alle spalle e tu sali, chiedendo se con i pochi euro che hai in tasca, è in grado di portarti fino a Via Gramsci. Lui dice di sì e rimane lì, assolutamente fermo nell’ingorgo. Tu non ti spieghi perché diavolo ci sia un ingorgo a Via Flaminia a quell’ora. Fai un tentativo di conversazione con tua figlia, per distrarla dici: “Oggi l’unico modo per essere sicuri di arrivare era che ci fosse stato tuo padre con la moto. Ma lui, quando serve, non c’è mai …”. “Infatti!” risponde acidissima lei, e tu eviti di dire altro, per non dare cattivi esempi.
Passa il tempo, il tassametro corre, si arriva al semaforo che permette di svoltare su Piazzale delle Belle Arti, e lì capisci dove tutti i 300 mila pellegrini partiti da Piazza San Pietro alla fine della messa si stiano dirigendo. Sono diretti alla chiesa di Sant’Eugenio, perché lì riposano le spoglie del nuovo Santo.
Ti chiedi come sia possibile fissare un esame alle 14 a Roma (giusto i giapponesi non sapevano che quel giorno sarebbe stato onorato Sant’Escrivà) e però, ora, sei sicura di arrivare in tempo, perché Viale Bruno Buozzi è libero. Fai fermare il taxi, lo paghi (pensavi decisamente peggio, dall’avvento dell’Euro giravano voci suoi prezzi dei taxi da far tremare) e ti avvii con tua figlia, che è riuscita a non scoppiare in lacrime e a non farsi venire una crisi isterica, verso il cancello dell’istituto di cultura italo-giapponese. Come Dio vuole, tua figlia entra: chiedi quanto ti toccherà aspettare prima di rivederla e ti dicono: “Tre ore, ma forse anche due: alle 16 probabilmente, sarà tutto finito”. Allora tu ti dirigi verso un bar, un negozio aperto. Sali verso Viale Parioli.
E arrivi a Piazza Ungheria, vorresti entrare in una farmacia a comperare un paio di occhiali da presbite da tenere sempre in borsa (perché oramai hai capito che la presbiopia non è reversibile e tu non ci vedi proprio più senza occhiali, meglio rassegnarsi), però non hai più soldi. Trovi un bancomat, e fai il tuo bel prelievo. E il bancomat ti mangia la tessera, la inghiotte, la ingoia, la fa sparire, non te le ridà più. Tu non sai che fare: se ti allontani, e nel momento in cui ti allontani quella sputa fuori il bancomat con i soldi? Che succede, qualche passante se li prende? Per fortuna, la banca è aperta, entri e dici: il bancomat mi ha mangiato la tessera. L’impiegato va ad armeggiare con la macchina e poi ti dice “Sa, non sappiamo perché la sua banca le ha ritirato la tessera, però abbiamo una convenzione tra banche ... insomma io non gliela posso ridare … deve farmi arrivare un fax dalla sua banca … trattengo la tessera fino a domani, poi la devo mandare via, le ci vorrà del tempo per riaverla…”.
Accidenti, questa non ci voleva, pensi. Poi, ti ricordi, ovviamente, il motivo per cui hai aperto un conto nella tua banca, in quella e non in un’altra: perché in quella banca ci lavora tua cugina, e la famiglia è l’unica istituzione che funziona, in Italia. Tua cugina miracolosamente è a Roma e non a Sahr am el Sheik né a Nairobi (non ha figli, lei): ti risponde subito al cellulare. Spieghi l’accaduto, dai il numero di fax e il nome dell’impiegato alla cui attenzione la tua banca deve mandare il fax … il tempo di scroccare (visto che non ci sono tabaccai aperti nei paraggi) una sigaretta a un signore uscito dalla banca per fumare e di raccontargli la tua disavventura, che tua cugina di richiama sul cellulare e ti dice “Rientra in banca, è arrivato il fax”. Tu ringrazi, rientri e fai un po’ di anticamera mentre l’impiegato, che oramai deve pensare che sei chissà chi, se sei riuscita a smuovere la tua banca a quella velocità, è molto più rilassato.
Tu ti senti incoraggiata, e fai la spiritosa: “Deve essere stata la mia banca che mi ha voluta punire perché invece di andare a fare il prelievo da loro, a 100 metri da qui, l’ho fatto da voi. Deve essere una nuova forma di fidelizzazione del cliente “. L’impiegato sorride, ti restituisce la tessera, e tu chiedi “Ma il prelievo è avvenuto?”. “No – risponde lui, gentile - se la banca l’ha bloccato, vuol dire che non è avvenuto”. “Allora posso tentare un nuovo prelievo “ azzardi tu, e chiedi “Lei che mi consiglia?” e lui, con uno sguardo che ti fa pensare che ti puoi pure permettere qualche altra ruga, risponde: “Faccia il prelievo, signora. Se il bancomat le trattiene la tessera, questa volta glielo ridò io senza bisogno del fax!”.
Esci, fai il prelievo, va tutto bene, lo comunichi al signore a cui hai scroccato la sigaretta qualche minuto prima e che nel frattempo è uscito a fumarsene un’altra, e ti dirigi verso Viale Bruno Buozzi, a riprenderti tua figlia che già immagini furente per il tuo ritardo, pensando tra te: Dio, come è possibile che una persona totalmente inadatta alla vita abbia avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli, senza pensare che quelli, un giorno, avrebbero deciso di sostenere un test di giapponese il giorno in cui venina santificato Escrivà de Balaguèrre? Così, distratta dai tuoi pensieri sbagli strada, imbocchi una via che ti fa fare un giro molto più lungo. Intanto lo stomaco inizia a borbottare e i tuoi occhi visualizzano un hot dog e le tue narici sentono odore di hot dog, e tu pensi che sarebbe molto più pratico avere voglia di un tramezzino: ma non c’è neanche un bar lungo il percorso, e tu prosegui per la tua strada. Alla fine arrivi e trovi tua figlia intenta a chiacchierare con gli altri reduci del test. Viene via con te subito perché deve ancora fare i compiti, ma ti sgrida: sei arrivata troppo presto, stavo giusto iniziando a discutere di fumetti. Insegui con lei il 628 che dovrebbe riportarti a Piazza Cavour, ma non arrivi in tempo e quello se ne va. Aspetti il successivo, ne arrivano due insieme. Intanto ha iniziato a piovere, e sei senza ombrello. Sali sull’autobus, quando sei quasi alla fine del percorso ti rendi conto che, per la prima volta in vita tua, hai tardato a obliterare il biglietto. Lo obliteri, leggi i numeri sul display della macchinetta, ti appunti tutto e dici: questi me li gioco al Lotto. E quindi scendi a Piazza Cavour, davanti a un cinema che di solito vende hot dog. Ti fiondi dentro, chiedi se si possono mangiare gli hot dog anche quando non si va al cinema. Il barista ride e dice che si, normalmente si può, solo che, per quel giorno, gli hot dog sono finiti e se ne riparla l’indomani. Oramai è una questione di principio: mandi tua figlia a casa prosegui per la macelleria, per comprarti gli hot dog. Con l’agognato cibo nella busta, finalmente capisci che ti stai dirigendo verso casa senza ulteriori imprevisti. Per oggi basta: e domani, si resta tappati in casa.

Denti (racconto)

Non faceva che pensare ai suoi denti. Erano lì da sempre (più o meno) e non ci aveva mai badato più di tanto e invece, adesso, li sfiorava e li risfiorava con la punta della lingua, li passava in rassegna uno ad uno continuamente, cercando di analizzare fin nel minimo dettaglio la sensazione che provava per il semplice fatto di averli in bocca. Quando era bambina - passata la paura che i denti da latte caduti non ricrescessero e che la finestrella davanti non si chiudesse mai, passata l’euforia per i soldini portati di notte dal topolino in cambio del dentino caduto messo a mollo nel bicchiere - era soprattutto suo padre a occuparsi dei suoi denti. Era ossessionato dal desiderio che avesse una dentatura perfetta. Aveva portato l’apparecchio fisso, l’aveva portato per anni.
Quasi ogni settimana, andava, col suo papà, dal dentista, in un grande e silenzioso appartamento dei Parioli. Il suo dentista di allora – di cui aveva ricordato il nome fino a qualche anno prima, ma poi l’aveva irrimediabilmente dimenticato – era anziano e taciturno. Solo una volta il suo papà era riuscito a strappargli un laconico commento sul fatto che era necessario estrarre tutti i denti da latte rimasti prima di procedere alla sistemazione perpetua della dentatura definitiva. I denti erano stati estratti, ma nulla era stato meno definitivo della sua dentatura definitiva.
Il lavoro del dentista, i soldi spesi dal suo papà (sapeva anche esattamente quanto avesse speso, perché una volta, mostrando con orgoglio la sua momentaneamente definitiva dentatura perfetta a un suo amico dottore, lui l’aveva detto; aveva detto: “Mi è costata un milione”, che a quel tempo erano un sacco di soldi) sono stati poi vanificai dalla pressione dei denti del giudizio i quali, non avendo posto per affiorare ma dovendo affiorare ugualmente, avevano prodotto un vero e proprio sconquasso.
Il molare del giudizio in alto a destra, per farsi posto, aveva fatto ruotare di alcuni gradi un incisivo. Quello in alto a sinistra, invece di spingere verso il basso, si era incuneato tra l’osso mascellare e il molare accanto e spingeva in orizzontale, provocandole continue nevralgie. Ma lo sconquasso maggiore lo aveva prodotto il fatto che serrava le mascelle. C’era un tempo in cui viveva in Norvegia e aveva sempre mal di testa e il medico, che aveva capito che si trattava di cefalea censiva, l’aveva mandata dalla fisioterapista. Ricordava ancora, dopo anni, l’espressione di quella donna buonissima, autenticamente preoccupata per lei, che cercava di spigarle, in una lingua straniera, che doveva rilasciare, mollare la mandibola e aprire la bocca, e lei non riusciva a farlo. No way. Era come se avesse paura che dalla sua bocca aperta potesse entrare (o uscire) qualche cosa senza il suo consenso. Dio solo sa cosa.
Teneva sempre le mascelle più o meno serrate, ma progressivamente, durante la notte, il suo serrare i denti si era fatto un vero e proprio digrignare. Di notte i suoi denti facevano rumore.
Il suo dentista di adesso (che era il suo, non è quello dove la portava suo padre, né quello di famiglia: era proprio il dentista suo, scelto da lei dopo attenta riflessione) le aveva detto che i suoi denti erano tutti consumati da questo continuo digrignare. E le gengive ne erano continuamente stressate.
Così, quando il suo papà stava morendo le erano venuti due focolai d’infezione, due ascessi che avevano portato, mal curati (ma non poteva curarli, non aveva tempo, il suo papà stava morendo), alla perdita di due denti.
Uno dei due focolai, dopo l’estrazione del dente (che aveva conservato, ce l’aveva nel cassetto del comodino) era completamente guarito e al posto del dente estratto ne era spuntato un altro.
L’altro focolaio, invece, non ci pensa per niente a guarire.
E le fa sempre male, la gengiva è sempre gonfia e irritata, masticare è una tortura, non è più un movimento automatico, come respirare o camminare. E’ un pungolo continuo. Così una sera, a casa sua, in compagnia di amici, mentre mangiava le noccioline prendendo l’aperitivo, aveva sentito i denti battere e poi sfregare gli uni contro gli altri. E le aveva fatto male.
E la notte aveva sognato che il dente vicino all’ascesso non era più integro, ma era scavato e rimaneva, di lui, soltanto la parte esterna, lo smalto duro e sottile. Passandoci sopra la lingua, nel sogno, aveva avuto la sensazione di sentire qualcosa che, in miniatura, ricordava il Colosseo, o una casa sventrata dai bombardamenti.
Insomma, il suo dentista che era un vecchio amico, non l’aveva visto per più di vent’anni. E poi, dall’inizio di quell’ascesso irriducibile, aveva finito per vederlo almeno una volta al mese. Quella era una delle tante volte in cui si era dovuta sedere e aveva dovuto spalancare la bocca. Dentro c’era di tutto: l’aspiratore per il sangue e la saliva, il trapano che stava bucando per l’ennesima volta lo stesso dente per farne uscire i prodotti dell’infiammazione gengivale, lo specchietto ritorto con cui il dentista seguiva la trapanatura del suo incisivo superiore che, vittima di periodiche pulpiti, era oramai completamente storto. Vedeva armeggiare ma non sentiva dolore; il dentista, poco prima, con iniezioni sapienti quanto dolorose, le aveva anestetizzato l’anestetizzabile.
Nello studio arredato con mobilia professionale degli anni cinquanta e il pavimento di marmo composito color mortadella, il dentista, un uomo non alto, magro, dai capelli neri, la barba incolta nera e gli occhi più neri del nero, dallo sguardo che, a volte faceva l’effetto dei raggi X a volte quello di un raggio laser, armeggiava per l’ennesima volta nella sua bocca. A lei sembrava che si trattenesse a stento dallo sbuffare.
Eppure la accoglieva sempre con un saluto caloroso, cui seguiva un sospiro di rassegnazione: lei portava guai, da sempre. E sapeva che non se la sarebbe levata dai piedi facilmente, perché, dopo aver messo alla prova vari dentisti, alla fine, aveva scelto lui, perché era uno che accettava le sfide. Lui era un duro che gliele aveva sempre cantate chiare, a Cora, non si era mai fatto incantare né dalle sue moine né dalla sua spacconaggine. Le aveva sempre detto quello che pensava, era stato severo, maledettamente severo, e assente, discreto, lontanissimo e vicinissimo, in un modo che apparteneva soltanto a lui. Ma i suoi denti non riusciva a guarirli, erano più forti di qualunque cura. Alla fine glieli aveva dovuti togliere. L’avrebbe mandata volentieri all’ospedale, ma lei aveva detto: non ho tempo per i ricoveri, ho la casa piena di gente, non li posso laciare. E lui glieli aveva tolti in ambulatorio, i denti, ma era stato un massacro, aveva preso un rischio terribile, si era preso una paura del diavolo, e infatti poi glielo aveva detto, con aria seria, solenne: “Giusto perché si trattava di te, non l’avrei fatto per nessun altro”. Al muro erano appesi alla rinfusa i vari diplomi del dottore - accumulati in anni in cui aveva fatto solo quello: aveva fatto il liceo per dentisti, si era laureato in odontoiatria e poi aveva fatto il dentista, per poi dire che “era stato un caso” -, inframmezzati da manifesti di pubblicità di prodotti dentali, le foto dei suoi figli e un disegno dedicatogli dalla figlia piccola che ritraeva una coccinella gigante. Il dottore e la sua giovane assistente, una ragazza semplice e buona che tentava di darsi un’aria da maliarda con i tacchi alti e il trucco pesante, erano impegnati in una delle solite discussioni animate con cui tentavano di distrarre i pazienti perché non pensassero troppo ai loro denti infami.
Quella sera fu l’assistente a iniziare: “Sa dottore, ieri a Sandro gli ho fatto un abbacchio a scottadito che si è leccato i baffi … cioè, non è che Sandro ha i baffi … insomma, era buonissimo e anche mio figlio, che ha quattro anni, è impazzito per le patate … le ha mangiate quasi tutte lui”. “Mmm - aveva risposto il dottore - immagino che le tue quotazioni di moglie e madre siano immediatamente salite…”.”La sento leggermente sarcastico! - aveva ribattuto la giovane donna - Io penso che il cibo sia una forma di amore…”.”Ci sono cose più importanti”, aveva cercato di tagliare corto il dottore. “Ma che dice dottore! Vuole mettere cosa significa stare tutto il giorno a pensare a cosa si cucinerà la sera tornando a casa, progettare nella mente tutti quei pranzetti deliziosi … decidere se si vogliono riproporre i piatti preferiti, o sorprendere con ricette nuove, magari copiate dai giornali … e poi andare a fere la spesa nei posti giusti, che appunto, si scoprono con l’esperienza: perché magari, al mercato, i carciofi sono buoni, ma i pomodori fanno schifo; e allora uno i pomodori li va a compare da qualche altra parte … e magari, il pane sotto casa fa schifo, e allora uno va cercare il pane buono solo per la soddisfazione di sentirsi dire ‘buono, ‘sto pane’…” . “Ci sono cose più importanti” aveva ripetuto, granitico, il dottore.

Se non avesse avuto tutta quella ferraglia in bocca, se avesse potuto parlare, avrebbe detto a quella giovane donna che seguiva tanto alla lettera l’abitudine storica di prender gli uomini per la gola, che anche lei, un tempo, la pensava così.
Aveva conosciuto il marito a poco più di vent’anni e aveva visto cosa gli propinava la madre per cena: minestrina in brodo, wurstel della peggiore marca, purea in busta. Tutte le sere. Tutte le sere che aveva fatto Dio. Uno schifo, una merda. Ma poveraccia: era depressa, aveva sposato un genio, un fanciullone inguaribile che pensava solo ai suoi libri e al successo. E i figli ci andavano di mezzo: trangugiavano in silenzio rassegnato quella mondezza e per giunta, quando avevano finito, dovevano alzarsi da tavola ringraziando, deferenti, per l’ottimo pasto. Il più piccolo, ogni tanto, faceva cadere per terra il piatto della minestra, che si spargeva sul pavimento. La madre si faceva prendere da un attacco isterico e andava a chiudersi in camera sua, e gli altri due figli dovevano raccattare la minestrina dal pavimento, pulire e consolare il piccolo, che, umiliato, rammaricato, a quel punto restava pure senza cena.
Quindi, Cora, quando lo aveva conosciuto, guardava il suo amore trangugiare il cibo buonissimo che lei gli cucinava pensando: “Ti faccio mangiare io, ti faccio vedere io in quanti modi si può manifestare l’amore”.
E l’aveva fatto: era diventata una specie di religione, una disciplina. A un certo punto, quando ancora non erano sposati, Cora aveva ottenuto che lui, tutte le sere, mangiasse a casa sua, e lì giù piatti di fettuccine ai funghi porcini, bucatini all’amatriciana, spaghetti alla carbonara, pasta e fagioli e pasta e ceci inframmezzati da esperimenti di cucina tailandese, per poi rispolverare le ricette della cucina ebraico-romanesca ereditate dalla nonna: i tortiglioni di carne e cipolle, la zuppa di Esaù con lenticchie e cipolle, la frittata di patate e cipolle, le pizzette di pollo e cipolle, tutte le cose che aveva sempre cucinato per suo padre e che suo padre ora non poteva più mangiare, perché non riusciva più a digerire.
Il suo amore le diceva: “Nessuno cucina meglio di te”, e non voleva più andare al ristorante. E ingrassava. Ma lo sapeva benissimo anche lui che c’erano cose più importanti. Il padre di Cora, quando vedeva la quantità di cibo che Cora rovesciava nel piatto del suo amore, sapendo che lui non avrebbe lasciato neanche una briciola (il ché è un pleonasmo, perché lui, quando ti restituisce un piatto vuoto, te lo ridà più pulito di quando lo hai messo a tavola), cercando di mantenere un tono sarcastico (ma si capiva che era veramente preoccupato), commentava: “Lo vò ammazzà!”. Anche il suo papà sapeva che c’era qualcosa più importante del cibo.
Solo Cora non lo sapeva. Ma poi lo aveva capito pure lei, che mentre ascoltava i due battibeccare, pensava tra sé “Vedi, cara giovane assistente del mio dentista, apprendista moglie e madre: ci sono cose più importanti del cibo. Non solo: a volte il cibo può essere pericoloso. Sai, io ora ho la bocca piena di ferraglia, e quando mi sarò ripresa dall’anestesia dovrò scappare a casa di corsa, e voi starete parlando di altro. Ma se potessi parlare, ti racconterei una cosa che mi è capitata. Ho avuto una figlia che a otto mesi ha smesso di crescere perché era allergica a quasi tutti gli alimenti. Io le aveva dato, per otto mesi, del cibo che, invece di nutrirla, l’aveva avvelenata. Ho dovuto aspettare anni, prima che le intolleranze le passassero. Anni di diete che, alla fine, le avevano tolto completamente l’appetito. Darle da mangiare era un’impresa titanica: mangiava volentieri una sola volta alla settimana, quando la portavamo da Mc Donald’s (Dio benedica gli yankees) e lei si piazzava sulla giostrina e, a ogni giro, mandava giù una patatina fritta. Dopo qualche ora, aveva fatto la riserva di cibo che durava fino alla domenica successiva. Ti giuro, giovane donna, che se ce lo fossimo potuto permettere, l’avremmo portata da Mc Donald’s anche tutti i giorni. Oltre alle patatine fritte, mangiava solo altre due cose: le banane (a volte ne mangiava cinque in un giorno) e i wurstel, che però doveva andarsi a prendere da sola, freddi, da dentro il frigorifero. Ogni tanto si riusciva a metterle in mano un biscotto. Ogni tanto, il videoregistratore si rompeva: lo portavamo ad aggiustare e l’omino delle riparazioni ci restituiva anche un sacchettino, con dentro i rimasugli di cibo che, quando non le andavano più, mia figlia ci infilava dentro. A due anni pesava meno di un neonato di dieci mesi. Adesso sta bene, mangia tutto, ma allora i medici la curavano per sospetto diabete, per sospetto nanismo, e le facevano le analisi del sangue ogni settimana. Come vedi, cara assistente del mio dentista, ti assicuro che ha ragione il dottore: ci sono cose più importanti del cibo. Solo che noi non ti diciamo quali sono, perché lo devi scoprire da sola”.

O la va, o la spacca (racconto)

Girava e rigirava la siringa tra le mani da più di mezz’ora.
Da giorni si era procurato quel farmaco, ora sentiva che era veramente arrivato il momento di decidere se iniettarselo e meno.
Era solo in bagno, tra poco sarebbe cominciata a sorgere l’alba. Mara, la sua compagna, dormiva: era stremata, erano notti che lo accudiva. Erano notti che parlavano: lui a dire che non ce la faceva ad andare avanti così, a morire lentamente ogni giorno, era un medico e aveva studiato per guarire la gente, non per lasciare la morte agire impunemente. Doveva fare qualcosa. E Mara a pregarlo di calmarsi, che lo avrebbe accudito sempre volentieri, che lo aveva amato da sano e lo avrebbe amato da malato, che per lei l’importante era stargli vicino. Ma lui quel discorso della rassegnazione non lo voleva proprio capire.
Il dottor Fano, malfermo sulle gambe, faceva forza con i gomiti sul lavandino cercando di guardarsi allo specchio. Gli era venuto da sorridere al pensiero di quanta pena gli avesse procurato, negli anni, il fatto che gli erano caduti i capelli. Quante iniezioni si era fatto nel tentativo vano di fermare la calvizie! Le aveva veramente provate tutte.
Lavorava in Vaticano, era un primario molto stimato, uno che curava i papi, riusciva a mettere le mani su qualunque cosa. Ma i capelli erano caduti ugualmente, e lui era perseguitato dal senso di insicurezza che gli dava l’essere basso, magrolino e pelato.
Quello stesso senso di insicurezza lo aveva spinto, anni prima, a sposare una collega perché altrettanto bruttina e bassina, l’aveva sposata e poi, negli anni, ci aveva fatto quattro figli, che comunque erano venuti fuori tutt’altro che bassini e bruttini.
Ma gli avevano dato tanti pensieri, tanti. Il fatto era che lui voleva dargli tutto, ai suoi figli, tutto e di più, e alla fine si era accorto che si era scordato di vivere.
Per risarcirsi almeno un poco si era trovato uno svago innocente: il giovedì sera, prima di rientrare a casa dall’ospedale, ogni tanto andava all’auditorio di Via della Conciliazione ad ascoltare un concerto. Ci aveva preso gusto, aveva sottoscritto un abbonamento.
Dopo qualche settimana si era accorto che la signora seduta accanto a lui era sempre la stessa: si era informato, anche lei era un’abbonata.
Era bionda, bella, di qualche anno più giovane di lui.
All’inizio si erano scambiati osservazioni da competenti, del tipo: “Buona questa esecuzione, non trova? Spirkov è proprio bravo, dirige con grande leggerezza…”. “Si, è uno dei migliori direttori di musica da camera dal mondo ..”. Oppure: “Questa cantante danese … no mi pare sia norvegese …”. “E’ tedesca”. “… peccato, ha i toni bassi un po’ deboli, ma ha molta tecnica ...”. “L’ho sentita cantare sia Schumann che Mozart, è molto versatile, sa ...”, e poi, ancora: “Certo che questi direttori giovani, quando dirigono musica contemporanea sono geniali, ma di Bach non capiscono niente …”. “Capiscono la musica figurativa e non quella astratta …”.
Poi, tra un intervallo e l’altro, si erano presentati e avevano fatto conoscenza: lui le aveva raccontato più o meno chi era e cosa faceva lì, della vita intera passata tra un ospedale e l’altro, della gratificazione che gli davano la stima di cui godeva come medico e il fatto di aver ormai raggiunto la tranquillità economica, e di quanto ne fosse fiero. Ma le aveva raccontato anche della fatica, della solitudine di quel peso portato ogni giorno sulle spalle.
Lei si era separata da poco, era andata via e aveva lasciato a casa marito e figli, che però andava a trovare ogni giorno. Poi, la sera tornava nella stanza che aveva preso in affitto in un residence, non ce l’aveva fatta più, ad un certo punto si era sentita soffocare. Tra lei e il marito da troppo tempo non c’era più nulla. Si manteneva con la sua pensione baby, dopo molti anni passati a lavorare in un ministero.
Una sera, il dottor Fano aveva udito la propria voce dire che lui, tutto sommato, la moglie l’aveva sposata perché era una bravissima donna, molto per bene, ma che la passione non era mai entrata nella sua vita … si era morso le labbra per evitare di aggiungere: “Fino a questo momento”. Aveva detto, invece, come per schernirsi, che la passione non era mai entrata nella sua vita perché nessuna donna aveva mai perso la testa per lui. La sua interlocutrice, allora, aveva esclamato, senza ombra di ironia (perché lei, a differenza di lui, non faceva parte del Popolo degli Ironici): “Dottor Fano, non capisco proprio il perché …”.
Era andata avanti così di giovedì in giovedì, finché una sera il dottor Fano aveva chiamato casa e, trattenendo il fiato, aveva detto la prima bugia della sua vita: aveva detto che lui non sarebbe tornato a dormire perché avevano ricoverato d’urgenza il cardinal Tal dei tali e non poteva muoversi dal suo capezzale. Poi il giovedì successivo aveva trovato un’altra scusa e poi un’altra, perché rimaneva a dormire da Mara.
Arrivò il giorno fatidico: non fu facile dire ai figli che si era innamorato e se ne andava. Non fu facile spiegare che lui non l’aveva chiesto, gli era capitato e ora non era in grado di rinunciarci, perché si vive una volta sola e la vita, appunto, chiede di essere vissuta. La moglie l’aveva presa male, aveva iniziato a tempestare di telefonate gli amici del dottor Fano, gli amici d’infanzia con cui lui ogni settimana giocava a carte, ma le sue preghiere di parlarci per farlo ragionare non ottennero alcun riscontro. Per i suoi amici, il dottor Fano era la persona migliore che ci fosse al mondo, se aveva preso quella decisione doveva avere i suoi buoni motivi. E poi, nessuno era in grado di scagliare la prima pietra.
Ma lei non capiva, protestava e dimagriva a vista d’occhio: che bisogno c’era di tutto quello sconquasso, perché non se ne poteva stare a casa, il dottor Fano, e fare finta di nulla e vedere Mara quando voleva, purché di nascosto? Che bisogno c’era di rendersi ridicoli a quasi sessant’anni?
E poi, il diavolo ci aveva messo la coda.
Un giorno, mentre lavorava tranquillo in ospedale, il dottor Fano si era sorpreso a tossire. Non ci aveva fatto troppo caso. Qualche minuto dopo, un altro colpo di tosse, più forte, lo aveva lascaito per qualche secondo senza fiato. Aveva seguitato a fare quello che faceva, pensando “Passerà”.
Dopo qualche giorno, i colpi di tosse avevano iniziato a rincorrersi con discontinuità e non volevano saperne di scomparire.
Aveva telefonato a un collega: “ Senti, Franco, da un po’ di gironi ho una tosse secca .. ma non sfocia in niente. Non so, non potrei essermi raffreddato? “ . L’amico l’aveva pregato di passare, avrebbe guardato se la sua gola era arrossata. No, la gola non era arrossata, non c’era nessun sintomo di tracheite o di laringite o altro.
Fano aveva pensato di essere diventato allergico alla polvere, era andato da un immunologo che gli aveva fatto un test, ma non era risultato allergico a un bel niente.
La tosse aumentava, inspiegabilmente: il dottor Fano non aveva mai fumato una sigaretta in vita sua e aveva sempre lavorato in un ambiente asettico, l’ospedale, appunto.
Così, un bel giorno aveva preso il toro per le corna: era entrato nel gabinetto di radiologia, aveva chiesto al tecnico di fargli una lastra al torace e poi, al momento di leggerla, aveva cheisto di restare solo. Fu allora che vide il cancro, la macchia bianca che era la sua sentenza di morte.
Seppe esattamente quanti mesi di vita gli restavano, era un medico bravissimo, uno dei migliori in circolazione.
Iniziò il calvario delle cure.
Quando Mara non ce l’aveva fatta più ad accudirlo da sola, si erano trasferirti a casa delle sorelle nubili di lui, le sue sorelle che lo adoravano e vivevano sole, da molti anni, nel grande appartamento in cui erano cresciuti tutti insieme.
Ma quella non era vita. Lui e Mara non avevano più un briciolo di privacy, e lui non era più in grado di dare gioia alla donna cui doveva la scoperta di un nuovo se stesso.
Aveva letto di quel farmaco in una rivista medica. Non era in commercio in Italia, ma in Svizzera era possibile procurarselo. E Il Vaticano non aveva problemi a rifornirsi di medicinali svizzeri.
Quella notte, nella grande casa, mentre Mara e le sorelle dormivano, il dottor Fano si guardava allo specchio e pensava: “A quasi sessant’anni ho tirato fuori i coglioni. Ho lasciato tutto quello su cui era basata la mia vita per inseguire un sogno. Ho vinto l’insicurezza che mi dava il mio aspetto da topo bagnato. Ho capito che il mio charme e la mia intelligenza mi potevano far avere l’amore di una donna bellissima, un tipo di donna che avevo sempre considerato irraggiungibile. Adesso devo decidere: morire lentamente non ha senso. Lascerei a Mara solo ricordi tristi. Ricordi legati a un coraggio inutile. Forse con quel farmaco posso guarire, e tutto tornerà come prima. Forza dottor Fano, hai fatto trenta adesso fa’ trentuno: o la va, o la spacca, ma almeno ci avrai provato”.
E il dottor Fano si era iniettato il potente chemioterapico, un prodotto che se non se lo fosse procurato e iniettato da solo nessuno al mondo avrebbe avuto il coraggio neanche di proporglielo. Poi se n’era tornato a letto, si era steso accanto a Mara e si era girato sul suo lato preferito, sorridendo all’idea di prendere sonno e di svegliarsi guarito.
Era morto nel sonno qualche ora dopo e Mara, al mattino, prima di accorgersi che era morto, aveva visto il suo volto sorridente e si era chiesta, un po’ invidiosa, cosa diavolo stesse sognando.

volevo solo vivere

Il film "Volevo solo vivere" è stato presentato a Roma in anteprima il 26 gennaio 2006 in occasione della Giornata della Memoria che cade nel giorno successivo. E' il risultato di un lungo lavoro. Alcuni anni fa, infatti, il regista Steven Spielberg, attraverso una Fondazione da lui creata allo scopo, lo Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, ha iniziato a filmare le testimonianze dal vivo degli scampati alla Shoah in 52 Paesi. In Italia, degli intervistatori volontari hanno intervistato 400 persone. Le interviste, che seguivano uno schema prestabilito al fine di renderle il più possibile omogenee a un medesimo filo narrativo (e che ora, nel loro complesso, fanno parte del patrimonio dell'Archivio di Stato) sono state selezionate dal regista Mimmo Calopresti che ha ricavato un documentario della durata di 75 minuti, realizzato grazie al Comune di Roma, a Rai Cinema, alla Gagè Produzioni e alla Wildside Media e prodotto anche, in collaborazione, con Ventura Film, RTSI-Televisione Svizzera, Francesca Alatri e Mel Sembler.
Gli "attori" che raccontano se stessi, sono: Alessandra Bucci, Esterina Calò Di Veroli, Nedo Fiano, Luciana Momigliano Nissim, Liliana Segre, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia, Arminio Wachsberger. Nove cittadini itliani sopravvissuti alla deportazione e alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz.
Nove testimonianze che ci permettono di rivivere nove diverse terribili esperienze.
I filmati, di qualità straordinaria, ripercorrono l'iter di questa immane tragedia collettiva, vera e propria dèbacle delle giustizia, dall'emanazione delle leggi razziali nel 1938, la perdita del tessuto umano di appartenenza (gli amici, i compagni di scuola, i colleghi di lavoro), gli inutili tentavi di fuga, il venire stanati in casa e arrestati, il viaggio nelle tradotte piombate, giorni di pianto preghiere e poi il silenzio della rassegnazione, l'arrivo concitato ad Auschwitz, la selezione con la conseguente separazione delle famiglie (per molti, quasi tutti, quelli furono gli ultimi istanti da dividere con i loro cari), la vita nei campi, la lotta per sopravvivere nonostante tutto intorno parlasse solo e soltanto di morte, lo stupore di sopravivere quando tutti, intorno, morivano.
Eccellente è stata la scelta dei narratori, per l'efficacia, l'eleganza profonda che va oltre la dignità, la sapienza con cui hanno saputo raccontare l'orrore. Bellissima la fotografia delle immagini fisse, attraverso le quali è possibile aggiungere, alle parole, tutta la portata significativa di un'espressività che va dritta al cuore e al cervello perché da lì parte.
Alle immagini girate per il documentario si interpolano quelle girate dagli americani al loro ingresso nel campo il 27 gennaio del '45. Le immagini selezionate per essere inserite nel film sono immagini purtroppo già note, ma essenzializzate fino a divenire rappresentazione poetica, frammentata, degli istanti di una cronologia dell'annientamento. Ogni cosa viene separata dagli esseri, dalle anime di cui fanno parte: gli occhiali tolti e ammucchiati, le scarpe tolte e ammucchiate, i capelli rasati e ammucchiati, le portesi dentarie tolte e ammucchiate, i corpi uccisi e ammucchiati. Ma così tutte insieme, ammucchiate, quelle cose, gli occhiali, le valigie, le scarpe, le protesi, i capelli, i vestiti, non sono più cose morte, inerti, come volevano i nazisti: sono invece un urlo che non smette di lacerare le nostre orecchie e le nostre coscienze, il marchio di un'infamia che nulla, per quanto possa durare il tempo, cancellerà mai.

L’Ebraismo e la Psicologia analitica – Rivelazione teologica e rivelazione psicologica

Nella sua ricerca di una ricostruzione il più possibile psicologico-scientifica della religiosità, Jung era arrivato a concepire l’esperienza religiosa come “esperienza soggettiva del divino”. Quest’ultimo, sosteneva Jung in Psicologica e Religione del 1940, è definibile come una sorta di energia che afferra e domina il soggetto umano indipendentemente dalla sua volontà; è una proiezione dell’inconscio che può avere una valenza negativa (incoerenza distruttrice dell’aspetto demoniaco del divino) e una valenza positiva, quando il progetto divino è percepito come coerente alla realizzazione del Sé (che rappresenta l’aspetto logico, “dicibile”, intelligibile del divino). Ovviamente, dobbiamo presupporre l’esistenza di un soggetto umano e filosofico, ossia di una interiorità individuale e strutturata, che può essere attraversato da turbe ma ha comunque in sé la capacità di guarire, ossia di ritrovare il bandolo della propria matassa. È una concezione che potremmo definire ottimistico-positivistica, cosa che del resto a Jung andrebbe benissimo.
Il soggetto è una unità (è uno come Dio è Uno) che può ritrovarsi scissa in talune fasi del suo percorso, e che può trovare sollievo solo se ripercorre il cammino fino alla propria unità originaria. In considerazione di questo, lo psicanalista ferrarese Gianfranco Tedeschi, nella sua raccolta di saggi brevi dal titolo L’Ebraismo e la Psicologia analitica – Rivelazione teologica e rivelazione psicologica - edito da Giuntina nel 2000 - può porre un parallelo tra la psicologia junghiana (che dall’io scisso torna all’io uno) e il concetto ebraico della divinità. Al momento della sua formazione, il pensiero religioso ebraico si differenzia da quello dei popoli con i quali coabitava per essere l’unico a tenere al suo centro un Dio Unico e irrappresentabile, mentre tutti gli altri avevano tante divinità, per ogni aspetto della realtà, visibile e invisibile, dall’aspetto non solo umano, ma anche animale.
Tedeschi ci dà la seguente spiegazione delle premesse che muovono i suoi studi: “La psicologia analitica studia i corrispettivi psichici dei processi religiosi e le sue ricerche offrono una strada assai fertile per un approfondimento dell’ebraismo nel suo significato religioso, esistenziale. Secondo il mio modo d’intendere, la psicologia analitica ci permette di accedere alla parte profonda, divina della personalità, quella che Jung chiama l’archetipo del Sé, e d’interpretare i suoi contenuti come l’aspetto interiore della rivelazione, il corrispettivo psichico della rivelazione esterna, teologica, due momenti contemporanei della stessa Realtà". L’ebreo è esortato ad essere “santo” (chadosh) come “Santo è il Signore”. In questo senso, simile a Lui. A questo, Tedeschi riallaccia il concetto di “individuazione” junghiana, ossia quel processo che dall’io scisso, appunto, ci porta all’io uno, conciliato. Insieme a Jung, suggerisce che tale conciliazione non possa avvenire se non tramite l’esperienza religiosa, ossia tramite il riconoscimento che l’io deve diventare lo strumento di realizzazione del Sé, ossia della sua stessa oggettivazione come parte di un’unica sostanza archetipica religiosa che lo sovrasta e lo contiene e senza la quale non può relizzarsi, non può essere veramente se stesso. Ciò ha lo scopo di condurre l’io fuori dalla nevrosi: “l’archetipo del Sé, proiettato nei cieli, è allora rientrato nell’inconscio da cui proviene” afferma Tedeschi: la vocazione junghiana è quindi la realizzazione dell’archetipo del Sé come mito fondante, ossia quell’innata tendenza all’autorealizzazione conscia della personalità, che non va repressa: “Ogni paziente è, psicologicamente parlando, un pagano che chiede di diventare monoteista” afferma Tedeschi.
Quindi, per uscire dalla nevrosi occorre accettare una quota di alienazione: l’archetipo del Sé è un fattore sia interno che esterno alla psiche, la cui attivazione guida l’uomo alla realizzazione della propria completezza, legata alla propria individualità e peculiarità: “l’io non è il centro motore della personalità, ma lo strumento per la realizzazione conscia del Sé”. Una sorta di rivoluzione copernicana che conduca fuori dall’egotismo, un’alienazione controllata che eviti l’alienazione nevrotica.
Non a caso, infatti, Tedeschi ricorda che Jung “definisce la nevrosi come l’ira di Dio che si abbatte su chi si è allontanato dal Sé e la guarigione consiste nel ritorno ad esso”. Per Jung come per il religioso, il senso della vita è la realizzazione conscia del Sé. Ma l’archetipo del Sé non è una fonte di dogmi, quanto una profonda aspirazione, lo scopo di una ricerca che ha come fine il benessere psichico. L’importante è che l’uomo (non solo il singolo, ma l’umanità intera) abbia la sensazione di dialogare con Dio e di collaborare con Lui al completamento della Creazione. A questo stesso fine è rivolto l’Ebraismo: “Nel mito (mito secondo Jung) ebraico sono presenti, in modo più marcato, i temi delle sequenze psichiche dell’attivazione del Sé, profondamente radicato nella struttura costituzionale della personalità dell’ebreo, dominante sulle altre strutture archetipiche. L’ebreo sente che Dio è una grande parte della propria anima: realizzare la propria qualità divina significa integrare Dio in ogni atto della propria quotidianità, riempire, come dice Buber, gli spazi interpersonali con il cemento divino fino a che vi sarà un’unica massa, un solo blocco, e questa sarà l’era messianica.”

I nemici sono gli "altri"

Nel febbraio del 1999 si è tenuto a Rimini un Convegno sulla Shoà promosso dal Comune della città emiliano-romagnola per informare e sensibilizzare i giovani e il mondo della scuola. È stato scelto il titolo I nemici sono gli “altri”, per sottolineare il tema della diversità in senso generale, come concetto etnico, religiose, sociale, sessuale e come motivo di discriminazione e di persecuzione. Al convegno, i cui atti sono stati pubblicati dalla Giuntina a cura di Laura Fontana e Giorgio Giovagnoli, hanno preso parte almeno un migliaio di ragazzi delle scuole riminesi. È stato loro messo ben in chiaro che, se il piano di sterminio nazista ha coinvolto in primo luogo gli ebrei (da sempre i “diversi” per antonomasia), l’esperienza della deportazione e della morte ha colpito altri tipi di diversità, il cui sacrificio è meno noto come, sul piano etnico, i Sinti e i Rom.
Una parte cospicua del volume è occupata dalle tabelle di un sondaggio, effettuato nelle scuole superiori riminesi sul tema dello sterminio nazista. I ragazzi riminesi sono particolarmente edotti, per le scelte pedagogiche del loro Comune, di quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale: sono vent’anni che le scolaresche riminesi visitano i campi di concentramento nazisti. Eppure, una media del 45 per cento dei giovani riminesi non è stata in grado di rispondere esattamente alle domande poste, tanto è vero che il titolo del consuntivo, elaborato dal Giorgio Giovagnoli, dei risultati del sondaggio è stato intitolato “I giovani di oggi tra indifferenza e disinformazione”. Quindi, i contributi raccolti nel volume sono stati intesi, soprattutto come proposte di riflessione elaborate con intento e metodo pedagogici. Luciano Violante, nel suo intervento, ha reso noto che la Camera dei Deputati, a sessant’anni dall’istituzione delle leggi razziali, ha realizzato un volume per le scuole (che possono farne richiesta) in cui tre storici ricostruiscono quanto è accaduto e illustrano il contenuto e gli effetti delle leggi.
L’intervento di Laura Fontana era teso provocare l’identificazione del giovane uditorio rispetto al destino dei loro coetanei durante gli anni terribili del dominio nazista in Europa. Quindi, la studiosa non si è riferita soltanto alla tragedia dei bambini deportati e uccisi nei ghetti e nei campi di sterminio (bambini ebrei, zingari e slavi aventi, per i tedeschi, “valore biologico nullo” e di cui almeno un milione e mezzo sono “passati per il camino”) ma ha fatto riferimento anche a come i nazisti vedevano i bambini, come li educavano e quali conseguenze poteva valore sulla loro vita il fatto di venire classificati in categorie diverse. Uno dei primi obiettivi del nazismo al potere fu di impadronirsi del sistema scolastico per forgiare cittadini dalla coscienza ariana. Nei loro libri scolastici, i piccoli tedeschi leggevano quanto segue: “Gli ebrei hanno un altro naso, altre orecchie, altre labbra, un altro mento, un viso completamente diverso da noi tedeschi. Hanno i piedi piatti, braccia più lunghe. L’ebreo pensa, sente e agisce in un modo diverso dal nostro. L’ebreo è un parassita, un profittatore, un usuraio, un impostore, un criminale”. Bambini tedeschi malati e handicappati furono vittime, insieme agli adulti affetti dagli stessi problemi, del “Progetto di eutanasia”. Il loro sterminio iniziò nel 1939, attraverso la creazione di centri specializzati come quello di Hadamar e di Goerden, o del Castello di Hartheim, in Austria. Venivano uccisi con iniezioni letali, farmaci, o lasciti morire di fame. Quando queste uccisioni burocratizzate, perpetrate da medici e infermieri, vennero alla luce, nel ’41, la Chiesa protestante e quella cattolica resero pubblica la loro indignazione. Il Progetto venne sospeso, e il Castello di Hartheim fu destinato alla gasazione dei deportati di Mauthausen. L’ossessione della purezza razziale non si limitò all’eliminazione degli individui indesiderati, ma fu spinta fino alla pianificazione della nascita di individui di razzialmente puri, mediante il “Lebensborn”.
Mirella Karpàti, del Centro Studi Zingari – Roma si è occupata de “Lo sterminio degli zingari”. Era stato creato, a Berlino, un centro specializzato che aveva decretato che, essendosi mischiati con gli slavi, gli zingari avevano perso la loro arianità Nel 1939 iniziarono le loro deportazioni, con destinazione Dachau. Gli zingari polacchi furono massacrati sul posto, come anche i loro fratelli dell’Est Europa, occupata dai nazisti. Particolare gravità ebbe l’olocausto zingaro in Francia, iniziato prima ancora dell’occupazione nazista con la creazione di campi di concentramento al Sud che furono l’anticamera per Auschwitz. Gli zingari d’Italia vennero deportati in Sardegna e Basilicata, e lì lasciati in libertà, purché non riprendessero la via del confine orientale. Gli zingari della Slovenia, divenuta provincia italiana, furono invece concentrati sul Gran Sasso e nei pressi di Isernia. L’8 settembre 1943, i Carabinieri che avevano in custodia i campi si rifiutarono di consegnare gli zingari ai tedeschi e lasciarono che fuggissero. Alcuni di loro raggiunsero i partigiani in montagna.
Si sta cercando di istituire una giornata che, a livello mondiale, celebri il ricordo di questi anni di terrore. Il 27 gennaio, che commemora la liberazione di Auschwitz, dovrebbe diventare, per tutti, il “Giorno del ricordo”. Perché è necessario ricordare, ha detto Furio Colombo nel suo intervento, “che ci sono state persone che non hanno avuto il coraggio di opporsi … La vera radice di quella tragedia è nella viltà, nel conformismo e nel silenzio”.

Mozart non era ebreo

Lettura gradevole, non impegnativa se non per la mole dell’intreccio e il numero dei personaggi, questo romanzo, vivace e ironico, in bilico tra il “realismo fantastico” sudamericano e la narrativa centro europea, racconta di due famiglie ebree emigrate in Argentina dalla Russia zarista. I due capifamiglia si incontrano già sul traghetto: uno ha il tipico aspetto dell’ebreo orientale, mentre l’altro “è bello come un goy”. Leon Hiddekel e Isaak Gurman, destinati a divenire consuoceri, si stabiliranno nel nuovo mondo e ambedue raggiungeranno l’agiatezza economica: Leon diverrà un importatore di pianoforti, Isaak un proprietario terriero. Ma mentre il successo di Isaak è frutto di una grande determinazione e chiarezza di idee, tutte improntate al suo rapporto con la terra, in Leon sopravvivono aspirazioni artistiche frustrate e una costante nostalgia per la cultura del mondo che ha abbandonato.
Tema centrale di questo volume, scritto da Gabriela Avigur-Rotem e pubblicato nel 1997 da Trataruga, è quello della famiglia e della legittimità dei padri di plasmare e influenzare le scelte professionali ed esistenziali della prole; il romanzo ruota attorno al fallimento di Leon come padre e marito, causato dalla sua ambizione musicale, trasposta nei figli. Non appena costoro raggiungevano l’età per sedersi al piano, Leon regalava loro un pianoforte personale; la sua aspettativa era, ogni volta, che i piccini diventassero degli “enfant prodige”. Un’ambizione accecante, che lo porta a rapire le sue ultimogenite gemelle per portarle in una lunga tournè, lontano dagli affetti e dalle cure familiari. Alla fine di questo tentativo disperato e fallimentare alla ricerca del successo, Leon torna dalla moglie Ida, che non lo perdona, con le due bimbe oramai troppo cresciute per i loro vestitini, sempre gli stessi, che nessuna mano materna ha potuto far crescere insieme a loro. Ma la sua più grande sconfitta è che la famiglia oramai ha imparato a fare a meno di lui, e ciascuno dei suoi figli farà scelte di vita personali, difficili ma oneste, senza scorciatoie; al punto che Gabriel, l’unico vero talento musicale della famiglia, rinuncerà al successo americano per andare a morire in Europa combattendo contro il nazismo. è quello della famiglia e della legittimità dei padri di plasmare e influenzare le scelte professionali ed esistenziali della prole; il romanzo ruota attorno al fallimento di Leon come padre e marito, causato dalla sua ambizione musicale, trasposta nei figli. Non appena costoro raggiungevano l’età per sedersi al piano, Leon regalava loro un pianoforte personale; la sua aspettativa era, ogni volta, che i piccini diventassero degli “enfant prodige”. Un’ambizione accecante, che lo porta a rapire le sue ultimogenite gemelle per portarle in una lunga tournè, lontano dagli affetti e dalle cure familiari. Alla fine di questo tentativo disperato e fallimentare alla ricerca del successo, Leon torna dalla moglie Ida, che non lo perdona, con le due bimbe oramai troppo cresciute per i loro vestitini, sempre gli stessi, che nessuna mano materna ha potuto far crescere insieme a loro. Ma la sua più grande sconfitta è che la famiglia oramai ha imparato a fare a meno di lui, e ciascuno dei suoi figli farà scelte di vita personali, difficili ma oneste, senza scorciatoie; al punto che Gabriel, l’unico vero talento musicale della famiglia, rinuncerà al successo americano per andare a morire in Europa combattendo contro il nazismo.