martedì 6 febbraio 2007

O la va, o la spacca (racconto)

Girava e rigirava la siringa tra le mani da più di mezz’ora.
Da giorni si era procurato quel farmaco, ora sentiva che era veramente arrivato il momento di decidere se iniettarselo e meno.
Era solo in bagno, tra poco sarebbe cominciata a sorgere l’alba. Mara, la sua compagna, dormiva: era stremata, erano notti che lo accudiva. Erano notti che parlavano: lui a dire che non ce la faceva ad andare avanti così, a morire lentamente ogni giorno, era un medico e aveva studiato per guarire la gente, non per lasciare la morte agire impunemente. Doveva fare qualcosa. E Mara a pregarlo di calmarsi, che lo avrebbe accudito sempre volentieri, che lo aveva amato da sano e lo avrebbe amato da malato, che per lei l’importante era stargli vicino. Ma lui quel discorso della rassegnazione non lo voleva proprio capire.
Il dottor Fano, malfermo sulle gambe, faceva forza con i gomiti sul lavandino cercando di guardarsi allo specchio. Gli era venuto da sorridere al pensiero di quanta pena gli avesse procurato, negli anni, il fatto che gli erano caduti i capelli. Quante iniezioni si era fatto nel tentativo vano di fermare la calvizie! Le aveva veramente provate tutte.
Lavorava in Vaticano, era un primario molto stimato, uno che curava i papi, riusciva a mettere le mani su qualunque cosa. Ma i capelli erano caduti ugualmente, e lui era perseguitato dal senso di insicurezza che gli dava l’essere basso, magrolino e pelato.
Quello stesso senso di insicurezza lo aveva spinto, anni prima, a sposare una collega perché altrettanto bruttina e bassina, l’aveva sposata e poi, negli anni, ci aveva fatto quattro figli, che comunque erano venuti fuori tutt’altro che bassini e bruttini.
Ma gli avevano dato tanti pensieri, tanti. Il fatto era che lui voleva dargli tutto, ai suoi figli, tutto e di più, e alla fine si era accorto che si era scordato di vivere.
Per risarcirsi almeno un poco si era trovato uno svago innocente: il giovedì sera, prima di rientrare a casa dall’ospedale, ogni tanto andava all’auditorio di Via della Conciliazione ad ascoltare un concerto. Ci aveva preso gusto, aveva sottoscritto un abbonamento.
Dopo qualche settimana si era accorto che la signora seduta accanto a lui era sempre la stessa: si era informato, anche lei era un’abbonata.
Era bionda, bella, di qualche anno più giovane di lui.
All’inizio si erano scambiati osservazioni da competenti, del tipo: “Buona questa esecuzione, non trova? Spirkov è proprio bravo, dirige con grande leggerezza…”. “Si, è uno dei migliori direttori di musica da camera dal mondo ..”. Oppure: “Questa cantante danese … no mi pare sia norvegese …”. “E’ tedesca”. “… peccato, ha i toni bassi un po’ deboli, ma ha molta tecnica ...”. “L’ho sentita cantare sia Schumann che Mozart, è molto versatile, sa ...”, e poi, ancora: “Certo che questi direttori giovani, quando dirigono musica contemporanea sono geniali, ma di Bach non capiscono niente …”. “Capiscono la musica figurativa e non quella astratta …”.
Poi, tra un intervallo e l’altro, si erano presentati e avevano fatto conoscenza: lui le aveva raccontato più o meno chi era e cosa faceva lì, della vita intera passata tra un ospedale e l’altro, della gratificazione che gli davano la stima di cui godeva come medico e il fatto di aver ormai raggiunto la tranquillità economica, e di quanto ne fosse fiero. Ma le aveva raccontato anche della fatica, della solitudine di quel peso portato ogni giorno sulle spalle.
Lei si era separata da poco, era andata via e aveva lasciato a casa marito e figli, che però andava a trovare ogni giorno. Poi, la sera tornava nella stanza che aveva preso in affitto in un residence, non ce l’aveva fatta più, ad un certo punto si era sentita soffocare. Tra lei e il marito da troppo tempo non c’era più nulla. Si manteneva con la sua pensione baby, dopo molti anni passati a lavorare in un ministero.
Una sera, il dottor Fano aveva udito la propria voce dire che lui, tutto sommato, la moglie l’aveva sposata perché era una bravissima donna, molto per bene, ma che la passione non era mai entrata nella sua vita … si era morso le labbra per evitare di aggiungere: “Fino a questo momento”. Aveva detto, invece, come per schernirsi, che la passione non era mai entrata nella sua vita perché nessuna donna aveva mai perso la testa per lui. La sua interlocutrice, allora, aveva esclamato, senza ombra di ironia (perché lei, a differenza di lui, non faceva parte del Popolo degli Ironici): “Dottor Fano, non capisco proprio il perché …”.
Era andata avanti così di giovedì in giovedì, finché una sera il dottor Fano aveva chiamato casa e, trattenendo il fiato, aveva detto la prima bugia della sua vita: aveva detto che lui non sarebbe tornato a dormire perché avevano ricoverato d’urgenza il cardinal Tal dei tali e non poteva muoversi dal suo capezzale. Poi il giovedì successivo aveva trovato un’altra scusa e poi un’altra, perché rimaneva a dormire da Mara.
Arrivò il giorno fatidico: non fu facile dire ai figli che si era innamorato e se ne andava. Non fu facile spiegare che lui non l’aveva chiesto, gli era capitato e ora non era in grado di rinunciarci, perché si vive una volta sola e la vita, appunto, chiede di essere vissuta. La moglie l’aveva presa male, aveva iniziato a tempestare di telefonate gli amici del dottor Fano, gli amici d’infanzia con cui lui ogni settimana giocava a carte, ma le sue preghiere di parlarci per farlo ragionare non ottennero alcun riscontro. Per i suoi amici, il dottor Fano era la persona migliore che ci fosse al mondo, se aveva preso quella decisione doveva avere i suoi buoni motivi. E poi, nessuno era in grado di scagliare la prima pietra.
Ma lei non capiva, protestava e dimagriva a vista d’occhio: che bisogno c’era di tutto quello sconquasso, perché non se ne poteva stare a casa, il dottor Fano, e fare finta di nulla e vedere Mara quando voleva, purché di nascosto? Che bisogno c’era di rendersi ridicoli a quasi sessant’anni?
E poi, il diavolo ci aveva messo la coda.
Un giorno, mentre lavorava tranquillo in ospedale, il dottor Fano si era sorpreso a tossire. Non ci aveva fatto troppo caso. Qualche minuto dopo, un altro colpo di tosse, più forte, lo aveva lascaito per qualche secondo senza fiato. Aveva seguitato a fare quello che faceva, pensando “Passerà”.
Dopo qualche giorno, i colpi di tosse avevano iniziato a rincorrersi con discontinuità e non volevano saperne di scomparire.
Aveva telefonato a un collega: “ Senti, Franco, da un po’ di gironi ho una tosse secca .. ma non sfocia in niente. Non so, non potrei essermi raffreddato? “ . L’amico l’aveva pregato di passare, avrebbe guardato se la sua gola era arrossata. No, la gola non era arrossata, non c’era nessun sintomo di tracheite o di laringite o altro.
Fano aveva pensato di essere diventato allergico alla polvere, era andato da un immunologo che gli aveva fatto un test, ma non era risultato allergico a un bel niente.
La tosse aumentava, inspiegabilmente: il dottor Fano non aveva mai fumato una sigaretta in vita sua e aveva sempre lavorato in un ambiente asettico, l’ospedale, appunto.
Così, un bel giorno aveva preso il toro per le corna: era entrato nel gabinetto di radiologia, aveva chiesto al tecnico di fargli una lastra al torace e poi, al momento di leggerla, aveva cheisto di restare solo. Fu allora che vide il cancro, la macchia bianca che era la sua sentenza di morte.
Seppe esattamente quanti mesi di vita gli restavano, era un medico bravissimo, uno dei migliori in circolazione.
Iniziò il calvario delle cure.
Quando Mara non ce l’aveva fatta più ad accudirlo da sola, si erano trasferirti a casa delle sorelle nubili di lui, le sue sorelle che lo adoravano e vivevano sole, da molti anni, nel grande appartamento in cui erano cresciuti tutti insieme.
Ma quella non era vita. Lui e Mara non avevano più un briciolo di privacy, e lui non era più in grado di dare gioia alla donna cui doveva la scoperta di un nuovo se stesso.
Aveva letto di quel farmaco in una rivista medica. Non era in commercio in Italia, ma in Svizzera era possibile procurarselo. E Il Vaticano non aveva problemi a rifornirsi di medicinali svizzeri.
Quella notte, nella grande casa, mentre Mara e le sorelle dormivano, il dottor Fano si guardava allo specchio e pensava: “A quasi sessant’anni ho tirato fuori i coglioni. Ho lasciato tutto quello su cui era basata la mia vita per inseguire un sogno. Ho vinto l’insicurezza che mi dava il mio aspetto da topo bagnato. Ho capito che il mio charme e la mia intelligenza mi potevano far avere l’amore di una donna bellissima, un tipo di donna che avevo sempre considerato irraggiungibile. Adesso devo decidere: morire lentamente non ha senso. Lascerei a Mara solo ricordi tristi. Ricordi legati a un coraggio inutile. Forse con quel farmaco posso guarire, e tutto tornerà come prima. Forza dottor Fano, hai fatto trenta adesso fa’ trentuno: o la va, o la spacca, ma almeno ci avrai provato”.
E il dottor Fano si era iniettato il potente chemioterapico, un prodotto che se non se lo fosse procurato e iniettato da solo nessuno al mondo avrebbe avuto il coraggio neanche di proporglielo. Poi se n’era tornato a letto, si era steso accanto a Mara e si era girato sul suo lato preferito, sorridendo all’idea di prendere sonno e di svegliarsi guarito.
Era morto nel sonno qualche ora dopo e Mara, al mattino, prima di accorgersi che era morto, aveva visto il suo volto sorridente e si era chiesta, un po’ invidiosa, cosa diavolo stesse sognando.

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