martedì 6 febbraio 2007

A.A.V.V. "Shalom Trieste. Itinerari dell'ebraismo" - catalogo delle manifestazioni culturali che hanno avuto luogo a Trieste dal 31 luglio all'8 nove

Che il ritorno di Trieste all'Italia sia stato uno tra gli esiti auspicati e raggiunti della Grande Guerra, è noto. Facciamo quasi più fatica a ricordare il passato austriaco del capoluogo giuliano, nonostante sia durato più di seicento anni: fu infatti già nel 1309 che Trieste, fino ad allora assoggettata a Venezia, decise di sottomettersi al duca Leopoldo d'Austria. Dopo tre secoli di schermaglie con i vicini veneziani e istriani, che ne impedirono lo sviluppo portuale, Trieste venne dichiarata, nel 1719, portofranco; tale franchigia venne poi estesa dall'imperatrice Maria Teresa a tutti gli stranieri che vi abitavano (1771). Iniziarono così a formarsi colonie di greci, dalmati, albanesi ed ebrei del Levante in cerca di libertà civili e di un ambiente imprenditoriale favorevole.
Le successive "Patenti di tolleranza", promulgate dal figlio di Maria Teresa, Giuseppe II, nel 1781/1782, accordarono libertà di culto a tutte le minoranze acattoliche. Così gli ebrei vennero liberati legalmente dall'obbligo del segno, furono ammessi ad entrare in tutte le professioni liberali, poterono far parte della deputazione di borsa, acquistare immobili, prendere in affitto terre.
Nel 1784 i cancelli e le mura del ghetto di Trieste - istituito nel 1693 - vennero definitivamente divelti.
Gli ebrei, presenti sul suolo triestino dal XIII secolo, avevano stimolato la libera imprenditoria del ceto mercantile mediante la loro attività di piccoli prestatori di denaro a interesse. Fu anche per questo che, fino al 1693, la popolazione cristiana della città - vicina alle idee della Riforma protestante - era riuscita ad ottenere, dalle autorità governative ed ecclesiastiche, che la "sua" comunità ebraica non venisse né espulsa né inibita nella sua attività economica; ma l'equilibrio di interessi che aveva regolato fino ad allora la convivenza civica finì per incrinarsi, e iniziarono le richieste di espulsione e i primi passi istitutivi del ghetto. Inizialmente fu chiesto che gli ebrei venissero obbligati a risiedere all'interno delle tredici case che circondavano Piazzetta Trauner (e le modalità di richiesta fanno supporre che tale scelta fosse economicamente interessata). Gli stessi ebrei - la comunità contava allora tra i sessanta e gli ottanta membri - oppose strenua resistenza dato che gli spazi individuati erano chiaramente troppo angusti. Nel 1696 fu loro permesso di restare nella zona centrale di Portizza di Riborgo, che non tardò a rivelarsi anch'essa insufficiente. La popolazione ebraica Triestina radoppiò nel decennio tra il 1748 e il 1758, passando da 120 a 221 membri, per arrivare a contare, nei cinquant'anni successivi all'abolizione del ghetto, circa 1080 anime (era quindi decuplicata in un secolo e mezzo).
Resta il fatto che, grazie all'impulso che la Casa Imperiale d'Austria aveva voluto imprimere all'attività portuale della città, unica dell'impero ad affacciarsi sul Mar Adriatico e quindi sul Mediterraneo, gli ebrei triestini furono emancipati per primi tra gli altri ebrei austro-ungarici e ben prima degli ebrei del resto della Penisola.
A causa dell'emancipazione - a Trieste come altrove - iniziarono a giocare due componenti; da una parte, la maggioranza degli ebrei stessi fu entusiasta di entrare a far parte di società allargate e di entrare a pieno titolo nelle loro economie e culture, e fece di tutto per riuscirci; dall'altra furono presi precisi provvedimenti legislativi che ne incoraggiavano l'assimilazione. Ad esempio, uno dei provvedimenti di Giuseppe II rese obbligatoria ed equiparata l'istruzione scolastica statale per i bambini ebrei; inoltre, già dal 1820 era stato accolto con particolare favore un editto imperiale che richiedeva per i futuri rabbini un'istruzione adeguata anche in filosofia e dottrine generali, per meglio guidare spiritualmente un ceto ebraico in forte trasformazione. Fu a questo punto che prese le mosse l'Istituto Superiore Rabbinico di Padova, inaugurato nel 1829, primo in Europa ad essere stato creato a questo preciso scopo. A dare grande impulso a tale Istituto fu Samuel David Luzzatto, nato a Trieste nel 1800; egli vi si trasferì nell'anno dell'inaugurazione e vi rimase fino alla morte, nel 1865. Svolse attività di traduttore del Pentateuco, di altri testi biblici e di formulari di preghiere. Tutto questo proprio perché, in quegli anni, sotto le spinte delle idee illuministe in tutto il mondo occidentale, gli ebrei discutevano sulle modifiche da apportare o meno alle liturgie sinagogali e se il culto dovesse essere officiato e le preghiere dovessero essere pronunciate unicamente in ebraico (che molti non capivano più) o anche in traduzione. Come noto, in Italia il culto fu reso soltanto più "pomposo" (fu introdotto l'uso dell'organo) e si preferì non rinunciare all'ebraico, quanto piuttosto si scelse di imprimere un forte impulso all'educazione ebraica delle Comunità, con l'edizione e la divulgazione di materiale pedagogico opportunamente concepito e prodotto.

Questa in sintesi la cornice storica che racchiude gli argomenti trattati nei saggi contenuti nel catalogo in questione, che trascende, così, la sua funzione di corredo di manifestazioni circoscritte in un limitato lasso di tempo, per diventare un'importante compendio di documenti, riflessioni e indicazioni bibliografiche su un'epoca precisa della vita ebraica triestina, quella, appunto, che va dal 1814 al 1914 e che ci si delinea come una sorta di "bella époque", situata tra due tragedie: la segregazione prima e lo scoppio della prima guerra mondiale, poi.
Il volume è scandito in quattro sezioni, all'interno delle quali sono compresi i singoli apporti degli studiosi. E' impossibile qui citarli e commentarli tutti; per cercare di dare fluidità alla mia lettura, non rispetterò l'ordine dell'impaginazione.
la prima sezione è costituita dal nutrito apparato riferito alla mostra "Famiglie ebraiche a Trieste, 1814-1914", ospitata a suo tempo presso il Civico Museo Sartorio. Vi sono contenuti circa venticinque saggi, che evidenziano più o meno l'importanza avuta dalla centralità del nucleo familiare - visto come caratteristica della convivenza sociale ebraica - per lo sviluppo economico, sociale e culturale della vita ebraica triestina.
Seguono questa impostazione, in modo particolare, i saggi: "Banchieri ebrei a Trieste nella prima metà dell'Ottocento" di Alessandro Stabel, sugli intrecci familiari e societari all'interno delle prime banche triestine, che furono soprattutto, se non esclusivamente, ebraiche (tale endogamia economica dovette poi aprirsi alle esigenze di mercato delle Società Assicuratrici, rendendo le famiglie più cosmopolite e multi-religiose); "Gli ebrei e la proprietà immobiliare a Trieste nell'Ottocento. Quattro famiglie a confronto" di Stefano Fattorini, in cui si narrano le fortune e sfortune dei primi investimenti immobiliari ebraici e delle conseguenze su di essi delle suddivisioni ereditarie e dei progressivi mutamenti delle condizioni storico-economiche; "Musica, salotti e famiglie borghesi ebraiche a Trieste tra il 1814 e il 1914. La famiglia Hierschel e la famiglia Brunner", di Federica Vetta, da cui veniamo a sapere che, nel 1850, in occasione della prima dello "Stiffelio", Giuseppe Verdi fu ospite del salotto di Clementina Hierschel de Minerbi; la musica era altrettanto presente - ai primi anni del Novecento - nella vita dell'intera famiglia Brunner, i cui membri furono molto attivi, oltre che in campo economico e politico, anche all'interno della Società dei Filarmonici.
Più a carattere storico generale ci appaiono, tra gli altri, il saggio di Alessio Fornasin "La presenza ebraica nella Borsa e nella Camera di Commercio", da cui sappiamo che l'accesso degli ebrei triestini nella Consulta di Borsa era regolato da una sorta di "proporzionale" che rifletteva la composizione multietnica della città; quello di Raffaele Cusin "Il ghetto e la città" , in cui si ripercorrono le tappe della presenza ebraica a Trieste, la formazione del primo ghetto, col suo nucleo di tredici case e le successive espansioni; quello, ancora, di Tullia Catalan "La Comunità ebraica di Trieste nell'Impero asburgico. Dalla fine del settecento allo scoppio della I guerra mondiale", in cui si ripercorrono le tappe del carattere composito e cosmopolita della Comunità ebraica triestina, e le prerogative derivatele dalla promulgazione delle "Patenti" di Maria Teresa e del figlio Giuseppe II (1771, 1781); e infine, in "Festività rito e tradizione: alcune particolarità sulla vita ebraica della Comunità di Trieste" Lia Steindler ripercorre alcuni episodi storici riallacciandoli alla celebrazione delle feste ebraiche, fornendoci alcuni spunti narrativi ed esempi di come la microstoria e la macrostoria possano intrecciarsi.
La particolare temperie storica che venne a verificarsi con l'emancipazione e i fermenti riformistici centroeuropei e il carattere composito della presenza ebraica triestina costituiscono l'argomento del saggio di Cristiana Facchini "Aspetti della cultura rabbinica a Trieste tra il 1814 ed il 1914": se per quasi tutto l'Ottocento, a differenza di altre zone italiane ed europee, il rabbinato triestino non produsse libri di storiografia o studi di letteratura talmudica di particolare rilievo, tra l'Ottocento e il Novecento la situazione mutò radicalmente, sia grazie all'attività pubblicistica ed editoriale di Dante Lattes, che per l'imposizione - da parte dei governi austriaci - di rabbini provenienti dall'impero austro-ungarico di lingua tedesca, il che immise in Trieste elementi culturali di diversa provenienza, divenendo fonte di conflitti e trasformazioni.
A Gadi Luzzato Voghera, con "'Un certo ché, da noi chiamato anima'. Il catechismo e il culto negli anni dell'emancipazione" dobbiamo ulteriori chiarimenti su come furono affrontati nella Comunità ebraica triestina (anche in rapporto con gli interventi delle autorità austriache) i problemi che nascevano a seguito dell'emancipazione e dalla riforma dell'ebraismo in ambito tedesco, sull'opportunità di conservare o meno l'adozione esclusiva dell'ebraico sia nei riti che nei sussidi didattici destinati all'educazione degli ebrei.
Gli "Aspetti umanitari e scientifici nell'attività professionale dei medici ebrei di Trieste" costituiscono l'argomento del contributo di Loris Premuda che evidenzia l'apporto di ebrei triestini al progresso della medicina, soprattutto nel campo della pediatria.
Segno di questa particolare epoca è anche il Tempio Grande, realizzato su progetto degli architetti Balam padre e figlio, che ebbe il compito di sostituire i precedenti luoghi di culto di rito askenazita e sefardita, divenuti o troppo angusti o non abbastanza rappresentativi. Ce ne parla Lorella Fiorot ne "Il Tempio israelitico di Trieste 1903-1912". Il problema dell'"assenza di un preciso riferimento stilistico capace di connotare la costruzione di templi israelitici" tanto sentito a quell'epoca, è stato risolto, a Trieste come altrove, col ricorso al monumentalismo eclettico; qui si sono ottenuti risultati migliori che altrove, forse, dato che all'adozione di uno stile moresco di maniera si è preferito il ricorso a citazioni più colte e sofisticate e si è riusciti a far svolgere un ruolo suggestivo alla composizione spaziale.
Sempre in ambito culturale, ebrei triestini del tempo si distinsero, per fare solo alcuni esempi, per la loro bibliofilia (vedi "Salvatore Sabbadini: la biblioteca recuperata" di Claudia Morgan), per la cultura letteraria e l'attività giornalistica ("Lettere, studi e letture di Ebrei triestini dell'Ottocento" di Giancarlo Lancellotti e "L'immagine della donna nella narrativa femminile ebraica: Haydèe, Rina Del Prado, Elody Oblath" di Ilona Fried), per l'amore per il teatro ("L'impresario teatrale: Rodolfo Ullmann e il teatro Filodrammatico" di Paolo Quazzolo), per la cultura musicale ("Cultura musicale ebraica nei fondi del Civico Museo Teatrale C.Schmidl di Trieste" di Margherita Canale Degrassi), per la perizia nella nascente arte fotografica ("La perfetta illusione. ottici, fotografi, 'cinematografisti' di Wendy D'Ercole e Cristina D'Osualdo).
Ma soprattutto, all'inizio del nostro secolo, Trieste fu la porta attraverso la quale la psicanalisi fece il suo ingresso in Italia, come ci ricorda Silvio G.Cusin nel suo saggio "La psicanalisi a Trieste" incentrato sull'attività divulgativa e terapeutica di Edoardo Weiss.
La terza sezione del volume riguarda le "Miniere di carbone di famiglie ebraiche nel Carso" (la mostra omonima è stata ospitata nel Civico Museo di Storia Naturale). A questo proposito, il catalogo riporta il saggio di Ruggero Calligari dal titolo "Le miniere di carbone del Carso Triestino": a dare il via agli scavi delle miniere di carbone nella zona di Lipizza furono, alla fine del Settecento, alcuni industriali ebrei che avevano bisogno di carbone per alimentare le caldaie dei loro zuccherifici.
La quarta sezione è dedicata agli "Artisti triestini di origine ebraica", corredo della mostra che era stata allestita presso il Civico Museo Revoltella; tale sezione si giova in particolar modo dell'ottima qualità editoriale del catalogo.
Sono stati selezionati sei pittori triestini di origine ebraica: Isidoro Isaac Moise Grunhut, Arturo Rietti (presentati da Luca Geroni), Gino Parin - al secolo Federico Pollack , Giorgio Settala - al secolo Giorgio Hirsch (presentati da Susanna Gregorat), Vittorio Bolaffio e Arturo Nathan (presentati da Fiorenza De Vecchi). Costoro avevano fatto parte di un elenco, inviato con una lettera che il 9 luglio 1942 il Comune di Trieste aveva indirizzato al Museo Revoltella per certificarne l'appartenenza alla "razza ebraica", "giustificando" con ciò, probabilmente, il divieto di esporre i loro quadri. Ebbero tutti una solida formazione accademica a carattere internazionale. Grunhut, Rietti e Bolaffio testimoniano un solido legame sia con l'arte italiana a loro contemporanea (nella fattispecie, con l'opera di Giovanni Fattori, di cui sia il secondo che il terzo furono allievi, e con la Scapigliatura) che con l'impressionismo francese (soprattutto il secondo); Parin sembra ispirarsi piuttosto a Klimt, Boldrini e Degas, mentre Settala mi ricorda più direttamente l'arte francese tardo-impressionista (e nella fattispecie Pisarro). Alla psicanalisi - che praticò con lo stesso Edoardo Weiss - Nathan deve il carattere onirico e spirituale delle sue opere, che più che metafisiche, appaiono di ispirazione simbolistico-surrealista.
La seconda sezione del catalogo ha per titolo "L'ebraismo di Svevo" e si riferisce alla mostra omonima, che si è potuta visitare presso la Biblioteca Civica. Ne fa parte il saggio di Cristina Benussi "La memoria di Aron. Un'interpretazione di Svevo" di cui mi permetto di segnalare agli studiosi del tema soprattutto (ma non solo, naturalmente) la bibliografia. Qui vengono ripercorsi e discussi i riferimenti che sinora gli studiosi hanno rintracciato nell'opera di Svevo (al secolo Aron Ettore Schmitz) circa le sue origini ebraiche e il suo rapporto tormentato con la religione ebraica, abbandonata per complesse ragioni personali, ma mai misconosciuta.
L'ho lasciata per ultima, perché vorrei farne la conclusione logica di questo mio lavoro, assumendo la vicenda biografica di Svevo come paradigma della complessità quasi paradossale in cui poteva venirsi a trovare a quei tempi un ebreo e, a maggior ragione, un ebreo triestino.
In una città in cui si era favorito in ogni modo l'afflusso di ebrei, poteva capitare, come a Svevo, di venir rifiutati a un colloquio di lavoro perché israeliti. Si poteva essere brillanti imprenditori e intellettuali raffinatissimi e trarre linfa, per l'una e l'altra cosa, dalle tante lingue e culture che a Trieste si intrecciavano (è noto che Svevo iniziò a prendere lezioni di inglese da Joyce perché ne aveva bisogno per condurre i suoi affari). Poteva capitare di essere contemporaneamente cittadini austriaci (come Svevo, che divenne italiano solo nel 1918; durante la guerra la sua cittadinanza austriaca consentì la sopravvivenza della ditta del suocero, fuggito in Italia perché "regnicolo") e irredentisti (Svevo partecipò a una campagna di stampa dell'"Indipendente" contro la minaccia di chiusura, da parte austriaca, del portofranco e contribuì a difendere, con altri giornalisti, quasi esclusivamente ebrei, il giornale dalla censura che ne derivò).
Sono note le circostanze della sua conversione al cattolicesimo: nel 1896 aveva sposato Livia Veneziani, sua cucina di secondo grado, cattolica (uno zio materno di Svevo, Giuseppe, aveva sposato Fanny, madre di Olga, madre di Livia; tale matrimonio, misto, era stato per anni disconosciuto dal Vescovado di Trieste, e fu necessaria una battaglia legale di trent'anni per renderlo legalmente valido). Ritenendo la moglie in pericolo di vita, alle soglie del parto della loro unica figlia Letizia, Svevo si fece battezzare. Spunta qua e là, tra le pieghe dei rari riferimenti autobiografici ad opera dello scrittore riportati dalla Benussi, che suoceri, moglie e figlia (nonché il futuro genero) vivevano con un certo imbarazzo la sua ebraicità. Egli reagiva a tutto ciò con profonda e tagliente ironia, poiché non doveva sfuggirgli il tragico paradosso che l'assimilazione ebraica non aveva debellato affatto l'antisemitismo, anzi l'aveva trasformato, rinfocolandolo.
Morì nel 1926, prima della promulgazione delle leggi razziali; l'8 settembre 1938 il suo busto, collocato nel Giardino pubblico di Trieste, venne divelto, gettato a terra e sfregiato con scritte antisemite.
Il destino, che aveva fatto della sua vita un eterno paradosso iniziò, a questo punto, a giocare anche con le sue ariane consanguinee: "Dopo l'applicazione delle leggi razziali anche Livia, la moglie per la quale Ettore si era fatto cattolico, dovette dimostrare di essere ebrea solo per una parte (37%)" ci ricorda Cristina Benussi: "dopo aver prodotto una serie impressionante di perizie, ricevette una risposta che invece la inchiodava". Ma era oramai prossima la caduta di Mussolini e Livia e sua figlia Letizia, fuggendo in campagna, riuscirono a salvarsi.
Queste ultime righe ci fanno intravedere che anche la "belle époque" triestina, come tutte le cose belle, ha avuto una fine. Rispettiamo l'impostazione che gli ideatori delle mostre e i curatori del catalogo hanno dato alla manifestazione "Shalom Trieste" e restiamo, con loro, sospesi in questa parentesi storica di ottimismo e positività.
Ma per chi avesse la curiosità di conoscere il seguito della vicenda storica della comunità ebraica triestina, rimando - oltre che, naturalmente, alla Storia - a un articolo che ho letto tanti anni fa e che ha lasciato dentro di me un'impronta indelebile: mi riferisco all'accorato "Trieste 1938-1945" di Gemma Volli, contenuto in "Quaderni del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea - Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n.3" del novembre 1963, pagg. 38-50.

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