Non faceva che pensare ai suoi denti. Erano lì da sempre (più o meno) e non ci aveva mai badato più di tanto e invece, adesso, li sfiorava e li risfiorava con la punta della lingua, li passava in rassegna uno ad uno continuamente, cercando di analizzare fin nel minimo dettaglio la sensazione che provava per il semplice fatto di averli in bocca. Quando era bambina - passata la paura che i denti da latte caduti non ricrescessero e che la finestrella davanti non si chiudesse mai, passata l’euforia per i soldini portati di notte dal topolino in cambio del dentino caduto messo a mollo nel bicchiere - era soprattutto suo padre a occuparsi dei suoi denti. Era ossessionato dal desiderio che avesse una dentatura perfetta. Aveva portato l’apparecchio fisso, l’aveva portato per anni.
Quasi ogni settimana, andava, col suo papà, dal dentista, in un grande e silenzioso appartamento dei Parioli. Il suo dentista di allora – di cui aveva ricordato il nome fino a qualche anno prima, ma poi l’aveva irrimediabilmente dimenticato – era anziano e taciturno. Solo una volta il suo papà era riuscito a strappargli un laconico commento sul fatto che era necessario estrarre tutti i denti da latte rimasti prima di procedere alla sistemazione perpetua della dentatura definitiva. I denti erano stati estratti, ma nulla era stato meno definitivo della sua dentatura definitiva.
Il lavoro del dentista, i soldi spesi dal suo papà (sapeva anche esattamente quanto avesse speso, perché una volta, mostrando con orgoglio la sua momentaneamente definitiva dentatura perfetta a un suo amico dottore, lui l’aveva detto; aveva detto: “Mi è costata un milione”, che a quel tempo erano un sacco di soldi) sono stati poi vanificai dalla pressione dei denti del giudizio i quali, non avendo posto per affiorare ma dovendo affiorare ugualmente, avevano prodotto un vero e proprio sconquasso.
Il molare del giudizio in alto a destra, per farsi posto, aveva fatto ruotare di alcuni gradi un incisivo. Quello in alto a sinistra, invece di spingere verso il basso, si era incuneato tra l’osso mascellare e il molare accanto e spingeva in orizzontale, provocandole continue nevralgie. Ma lo sconquasso maggiore lo aveva prodotto il fatto che serrava le mascelle. C’era un tempo in cui viveva in Norvegia e aveva sempre mal di testa e il medico, che aveva capito che si trattava di cefalea censiva, l’aveva mandata dalla fisioterapista. Ricordava ancora, dopo anni, l’espressione di quella donna buonissima, autenticamente preoccupata per lei, che cercava di spigarle, in una lingua straniera, che doveva rilasciare, mollare la mandibola e aprire la bocca, e lei non riusciva a farlo. No way. Era come se avesse paura che dalla sua bocca aperta potesse entrare (o uscire) qualche cosa senza il suo consenso. Dio solo sa cosa.
Teneva sempre le mascelle più o meno serrate, ma progressivamente, durante la notte, il suo serrare i denti si era fatto un vero e proprio digrignare. Di notte i suoi denti facevano rumore.
Il suo dentista di adesso (che era il suo, non è quello dove la portava suo padre, né quello di famiglia: era proprio il dentista suo, scelto da lei dopo attenta riflessione) le aveva detto che i suoi denti erano tutti consumati da questo continuo digrignare. E le gengive ne erano continuamente stressate.
Così, quando il suo papà stava morendo le erano venuti due focolai d’infezione, due ascessi che avevano portato, mal curati (ma non poteva curarli, non aveva tempo, il suo papà stava morendo), alla perdita di due denti.
Uno dei due focolai, dopo l’estrazione del dente (che aveva conservato, ce l’aveva nel cassetto del comodino) era completamente guarito e al posto del dente estratto ne era spuntato un altro.
L’altro focolaio, invece, non ci pensa per niente a guarire.
E le fa sempre male, la gengiva è sempre gonfia e irritata, masticare è una tortura, non è più un movimento automatico, come respirare o camminare. E’ un pungolo continuo. Così una sera, a casa sua, in compagnia di amici, mentre mangiava le noccioline prendendo l’aperitivo, aveva sentito i denti battere e poi sfregare gli uni contro gli altri. E le aveva fatto male.
E la notte aveva sognato che il dente vicino all’ascesso non era più integro, ma era scavato e rimaneva, di lui, soltanto la parte esterna, lo smalto duro e sottile. Passandoci sopra la lingua, nel sogno, aveva avuto la sensazione di sentire qualcosa che, in miniatura, ricordava il Colosseo, o una casa sventrata dai bombardamenti.
Insomma, il suo dentista che era un vecchio amico, non l’aveva visto per più di vent’anni. E poi, dall’inizio di quell’ascesso irriducibile, aveva finito per vederlo almeno una volta al mese. Quella era una delle tante volte in cui si era dovuta sedere e aveva dovuto spalancare la bocca. Dentro c’era di tutto: l’aspiratore per il sangue e la saliva, il trapano che stava bucando per l’ennesima volta lo stesso dente per farne uscire i prodotti dell’infiammazione gengivale, lo specchietto ritorto con cui il dentista seguiva la trapanatura del suo incisivo superiore che, vittima di periodiche pulpiti, era oramai completamente storto. Vedeva armeggiare ma non sentiva dolore; il dentista, poco prima, con iniezioni sapienti quanto dolorose, le aveva anestetizzato l’anestetizzabile.
Nello studio arredato con mobilia professionale degli anni cinquanta e il pavimento di marmo composito color mortadella, il dentista, un uomo non alto, magro, dai capelli neri, la barba incolta nera e gli occhi più neri del nero, dallo sguardo che, a volte faceva l’effetto dei raggi X a volte quello di un raggio laser, armeggiava per l’ennesima volta nella sua bocca. A lei sembrava che si trattenesse a stento dallo sbuffare.
Eppure la accoglieva sempre con un saluto caloroso, cui seguiva un sospiro di rassegnazione: lei portava guai, da sempre. E sapeva che non se la sarebbe levata dai piedi facilmente, perché, dopo aver messo alla prova vari dentisti, alla fine, aveva scelto lui, perché era uno che accettava le sfide. Lui era un duro che gliele aveva sempre cantate chiare, a Cora, non si era mai fatto incantare né dalle sue moine né dalla sua spacconaggine. Le aveva sempre detto quello che pensava, era stato severo, maledettamente severo, e assente, discreto, lontanissimo e vicinissimo, in un modo che apparteneva soltanto a lui. Ma i suoi denti non riusciva a guarirli, erano più forti di qualunque cura. Alla fine glieli aveva dovuti togliere. L’avrebbe mandata volentieri all’ospedale, ma lei aveva detto: non ho tempo per i ricoveri, ho la casa piena di gente, non li posso laciare. E lui glieli aveva tolti in ambulatorio, i denti, ma era stato un massacro, aveva preso un rischio terribile, si era preso una paura del diavolo, e infatti poi glielo aveva detto, con aria seria, solenne: “Giusto perché si trattava di te, non l’avrei fatto per nessun altro”. Al muro erano appesi alla rinfusa i vari diplomi del dottore - accumulati in anni in cui aveva fatto solo quello: aveva fatto il liceo per dentisti, si era laureato in odontoiatria e poi aveva fatto il dentista, per poi dire che “era stato un caso” -, inframmezzati da manifesti di pubblicità di prodotti dentali, le foto dei suoi figli e un disegno dedicatogli dalla figlia piccola che ritraeva una coccinella gigante. Il dottore e la sua giovane assistente, una ragazza semplice e buona che tentava di darsi un’aria da maliarda con i tacchi alti e il trucco pesante, erano impegnati in una delle solite discussioni animate con cui tentavano di distrarre i pazienti perché non pensassero troppo ai loro denti infami.
Quella sera fu l’assistente a iniziare: “Sa dottore, ieri a Sandro gli ho fatto un abbacchio a scottadito che si è leccato i baffi … cioè, non è che Sandro ha i baffi … insomma, era buonissimo e anche mio figlio, che ha quattro anni, è impazzito per le patate … le ha mangiate quasi tutte lui”. “Mmm - aveva risposto il dottore - immagino che le tue quotazioni di moglie e madre siano immediatamente salite…”.”La sento leggermente sarcastico! - aveva ribattuto la giovane donna - Io penso che il cibo sia una forma di amore…”.”Ci sono cose più importanti”, aveva cercato di tagliare corto il dottore. “Ma che dice dottore! Vuole mettere cosa significa stare tutto il giorno a pensare a cosa si cucinerà la sera tornando a casa, progettare nella mente tutti quei pranzetti deliziosi … decidere se si vogliono riproporre i piatti preferiti, o sorprendere con ricette nuove, magari copiate dai giornali … e poi andare a fere la spesa nei posti giusti, che appunto, si scoprono con l’esperienza: perché magari, al mercato, i carciofi sono buoni, ma i pomodori fanno schifo; e allora uno i pomodori li va a compare da qualche altra parte … e magari, il pane sotto casa fa schifo, e allora uno va cercare il pane buono solo per la soddisfazione di sentirsi dire ‘buono, ‘sto pane’…” . “Ci sono cose più importanti” aveva ripetuto, granitico, il dottore.
Se non avesse avuto tutta quella ferraglia in bocca, se avesse potuto parlare, avrebbe detto a quella giovane donna che seguiva tanto alla lettera l’abitudine storica di prender gli uomini per la gola, che anche lei, un tempo, la pensava così.
Aveva conosciuto il marito a poco più di vent’anni e aveva visto cosa gli propinava la madre per cena: minestrina in brodo, wurstel della peggiore marca, purea in busta. Tutte le sere. Tutte le sere che aveva fatto Dio. Uno schifo, una merda. Ma poveraccia: era depressa, aveva sposato un genio, un fanciullone inguaribile che pensava solo ai suoi libri e al successo. E i figli ci andavano di mezzo: trangugiavano in silenzio rassegnato quella mondezza e per giunta, quando avevano finito, dovevano alzarsi da tavola ringraziando, deferenti, per l’ottimo pasto. Il più piccolo, ogni tanto, faceva cadere per terra il piatto della minestra, che si spargeva sul pavimento. La madre si faceva prendere da un attacco isterico e andava a chiudersi in camera sua, e gli altri due figli dovevano raccattare la minestrina dal pavimento, pulire e consolare il piccolo, che, umiliato, rammaricato, a quel punto restava pure senza cena.
Quindi, Cora, quando lo aveva conosciuto, guardava il suo amore trangugiare il cibo buonissimo che lei gli cucinava pensando: “Ti faccio mangiare io, ti faccio vedere io in quanti modi si può manifestare l’amore”.
E l’aveva fatto: era diventata una specie di religione, una disciplina. A un certo punto, quando ancora non erano sposati, Cora aveva ottenuto che lui, tutte le sere, mangiasse a casa sua, e lì giù piatti di fettuccine ai funghi porcini, bucatini all’amatriciana, spaghetti alla carbonara, pasta e fagioli e pasta e ceci inframmezzati da esperimenti di cucina tailandese, per poi rispolverare le ricette della cucina ebraico-romanesca ereditate dalla nonna: i tortiglioni di carne e cipolle, la zuppa di Esaù con lenticchie e cipolle, la frittata di patate e cipolle, le pizzette di pollo e cipolle, tutte le cose che aveva sempre cucinato per suo padre e che suo padre ora non poteva più mangiare, perché non riusciva più a digerire.
Il suo amore le diceva: “Nessuno cucina meglio di te”, e non voleva più andare al ristorante. E ingrassava. Ma lo sapeva benissimo anche lui che c’erano cose più importanti. Il padre di Cora, quando vedeva la quantità di cibo che Cora rovesciava nel piatto del suo amore, sapendo che lui non avrebbe lasciato neanche una briciola (il ché è un pleonasmo, perché lui, quando ti restituisce un piatto vuoto, te lo ridà più pulito di quando lo hai messo a tavola), cercando di mantenere un tono sarcastico (ma si capiva che era veramente preoccupato), commentava: “Lo vò ammazzà!”. Anche il suo papà sapeva che c’era qualcosa più importante del cibo.
Solo Cora non lo sapeva. Ma poi lo aveva capito pure lei, che mentre ascoltava i due battibeccare, pensava tra sé “Vedi, cara giovane assistente del mio dentista, apprendista moglie e madre: ci sono cose più importanti del cibo. Non solo: a volte il cibo può essere pericoloso. Sai, io ora ho la bocca piena di ferraglia, e quando mi sarò ripresa dall’anestesia dovrò scappare a casa di corsa, e voi starete parlando di altro. Ma se potessi parlare, ti racconterei una cosa che mi è capitata. Ho avuto una figlia che a otto mesi ha smesso di crescere perché era allergica a quasi tutti gli alimenti. Io le aveva dato, per otto mesi, del cibo che, invece di nutrirla, l’aveva avvelenata. Ho dovuto aspettare anni, prima che le intolleranze le passassero. Anni di diete che, alla fine, le avevano tolto completamente l’appetito. Darle da mangiare era un’impresa titanica: mangiava volentieri una sola volta alla settimana, quando la portavamo da Mc Donald’s (Dio benedica gli yankees) e lei si piazzava sulla giostrina e, a ogni giro, mandava giù una patatina fritta. Dopo qualche ora, aveva fatto la riserva di cibo che durava fino alla domenica successiva. Ti giuro, giovane donna, che se ce lo fossimo potuto permettere, l’avremmo portata da Mc Donald’s anche tutti i giorni. Oltre alle patatine fritte, mangiava solo altre due cose: le banane (a volte ne mangiava cinque in un giorno) e i wurstel, che però doveva andarsi a prendere da sola, freddi, da dentro il frigorifero. Ogni tanto si riusciva a metterle in mano un biscotto. Ogni tanto, il videoregistratore si rompeva: lo portavamo ad aggiustare e l’omino delle riparazioni ci restituiva anche un sacchettino, con dentro i rimasugli di cibo che, quando non le andavano più, mia figlia ci infilava dentro. A due anni pesava meno di un neonato di dieci mesi. Adesso sta bene, mangia tutto, ma allora i medici la curavano per sospetto diabete, per sospetto nanismo, e le facevano le analisi del sangue ogni settimana. Come vedi, cara assistente del mio dentista, ti assicuro che ha ragione il dottore: ci sono cose più importanti del cibo. Solo che noi non ti diciamo quali sono, perché lo devi scoprire da sola”.
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