martedì 6 febbraio 2007

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

“Che tu sia per me il coltello” di David Grossman è uscito in italiano nel marzo del 1999, edito da Mondadori. Innanzitutto, il titolo fa riferimento a una frase estrapolata da una delle lettere scritte da Kafka a Milena Pollak, sua traduttrice in lingua ceca, con la quale lo scrittore praghese ebbe uno scambio di lettere attraverso le quali nacque un sentimento amoroso, che però non ebbe seguito nella realtà, essendo Milena sposata e non disposta a lasciare il marito. L’epistolario in questione non era nato per essere pubblicato, e in questi casi il pensiero va alla volontà violata dell’autore, che rivela se stesso suo malgrado, che non può correggere, non può autorizzare, ma viene addirittura censurato da altri.
Nel caso del libro di Grossman, la forma intenzionalmente scelta dell’epistolario/fiction serve non solo a creare l’effetto del monologo interiore quasi esclusivamente amoroso, ma anche a dargli un senso particolare di svelamento e denudamento e dell’anima.
La storia inizia il primo aprile di un anno che non sappiamo, nei pressi di Gerusalemme. Un uomo, Yair, vede a un raduno di ex compagni di scuola una donna, Myriam. Costei, a un certo punto, fa un gesto da cui Yair deduce che è infelice, sola, ma ha tanto da dare. E lui ha bisogno di quel tanto. Due giorni dopo inizia a subissarla di lettere che somigliano a un delirio amoroso, scritte in modo complesso e convulso, come chi vuole dire tutto e tutto insieme, e pretende assoluta attenzione e coinvolgimento, e vuole scrivere non solo di sé, ma anche nell’altro, e senza altri elementi che la propria immaginazione, o il proprio trasporto passionale.
Sin dall’inizio Yair pone due condizioni: lui e Myriam non dovranno mai incontrarsi e il loro scambio di lettere, così come ha avuto un inizio, dovrà avere anche una fine. Il loro amore letterario non deve in alcun modo portare ad un rapporto reale o anche soltanto entrare nella vita “vera”. Yair sente di vivere nascosto dietro una serie di maschere, ha rinunciato ad essere autenticamente se stesso per via dell'educazione ricevuta, sa di avere compiuto una scelta matrimoniale che, pur rendendolo, felice, lo impegna in una recita costante. Non si ama, ha paura di deludere Myriam con il suo aspetto fisico, e si rifugia nella scrittura con la quale può permettere al suo io segreto, straripante, autocompiaciuto, di dilagare. Dalle lettere di Yair deduciamo che Myriam (non abbiamo le sue risposte ma soltanto un suo breve diario, iniziato quando Yair smette di scriverle) reagisce innanzitutto non rinunciando mai a chiedere un incontro, e che il loro rapporto diventi reale, diventi una responsabilità; al fuco incontenibile di Yair (“yair”, in ebraico, vuol dire “illuminerà”) Myriam (nome che contiene le lettere della parola “ma’im”, che in ebraico vuol dire “acqua”) risponde con materna pazienza, descrivendosi minuziosamente, descrivendo la sua casa, la sua vita, cercando di essere per lui più reale e presente possibile.
Yair pone fine alla corrispondenza molto prima dell’anno preventivato, appena viene a sapere che Myriam ha cercato di incontrarlo durante un suo breve soggiorno/fuga a Tel Aviv.
Ma alla fine del libro, come in una sorta di appendice, c’è il racconto spezzato, a due voci, reso con brevissime battute dell’uno e dell’altra, del pretesto drammatico creato da Yair per costringersi ad incontrarla. Poco tempo dopo averle detto addio per lettera, infatti, le telefonerà per essere aiutato a risolvere un conflitto violentissimo che si è aperto tra lui, troppo immaturo per saper fare il padre, e il suo figlioletto di cinque anni.
Riesce a spaventare a tal punto Myriam che la donna, resasi in quel momento conto di essere incinta, esce di casa sotto un diluvio torrenziale, sale sulla macchina che non guidava da anni e va da lui per salvare un bambino dall’immaturità di un padre che lei trova riverso in una pozzanghera, oramai totalmente sconfitto, invocante, disperato, il suo nome.
La scrittura di Yair è fortemente caratterizzata in senso letterario: è piena di metafore. Alla fantasia di Yair di denudarsi e correre nudo e libero per i boschi corrisponde la scelta radicale di non avere rapporti diretti con Myriam ma di tentare un denudamento esclusivamente spirituale. All’inizio della loro corrispondenza, infatti, le scrive: “Vorrei che tu capissi, io parlo solo di lettere, davvero, non di incontri. Niente corpo, né carne. Non con te. … Solo parole. Perché tutto si rovinerebbe a tu per tu, scivolerebbe subito su strade note, già percorse”. L’esclusività della forma scritta diventa garanzia dell’unicità del loro rapporto. La scrittura mette al riparo da menzogne “funzionali”: “Quante volte ho abbracciato e baciato … ma senza intenzione?”. Restare estranei è la scommessa per vincere l’estraneità. Con lei Yair vuole “stillare verità” e le dice, citando Kafka : “Voglio che tu sia per me il coltello … un coltello affilato, ma misericordioso – parola tua”. Qui si affaccia per la prima volta il carattere misericordioso dell’amore di Myriam, che nel suo breve diario, a questo proposito, scrive: “Cosa non darei per leggere le lettere perdute di Milena a K. Per vedere cosa gli disse esattamente, con quali parole gli rispose quando lui le scrisse ‘Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso’. Spero che gli abbia risposto subito, con un telegramma, che è proibito a un essere umano accettare di trasformarsi in coltello per un altro”.
Yair e Myriam mi appaiono qui come due possibili raffigurazioni simboliche di due degli attributi divini, la Giustizia e la Misericordia. Ma il senso di giustizia di Yair è limitato dalla sua nevrosi; egli vuole educare il figlio ribelle come lui stesso è stato educato, anche se non con la violenza fisica, come era toccato a lui, ma pur sempre con la violenza psicologica, la punizione, il rifiuto affettivo, la contrapposizione, l’esercizio del potere del più forte sul più debole, che deve imparare a umiliarsi e a <>. Per Myriam tutto questo è impensabile: l’amore misericordioso rende giustizia senza giudicare, ma accogliendo, consolando, abbracciando, avvolge e include tutti, non lascia fuori nessuno: come l’acqua, appunto, di cui è fatta la femminilità di Myriam. E non è escluso che, conoscendo l’impegno di Grossman per la pace tra i due popoli conviventi nella Terra d’Israele, questo libro non sia un suo modo particolare per dire che la sola rivendicazione di giustizia, quando è priva di misericordia, non può portare all’autentica pace.
A parte questa lunga considerazione, in cui, secondo me, risiede la morale metaforica del libro, Grossman ci offre, grazie alla foga immaginifica di Yair, spunti di riflessione su altre metafore, più letterarie. Ne cito solo alcune. Innanzitutto, una metafora cabalista: le lettere delle parole scritte da Myriam “mandano bagliore”. Poi vi è un riferimento al luz, l’osso indistruttibile da cui il corpo sarà ricreato al momento della resurrezione dei morti: Yair pensa che il suo luz sia in Myriam, facendo diventare l’ossicino il luogo più piccolo possibile dell’androginia originaria. Poi c’è l’espressione “trovarsi nel pozzo di Giuseppe”, che ricorre, come sinonimo di depressione. Inoltre, pensare a di Myriam cambia, in Yair, lo schema del tempo, lo rende empatico e circolare, un tempo in cui “ogni momento si trova alla stessa distanza dal centro”. Se Myriam simboleggia la perenne attesa dell’acqua che avvolge, lava, culla e consola, Yair si autodescrive con metafore di luce/buio: la parte che odia di sé la chiama “il suo gemello nero”; nel passato era “un bambino incandescente” che, avendo ricevuto la proibizione di leggere, compra di nascosto “Zorba il Greco” e in un anno lo legge, mangiando le pagine dopo averle lette.
Poi, vi sono delle metafore narrative, quasi delle parabole: i due ciechi che incrociandosi per strada si riconoscono e si abbracciano, essendosi riconosciuti nonostante l’impossibilità di vedersi (a pagina 20); il nano deforme che, perché Yair lo riconosca ad un appuntamento, descrive se stesso dall’abbigliamento (a pagina 35), come se potesse essere caratterizzato meglio da quello che non dal fatto di essere nano, provocando in Yair, impreparato alla sua vista, una reazione panica.
In conclusione, questo libro di Grossman non è di semplice intrattenimento, né di facile lettura; servono delle chiavi ebraiche per capirlo a fondo, perché la morale non è nella storia che racconta (perché di questa possiamo soltanto intuire la conclusione), ma in una vasta serie di spunti di riflessione sulla fenomenologia dei rapporti umani, come quello che può instaurarsi tra uomo e donna, o tra donna e donna, o tra una moglie e un marito (persino con qualche complicazione geometrica, tipo coppie che diventano triangoli veri, presunti o virtuali), o il rapporto tra genitori e figli (anche qui, ci sono quelli naturali, quelli immaginari, quelli “dell’anima”) nei vari stadi dell’età e nelle generazioni. Il tutto è coerente con la complessità di scrittura di Grossman, e ha soprattutto il pregio assoluto di dare forti emozioni e di lasciare un ricordo vivo e ricco di spunti di riflessione.

Nessun commento: