martedì 6 febbraio 2007

Opus Dei (racconto)

Non basta che hai 46 anni e ogni giorno che passa hai sempre più paura di guardarti allo specchio e di scoprire l’ennesima ruga, e se non la vedi pensi che la ruga c’è, sei tu che non la vedi perché ormai non ci vedi neanche più, come ogni volta che ti duole un dente, pensi: è andato, adesso mi dovrò far togliere anche questo … e quindi, vorresti startene in pace, vorresti poter dire: ho già dato, e startene a casa tranquilla a piangere la bellezza perduta e gli uomini mai avuti e che ora, veramente, non avrai mai più … non basta: ti tocca pure, un giorno di ottobre – perché, per tua sfortuna, non lavori e quindi non hai nulla da fare – sentirti chiedere dalla più giovane delle tue figlie, quella che ha quasi quindici anni, di accompagnarla a fare il test attitudinale di giapponese.
Eh sì, perché lei non solo è innamorata di un famoso calciatore giapponese, quello che prima giocava nella Roma e ora gioca nel Parma e segna sempre contro la Juve, ma vuole anche, da grande, diventare disegnatrice di manga, i fumetti giapponesi. In realtà, tu hai cercato di dimenticartene, di quest inopinata richiesta. Lei te l’ha chiesto, tu hai detto di sì, che la saresti andata a prendere a scuola l’indomani all’uscita, e poi te ne sei dimenticata. Per autodifesa. Ed è quasi l’una, hai fame, già ti pregusti un bello spaghetto alla carbonara che ti accingi a cucinarti … Allora lei, che uscendo da scuola non ti vede, capisce al volo, ti chiama col maledetto cellulare e ti dice sta arrivando a casa, devi farti trovare pronta, che non c’è tempo, l’esame è alle 14. Tocca arrivare fino a Via Gramsci, da Prati. Tu pensi che non è un gran problema, basta andare a prendere il tram a Piazza Risorgimento, calcolando la strada da fare a piedi, il tempo dovrebbe bastare. Arraffi qualche pacchetto di Pavesini e ti precipiti fuori, con tua figlia che corre trascinandotisi appresso come il padrone del cane delle barzellette, e arrivi a Piazza Risorgimento.
Qui, vedi la piazza pullulare di pellegrini arrivati soprattutto dalla Spagna per la santificazione di un nuovo Santo, ti fiondi alla fermata del 19 e leggi un bel cartello che dice che, fino alle 15, il capolinea è spostato a Piazzale Flaminio. “Per favore, servirsi della metro”. OK, ti dirigi verso la fermata della metro di Via Ottaviano, e insieme a te un’orda di pellegrini si avvia nella stessa direzione. Scendi giù, fai la fila per comperare altri biglietti perché li hai quasi finiti, e poi aspetti la metro. Intorno a te, un pullulare di pellegrini e tu non capisci perché stiano facendo il tuo stesso percorso, se per caso, dato che passavano per Roma, non si siano tutti iscritti all’esame attitudinale per il corso di giapponese. Come Dio vuole, arriva la metropolitana, due fermate e poi via, a prendere il 19.
Esci su Piazzale Flaminio, il 19 è lì ma non parte prima di venti minuti. E’ troppo, non c’è tempo. Guardi intorno se per caso c’è un taxi libero, ma neanche a parlarne. Con tua figlia – di solito pigrissima - che continua a trascinartisi dietro come il padrone del cane delle barzellette, cominci a correre lungo la Via Flaminia, finché un tassinaro intelligente capisce al volo che sei disperata, ti si ferma alle spalle e tu sali, chiedendo se con i pochi euro che hai in tasca, è in grado di portarti fino a Via Gramsci. Lui dice di sì e rimane lì, assolutamente fermo nell’ingorgo. Tu non ti spieghi perché diavolo ci sia un ingorgo a Via Flaminia a quell’ora. Fai un tentativo di conversazione con tua figlia, per distrarla dici: “Oggi l’unico modo per essere sicuri di arrivare era che ci fosse stato tuo padre con la moto. Ma lui, quando serve, non c’è mai …”. “Infatti!” risponde acidissima lei, e tu eviti di dire altro, per non dare cattivi esempi.
Passa il tempo, il tassametro corre, si arriva al semaforo che permette di svoltare su Piazzale delle Belle Arti, e lì capisci dove tutti i 300 mila pellegrini partiti da Piazza San Pietro alla fine della messa si stiano dirigendo. Sono diretti alla chiesa di Sant’Eugenio, perché lì riposano le spoglie del nuovo Santo.
Ti chiedi come sia possibile fissare un esame alle 14 a Roma (giusto i giapponesi non sapevano che quel giorno sarebbe stato onorato Sant’Escrivà) e però, ora, sei sicura di arrivare in tempo, perché Viale Bruno Buozzi è libero. Fai fermare il taxi, lo paghi (pensavi decisamente peggio, dall’avvento dell’Euro giravano voci suoi prezzi dei taxi da far tremare) e ti avvii con tua figlia, che è riuscita a non scoppiare in lacrime e a non farsi venire una crisi isterica, verso il cancello dell’istituto di cultura italo-giapponese. Come Dio vuole, tua figlia entra: chiedi quanto ti toccherà aspettare prima di rivederla e ti dicono: “Tre ore, ma forse anche due: alle 16 probabilmente, sarà tutto finito”. Allora tu ti dirigi verso un bar, un negozio aperto. Sali verso Viale Parioli.
E arrivi a Piazza Ungheria, vorresti entrare in una farmacia a comperare un paio di occhiali da presbite da tenere sempre in borsa (perché oramai hai capito che la presbiopia non è reversibile e tu non ci vedi proprio più senza occhiali, meglio rassegnarsi), però non hai più soldi. Trovi un bancomat, e fai il tuo bel prelievo. E il bancomat ti mangia la tessera, la inghiotte, la ingoia, la fa sparire, non te le ridà più. Tu non sai che fare: se ti allontani, e nel momento in cui ti allontani quella sputa fuori il bancomat con i soldi? Che succede, qualche passante se li prende? Per fortuna, la banca è aperta, entri e dici: il bancomat mi ha mangiato la tessera. L’impiegato va ad armeggiare con la macchina e poi ti dice “Sa, non sappiamo perché la sua banca le ha ritirato la tessera, però abbiamo una convenzione tra banche ... insomma io non gliela posso ridare … deve farmi arrivare un fax dalla sua banca … trattengo la tessera fino a domani, poi la devo mandare via, le ci vorrà del tempo per riaverla…”.
Accidenti, questa non ci voleva, pensi. Poi, ti ricordi, ovviamente, il motivo per cui hai aperto un conto nella tua banca, in quella e non in un’altra: perché in quella banca ci lavora tua cugina, e la famiglia è l’unica istituzione che funziona, in Italia. Tua cugina miracolosamente è a Roma e non a Sahr am el Sheik né a Nairobi (non ha figli, lei): ti risponde subito al cellulare. Spieghi l’accaduto, dai il numero di fax e il nome dell’impiegato alla cui attenzione la tua banca deve mandare il fax … il tempo di scroccare (visto che non ci sono tabaccai aperti nei paraggi) una sigaretta a un signore uscito dalla banca per fumare e di raccontargli la tua disavventura, che tua cugina di richiama sul cellulare e ti dice “Rientra in banca, è arrivato il fax”. Tu ringrazi, rientri e fai un po’ di anticamera mentre l’impiegato, che oramai deve pensare che sei chissà chi, se sei riuscita a smuovere la tua banca a quella velocità, è molto più rilassato.
Tu ti senti incoraggiata, e fai la spiritosa: “Deve essere stata la mia banca che mi ha voluta punire perché invece di andare a fare il prelievo da loro, a 100 metri da qui, l’ho fatto da voi. Deve essere una nuova forma di fidelizzazione del cliente “. L’impiegato sorride, ti restituisce la tessera, e tu chiedi “Ma il prelievo è avvenuto?”. “No – risponde lui, gentile - se la banca l’ha bloccato, vuol dire che non è avvenuto”. “Allora posso tentare un nuovo prelievo “ azzardi tu, e chiedi “Lei che mi consiglia?” e lui, con uno sguardo che ti fa pensare che ti puoi pure permettere qualche altra ruga, risponde: “Faccia il prelievo, signora. Se il bancomat le trattiene la tessera, questa volta glielo ridò io senza bisogno del fax!”.
Esci, fai il prelievo, va tutto bene, lo comunichi al signore a cui hai scroccato la sigaretta qualche minuto prima e che nel frattempo è uscito a fumarsene un’altra, e ti dirigi verso Viale Bruno Buozzi, a riprenderti tua figlia che già immagini furente per il tuo ritardo, pensando tra te: Dio, come è possibile che una persona totalmente inadatta alla vita abbia avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli, senza pensare che quelli, un giorno, avrebbero deciso di sostenere un test di giapponese il giorno in cui venina santificato Escrivà de Balaguèrre? Così, distratta dai tuoi pensieri sbagli strada, imbocchi una via che ti fa fare un giro molto più lungo. Intanto lo stomaco inizia a borbottare e i tuoi occhi visualizzano un hot dog e le tue narici sentono odore di hot dog, e tu pensi che sarebbe molto più pratico avere voglia di un tramezzino: ma non c’è neanche un bar lungo il percorso, e tu prosegui per la tua strada. Alla fine arrivi e trovi tua figlia intenta a chiacchierare con gli altri reduci del test. Viene via con te subito perché deve ancora fare i compiti, ma ti sgrida: sei arrivata troppo presto, stavo giusto iniziando a discutere di fumetti. Insegui con lei il 628 che dovrebbe riportarti a Piazza Cavour, ma non arrivi in tempo e quello se ne va. Aspetti il successivo, ne arrivano due insieme. Intanto ha iniziato a piovere, e sei senza ombrello. Sali sull’autobus, quando sei quasi alla fine del percorso ti rendi conto che, per la prima volta in vita tua, hai tardato a obliterare il biglietto. Lo obliteri, leggi i numeri sul display della macchinetta, ti appunti tutto e dici: questi me li gioco al Lotto. E quindi scendi a Piazza Cavour, davanti a un cinema che di solito vende hot dog. Ti fiondi dentro, chiedi se si possono mangiare gli hot dog anche quando non si va al cinema. Il barista ride e dice che si, normalmente si può, solo che, per quel giorno, gli hot dog sono finiti e se ne riparla l’indomani. Oramai è una questione di principio: mandi tua figlia a casa prosegui per la macelleria, per comprarti gli hot dog. Con l’agognato cibo nella busta, finalmente capisci che ti stai dirigendo verso casa senza ulteriori imprevisti. Per oggi basta: e domani, si resta tappati in casa.

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