martedì 6 febbraio 2007

I bamabini e le leggi razziali in Italia

Il volume dal titolo "1938. I bambini e le leggi razziali in Italia", pubblicato dalla Giuntina a cura di Bruno Maida, raccoglie gli atti del convegno sullo stesso tema che si è svolto a Torino il 9 novembre 1998. Organizzato dalla Comunità ebraica di Torino e dal Consiglio regionale del Piemonte a sessant’anni dalle leggi razziali, il Convegno ha visto gli interventi di Fabio Levi per l’introduzione, di Bruno Maida sul tema Con occhi di bambini. Il 1938 tra memoria e storiografia; di Daniela Adorni su Il furbissimo giudeo; legislazione razziale e propaganda nella scuola fascista; di Cristina Bonino su La scuola ebraica di Torino, 1938-1943; di Dontella Levi su La psicoanalisi italiana e il trauma dei sopravvissuti. Il caso italiano che non c’è. Il libro contiene anche due sezioni dedicate alle testimonianze, la prima dal titolo I nonni raccontano a cura di Sonia Brunetti e Fabio Levi e la seconda con citazioni da memorialisti come Susetta Ascarelli, Giovanni Finzi Contini, Lia Levi, Elena Ottolenghi, Aldo Zargani.
Il volume, dunque, mette al suo centro “la memoria dei bambini per provare a guardare le leggi razziali, il loro significato e il loro impatto, così come le loro conseguenze attraverso, appunto, occhi di bambini”. Alla riapertura dell’anno scolastico 1938-39, tra gli alunni inquadrati nella Gioventù italiana del Littorio i bambini ebrei non c’erano più. Lo aveva sancito una legge del mese precedente, il Regio decreto legge del 5 settembre 1938, n. 1390, recante Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista in cui, all’articolo 2, è scritto: “Alle scuole di qualsiasi ordine e grado ai cui studi sia riconosciuto effetto legale non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica, a cui seguirono decreti integrativi e circolari esplicative. Lo scopo era quello di formare i futuri cittadini italiani a una cultura della razza, legata alla fierezza nazionale, e stigmatizzare la loro appartenenza alla razza dominate e vittoriosa, quella ariana, la stessa a cui appartenevano i nazisti di Hitler.
Se l’espulsione dalla scuola era il primo abuso, il secondo era costituito da innumerevoli divieti che impedivano ogni normale attività quotidiana volti a opprimere e terrorizzare gli ebrei, e che andavano dal totale isolamento sociale alla quasi impossibilità di lavorare; la terza avrebbe dovuto essere l’imposizione della stella gialla, che però in Italia non fu mai applicata.
Per quanto riguarda la reazione ebraica, ci fu chi ricorse all’insegnamento privato, ma anche chi, grazie alla capacità organizzativa delle comunità maggiori, riuscì ad organizzare scuole ebraiche. Qui gli ebrei italiani, in maggioranza assimilati, iniziarono a riscoprire le loro radici culturali e religiose. Comunque, quello che è stato vissuto come dramma era la propaganda violenta e discriminatoria portata avanti dai mezzi di comunicazione di allora e quindi soprattutto i giornali e l’editoria per adulti e giovani, da cui furono epurati, naturalmente, tutti gli scrittori e giornalisti ebrei, hce iniziarono a ritrarre gli ebrei secondo i più biechi stilemi della vecchia propaganda anti giudaica messa in atto per secoli dalla Chiesa. Particolarmente traumatica era la necessità costante di mentire circa la propria identità, così come lo era il contatto costante con l’ansia degli adulti e la loro disperazione. Interessante a questo proposito è ciò che fa notare …. nell’ultima conferenza: l’Italia è l’unico paese al mondo in cui non siano stati fatti e pubblicanti studi sulle conseguenze psicologiche di questo trauma né in chi l'ha subito direttamente, né nella discendenza, secondo il principio della trasmissione psichica che si verifica anche in assenza di racconti circostanziati.

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