martedì 6 febbraio 2007

volevo solo vivere

Il film "Volevo solo vivere" è stato presentato a Roma in anteprima il 26 gennaio 2006 in occasione della Giornata della Memoria che cade nel giorno successivo. E' il risultato di un lungo lavoro. Alcuni anni fa, infatti, il regista Steven Spielberg, attraverso una Fondazione da lui creata allo scopo, lo Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, ha iniziato a filmare le testimonianze dal vivo degli scampati alla Shoah in 52 Paesi. In Italia, degli intervistatori volontari hanno intervistato 400 persone. Le interviste, che seguivano uno schema prestabilito al fine di renderle il più possibile omogenee a un medesimo filo narrativo (e che ora, nel loro complesso, fanno parte del patrimonio dell'Archivio di Stato) sono state selezionate dal regista Mimmo Calopresti che ha ricavato un documentario della durata di 75 minuti, realizzato grazie al Comune di Roma, a Rai Cinema, alla Gagè Produzioni e alla Wildside Media e prodotto anche, in collaborazione, con Ventura Film, RTSI-Televisione Svizzera, Francesca Alatri e Mel Sembler.
Gli "attori" che raccontano se stessi, sono: Alessandra Bucci, Esterina Calò Di Veroli, Nedo Fiano, Luciana Momigliano Nissim, Liliana Segre, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia, Arminio Wachsberger. Nove cittadini itliani sopravvissuti alla deportazione e alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz.
Nove testimonianze che ci permettono di rivivere nove diverse terribili esperienze.
I filmati, di qualità straordinaria, ripercorrono l'iter di questa immane tragedia collettiva, vera e propria dèbacle delle giustizia, dall'emanazione delle leggi razziali nel 1938, la perdita del tessuto umano di appartenenza (gli amici, i compagni di scuola, i colleghi di lavoro), gli inutili tentavi di fuga, il venire stanati in casa e arrestati, il viaggio nelle tradotte piombate, giorni di pianto preghiere e poi il silenzio della rassegnazione, l'arrivo concitato ad Auschwitz, la selezione con la conseguente separazione delle famiglie (per molti, quasi tutti, quelli furono gli ultimi istanti da dividere con i loro cari), la vita nei campi, la lotta per sopravvivere nonostante tutto intorno parlasse solo e soltanto di morte, lo stupore di sopravivere quando tutti, intorno, morivano.
Eccellente è stata la scelta dei narratori, per l'efficacia, l'eleganza profonda che va oltre la dignità, la sapienza con cui hanno saputo raccontare l'orrore. Bellissima la fotografia delle immagini fisse, attraverso le quali è possibile aggiungere, alle parole, tutta la portata significativa di un'espressività che va dritta al cuore e al cervello perché da lì parte.
Alle immagini girate per il documentario si interpolano quelle girate dagli americani al loro ingresso nel campo il 27 gennaio del '45. Le immagini selezionate per essere inserite nel film sono immagini purtroppo già note, ma essenzializzate fino a divenire rappresentazione poetica, frammentata, degli istanti di una cronologia dell'annientamento. Ogni cosa viene separata dagli esseri, dalle anime di cui fanno parte: gli occhiali tolti e ammucchiati, le scarpe tolte e ammucchiate, i capelli rasati e ammucchiati, le portesi dentarie tolte e ammucchiate, i corpi uccisi e ammucchiati. Ma così tutte insieme, ammucchiate, quelle cose, gli occhiali, le valigie, le scarpe, le protesi, i capelli, i vestiti, non sono più cose morte, inerti, come volevano i nazisti: sono invece un urlo che non smette di lacerare le nostre orecchie e le nostre coscienze, il marchio di un'infamia che nulla, per quanto possa durare il tempo, cancellerà mai.

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