martedì 6 febbraio 2007

“Primo Levi: una memoria ebraica del Novecento”, di Sophie Nezri-Dufour, Firenze, Giuntina,

Questo della Nezri-Dufour su Primo Levi e la memoria è un libro bellissimo, magistralmente concepito e scritto. Si apre con la cronologia, appoggiata agli scritti autobiografici, della riscoperta dell’ebraismo da parte di Levi, contestuale alle vicende che portarono al suo arresto e alla sua prigionia. Il libro prosegue con la descrizione della vita di Levi ad Auschwitz, definita dall’autrice come “esperienza ebraica determinante”. Vediamo in che senso. Nella logica di annientamento nazista, ogni regola etica veniva sovvertita e rovesciata allo scopo di ottenere esattamente il risultato opposto di ciò a cui è volto il sistema di regole etiche, in particolare quelle ebraiche. Il risultato era la contravvenzione sistematica al comandamento “non uccidere” in tutte le sue sfumature. Non solo gli ebrei inabili al lavoro (e quindi non utilizzabili) venivano immediatamente “passati per il camino”, ma i destinati a morire tramite il lavoro venivano degradati prima allo stato di schiavitù, poi allo stato animale e infine ridotti a meri oggetti. Quando non erano più uomini (o almeno, la loro vita, il loro comportamento, potevano far sorgere il dubbio “se” si trattasse ancora di uomini, perché certamente uomini erano, ma erano stati spogliati di qualunque umanità intenzionale), la loro soppressione era solo questione di logica consequenziale: non c’è colpa nel sopprimere una cosa. Scrive infatti la Nezri-Dufour: <<…di fronte alle atrocità alle quali assisteva ogni giorno il deportato non poteva permettersi di lasciarsi invadere dalla tristezza e dalla disperazione senza che gli fossero fatali. Tutto era destinato a umiliarlo e a degradarlo: il viaggio in vagoni bestiame, la disinfezione, la tosatura, il tatuaggio, l’assenza di posate per il rancio; ogni fase dell’annientamento morale messo in atto era destinato a segnare il deportato come una bestia. Come dimostrerà bene Levi, per i nazisti era necessario distruggere l’ebreo in modo esemplare: bisognava prima farlo soffrire, annientarlo intellettualmente e moralmente, poi togliergli ogni virtù e apparenza umana. Diventato un essere assente e totalmente vuoto, doveva essere logicamente distrutto>>[1].
Tutto questo non basta: rimane aperto il problema se sia meglio, in questi casi, venire soppressi prima di morire essendo ancora in vita, o se sia meglio mantenere una possibilità di sopravvivenza, ben sapendo che nulla sarà mai come prima, in quanto si rimarrà per sempre segnati dal rimorso di essere sopravvissuti, senza sapere perché. Per quale merito qualcuno è sopravvissuto e per quale colpa qualcuno è morto? E ci si accorge che a questa domanda nessun uomo può dare una risposta autenticamente morale.
Primo Levi ha dato una spiegazione logica della sua sopravvivenza: sapeva il tedesco, faceva un lavoro utile. Ma di fatto, Levi è sopravvissuto per scrivere. Se non fosse sopravvissuto per ricordare e raccontare, noi non sapremmo le cose che ora sappiamo degli esseri umani, cose che attengono a quell’istintualità distruttiva e autodistruttiva che a volte li pervade e alla quale si è, appunto, cercato di mettere riparo con l’ordine etico. Non sapremmo, se lui non fosse sopravvissuto per raccontarcelo, che: <>
[2]. Ecco perché è stato detto “Amerai il prossimo tuo, che è come te”. Contraddire questo principio è pericoloso tanto da portare alla Shoà.
Un altro passo della Nezri-Dufour ci riporta alla dimensione biblica: <>
[3]. Sembra di leggere un passo di Genesi, in cui si narra della torre di Babele[4]. Gli italiani erano svantaggiati, a causa dell’impossibilità di comunicare e della mancanza di solidarietà. Raccontò Levi <>[5].
Bisognava difendersi dal provare pietà; l’universo concentrazionario obbediva a leggi che sovvertivano quelle che di solito regolano la convivenza civile. La sopravvivenza diventava lo scopo principale dei prigionieri e la logica nazista faceva in modo che si sopravvivesse sempre a scapito di qualcun altro: perché si aveva avuto più pane, o meno percosse. Ma anche la sopravvivenza era un falso scopo e questa è la beffa più atroce.
Primo Levi riuscì a sopravvivere grazie al valore aggiunto della chiarezza con cui comprese che l’universo concentrazionario non era stato il frutto di una follia collettiva, ma una lucida programmazione scientifica. Ciò gli permise di decifrarlo, di comprenderlo dall’interno. E quindi, di trovare la forza di sopravvivere, per raccontare qualche cosa di enorme e sconvolgente, ma di cui egli aveva raggiunto una comprensione anche dovuta al talento di chi è già scrittore e sa osservare, perché prima o poi si siederà alla scrivania e comincerà a scrivere.
In Auschwitz, Primo Levi individua un universo ebraico, fa notare la Nezri-Dufour, fatto di personaggi come il cantore di melodie yiddish Wachsmann che sembra uscito direttamente da un quadro di Chagall, o della piccola Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi, morta a tre anni, la cui sorte ripete quella dei figli degli schivi ebrei in Egitto. Questo se volgiamo limitaci a menzionare figure isolate, ma nel mondo leviano incontriamo anche l’universo ancestrale degli ebrei piemontesi, una visione mitica dell’universo askenazita, una visione attualizzata dei miti biblici.
Ad esempio, fa notare l’autrice, la deportazione e il genocidio possono rievocare il Tohu-va-Bohu, il Diluvio, l’Esilio, la Schiavitù; la liberazione di Aschwitz una nuova uscita dall’Egitto; la traversata del deserto riecheggia nell’utopia della Terra Promessa, che sia essa la casa, l’Italia o la Palestina. Quello che conta, però, è che la scrittura di Levi non è mai mero racconto “realista”, ma opera letteraria e poetica consapevole che va a riallacciarsi ad archetipi letterari condivisi, per evitare di farsi mera descrizione dell’orrore. Quest’ultima sarebbe risultata estranea, ripugnante al lettore e ne avrebbe bloccata la disponibilità alla condivisione del messaggio che Levi affida alla sua scrittura.
Faccio solo una leggera forzatura a quanto afferma la Nezri-Dufour (che va molto vicino a sostenere altrettanto) se dico che, a mio avviso, il messaggio che Levi affida alla sua scrittura è il seguente: se è pleonastico dire che lo scrittore vive per scrivere (è già scrittore prima di scrivere, il suo occhio, il suo sguardo, sono quello dello scrittore prima, ben prima della provocazione che farà scaturire l’atto dello scrivere), è però meno pleonastico affermare che ricordare è il contrario di dimenticare, soprattutto quando poi si sente la necessità di condividere l’atto di ricordare, racchiudendolo in una forma che è artistica e che va ben oltre la cronaca o la memoria. In questo modo, lo si valorizza e gli si fa assumere un rilievo universale. Per assicurargli una trasmissibilità eterna.
Ora, indipendentemente da tutte le forme che assume, qual è il messaggio ultimo di Levi? A mio avviso, che non c’è sollievo nel sopravvivere all’abisso, perché la durata della vita coincide con la durata dell’abisso e questo è perpetuato dalla memoria, che è fissata dalla scrittura. La scrittura di uno scrittore, io credo, non è mai terapia, perché sarebbe finalizzata a qualche cosa di egoistico e soggettivo, attitudine dalla quale risulterebbe irrimediabilmente limitata e, perciò, condivisibile solo da pochi.
L’opera di Levi nasce dal suo essere prima scrittore e solo poi sopravvissuto e infine testimone. Perciò ne La chiave a stella ha saputo racchiudere una magistrale metafora della vita vista come sforzo di elevarsi costruendo ponti sull’abisso sotteso a ogni vita.
Esperire l’abisso trasforma, al di là di ogni apparenza, la vita in non-vita.
I salvati sono salvi solo in apparenza: sono sommersi “in vita” ma si tratta di vite la cui sostanza è la sommersione, una sommersione che dura tutta la vita. Non si sopravvive ad Auschwitz neanche da vivi. La comprensione di ciò che è accaduto ad Auschwitz è come la testa della Medusa, trasforma gli esseri umani in statue di pietra. Per tale ragione Se questo è un uomo ha tanto spaventato lettori e recensori quando è apparso, seppure tardivamente, nel panorama letterario italiano. Ecco cosa c’era di “scomodo” nel narrare di Levi. Scrive la Nezri-Dufour: <>
[6].
Essere Altro – narrare di cosa significa essere “l’Altro” - è ciò a cui prepara l’esperienza ebraico-diasporica dell’”ibrido”. La Nezri-Dufour ricorda che, nel corso di un’intervista, Levi affermò: <>
[7].
L’ebreo diasporico è scisso: se è religioso, lo è perché sta lontano da Gerusalemme; se è laico, lo è perché sta con un piede fuori dall’ebraismo; ma se, in quest’ultimo caso, pensa di essere uscito dalla scissione, di essersi lasciato la sua contraddizione alle spalle, ecco che arriva Auschwitz e l’ebreo diaporico – religioso e non - viene messo di fronte al fatto che dalla scissione non si esce, né con un atto di volontà, né con un atto di non volontà. Concludiamo con la Nezri-Dufour: <>
[8]. Ecco, io toglierei il “paradossalmente” (perché il paradosso c’è già prima, c’è già comunque: è nella vita che deve trasformarsi in morte), per dare tutta quanta la dimensione del monito leviano a tutti gli uomini della terra: l’ebreo è la metafora della condizione umana, solo che c’è un tipo di ebreo che lo sa - e non soltanto perché si chiama Franz Kafka o Italo Svevo e l’ha intuito grazie al genio dell’artista - ma perché ha avuto modo di constatarlo personalmente: l’ha visto ad Auschwitz.



[1] Vedi Sophie Nezri-Dufour, Primo Levi: una memoria ebraica del Novecento, Firenze, Giuntina, 2002, pag.46
[2] Ibidem pag. 47; si tratta di una citazione tratta da Primo Levi, <> in La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla, Milano, Franco Angeli, 1986, pp. 190-191
[3] Ibidem, pag.48
[4] cfr. Ibidem, pag 205
[5] Ibide, pagg. 48-49, è una citazione tratta da Ferdiando Camon, Conversazione con Primo Levi, Milano, Garzanti, 1991, pag.29
[6] Ibidem, pagg. 173-174
[7] Ibide, pag 177, è una citazione da Giovanni Pacchioni, <>, Il Globo, 13/07/1982
[8] Ibidem, pag 179

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