“In questo momento, segnato da una catastrofe mondiale che nella vita e nel sapere ha condotto l’umanità sulla soglia del suicidio, un esame approfondito del destino e del problema del popolo ebraico non può essere nulla più che un tentativo molto modesto: un tentativo che si può azzardare solo perché un punto d’approccio al problema si offre dentro la catastrofe stessa che, con il più violento culmine di odio per gli ebrei in tutti i tempi, rappresenta il crollo di ogni umanità e umanitarismo nel mondo occidentale. Di fronte a questo evento, ogni parola è troppo poco e insieme troppo: sua verità è solo il grido dalle afone profondità dell’esistenza umana. E’ perciò il libro di Giobbe quello da cui si intraprende il tentativo di fornire una interpretazione di tale evento”.
Inizia così l’introduzione che la stessa Margerete Susman scrisse per il suo Il Libro di Giobbe e il destino del popolo ebraico, che fu dato alle stampe a Zurigo nel 1946. Pittrice, poetessa e filosofa, la Susman era nata ad Amburgo nel 1872, trascorse infanzia e giovinezza a Zurigo, dove emigrò definitivamente nel 1933 e dove morì, nel 1966.
Per la Susman, Giobbe rappresenta il prototipo del sofferente incolpevole che disperato si interroga sulla giustizia divina, mentre il destino del popolo ebraico perseguitato e sterminato dimostra che la legge divina è uscita dalla vita degli uomini, e l’ha lasciata priva di senso, immersa in un senso di colpa che permea tutta l’esistenza. Il parallelo da lei stabilito non può che farle porre, a proposito del destino del popolo ebraico, le stesse domande, più o meno, che si pone Giobbe di fronte al suo destino: perché Dio lo colpisce così rovinosamente, apparentemente senza ragione? E’ una punizione per qualche omissione di cui non si è reso conto, è un modo di mettere alla prova la sua fede o è un puro esercizio di onnipotenza? Ma è lecito interrogarsi sul comportamento di Dio? Possiamo presupporre, nella nostra vita tanto breve, di poterlo interpretare? La Susman prende in esame la peculiarità del destino ebraico per affermare che, certamente, il popolo ebraico non è il solo ad aver sofferto, ma il suo essere “piccolo, disperso, totalmente irrilevante per il mondo dei popoli perché privo di forma e di potenza politiche” lo rende “in modo chiaramente visibile, e al tempo stesso sommamente misterioso, centro degli odierni eventi mondiali” facendone “proprio il punto su cui la potenza oscura ha messo il dito per porre in atto, a partire dalla dissoluzione di questo minuscolo nucleo, la dissoluzione del mondo dei popoli e di tutto l'umano in genere". Quindi, per la Susman, il progetto di sterminio messo in atto contro il popolo ebraico corrisponde a una strategia di distruzione e di autodistruzione dell’umanità, quasi questa fosse composta da strati di cui l’ebraismo è il nucleo, in quanto primo tra i popoli ad accettare il Patto tra Dio e l’umanità. E l’umanità non è grata di questo agli ebrei: “nell’aver (gli ebrei) accolto la legge, prende l’avvio, ben discosto dalla consapevolezza degli uomini, tutta l’ostilità contro Israele”. Uno dei perni della legge è quello su cui si basa l’obbligo di difendere il debole, obbligo che si contrappone alla cosiddetta “legge di natura”.
E qui sentiamo, nell’autrice, tutta l’amarezza degli ebrei (soprattutto gli ebrei tedeschi, che tanto avevano amato la cultura tedesca e che ritenevano di aver dato un notevole contributo alla sua grandezza), e tutto il loro senso di smarrimento di fronte alla totale assurdità della Shoah, che quasi li spingeva a chiedersi se, e in che misura, avessero essi stessi contribuito a creare la cultura che l’aveva generata, se non fossero stati abbastanza accorti nel percepirla e nel denunciarla, e ancora si intestardivano a cercare di capire se vi fosse un possibile nesso tra colpa e destino del loro popolo, di fronte a un comportamento che non poteva (non può) essere intelligibile, tanto è irrazionale nella sostanza (quanto razionale nella realizzazione).
Fin a dove risale la colpa ebraica? Certo, è una colpa vivere da dispersi tra gi altri popoli: distinguendosi, si può passare da provocatori; non distinguendosi abbastanza si può passare da parassiti e da orditori di complotti. Certo, è stato imprudente accettare la Legge e promettere di osservarla anche a nome degli altri. Certo, è stata una colpa mangiare il frutto e provocare l’uscita dell’umanità dall’Eden. Se non si prende in esame il ritorno a Sion, riparando alla condizione di esiliati (perché si riconosce all’esilio, al vivere in mezzo agli altri, nonostante i rischi, una funzione pedagogica), al popolo ebraico non resta altro da fare se non parlare con Dio, invece che parlare di Dio, per trovare la forza di seguitare ad assumersi il suo compito, che per la Susman, ha un fine etico e filosofico insieme: “Perciò il destino del polo ebraico è ogni volta un nuovo venir-scaraventato ai limiti, a partire dai quali, nella lotta per la sua vita, deve necessariamente lottare per il senso di ogni vita. E con ciò, la forza che non lascia perire questo popolo, che sempre di nuovo lo costringe a vivere, si rivela essere l’opposto della forza vitale naturale; si rivela invece come la forza dell’ultima verità, nascosta nell’essere come pensiero, di cui la perdizione e la morte hanno avuto sentore. Solo ai limiti della vita e del poter-vivere sgorga la fonte di questa verità; solo dai limiti il popolo ebraico riceve la sua inaudita forza di vivere e di sopportare. E questo fluisce a lui dalla sua origine”.
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