E infatti Enzo, dopo la laurea in filosofia, segue i propri ideali sionisti, emigra in Palestina, fonda un kibbutz in cui lavora come bracciante, e lì attende l’arrivo del fratello minore.
Questi, però, nel frattempo, si è avvicinato agli ambienti comunisti; viene arresto nel 1930 e condannato a 15 anni di carcere. Uscirà di prigione nel 1935, si rifugerà a Parigi per divenire uno dei dirigenti, all’estero, del Pci.
Quindi Enzo, dopo aver coordinato, con viaggi in Europa e Usa, l’emigrazione ebraica in Palestina, ed essersi spostato, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, in Egitto – dove organizza la propaganda antifascista dei prigionieri italiani – si fa paracadutare, nel 1944, nei pressi di Firenze per partecipare alla Resistenza. Viene arrestato e incarcerato dai nazisti, riconosciuto come ebreo, deportato a Dachau e qui assassinato nel novembre 1944.
Emilio, diventato un noto studioso di storia agraria, nel dopoguerra sarà ministro del II e del III governo De Gasperi.
Lo scambio di lettere tra i due fratelli e i loro familiari, raccolto sotto il titolo “Politica e utopia” e pubblicato da La Nuova Italia nel 2000, a cura di David Bidussa e Maria Grazia Meriggi, termina nel gennaio del 1943. Si tratta, per la maggior parte, di lettere di Emilio e di sua moglie Xenia a Enzo e alla moglie di questi, Ada, documenti ritrovati da Jacov Viterbo nell’ambito della riorganizzazione, da egli curata, dell’archivio del kibbutz Ghivat Brenner, fondato da Enzo Sereni. Il carteggio - la cui pubblicazione ha certamente un grandissimo valore documentale - contiene una notevole messe di informazioni sull’epoca storica, sulla cultura politica ed ebraica dei due fratelli, sui loro legami familiari.
Si tratta non soltanto della testimonianza di una storia umana che consiste nelle vicissitudini di un legame fraterno, ma di due esempi di possibili interpretazioni della Storia, così come la concepirono le ideologie sionista e comunista. Queste rappresentarono, nel caso dei fratelli Sereni, sia il modo di vivere le diverse utopie politiche in cui decisero di credere fino in fondo, che la necessità di reagire alla sfida antifascista e antinazista: alla stessa utopia - quella che deve dare vita a una società giusta, che, ai loro tempi, più che un’utopia era un’emergenza storica – i due fratelli Sereni diedero due risposte diverse: una portava a compimento gli ideali del Risorgimento ebraico, l’altra confluiva nell’ambito dell’ortodossia marxista internazionale.
Grazie al lavoro dei curatori, è possibile decifrare i tanti riferimenti personali, quasi intimi, inerenti al lessico familiare dei Sereni ma anche inquadrare le problematiche, affrontate, della Macro-storia.
David Bidussa si occupa soprattutto, nella sua ampia e specialistica introduzione, di spiegare in quale ambito ebraico romano si fossero formati i fratelli Sereni. Si trattava di una famiglia di ebrei colti, appartenenti alla borghesia benestante. Il padre Samuele, era medico di Casa Savoia, ma era anche il medico degli artigiani e degli operai romani; la madre, Alfonsa, era una Pontecorvo di Pisa; alla cerchia familiare appartenevano Eugenio Colorni, Tullio Ascarelli, Nello e Carlo Rosselli, Eugenio Artom, Max Ascoli, Manlio Rossi Doria. Essi facevano quindi parte, per la cultura e per le passioni, della generazione che si formò negli anni Venti sotto l’influsso dell’antifascismo.
L’epistolario ci restituisce un conflitto che divise due fratelli, ma che potrebbe benissimo simboleggiare il conflitto interno a un’unica coscienza, il necessario dibattito interno a qualunque anima che si accinge a prendere una decisione per la vita.
E’ come se ciascuno dei fratelli avesse visto il limite del progetto politico dell’altro: l’irrigidimento dogmatico dell’Unione sovietica rilevato da Enzo si bilancia, in Emilio, nell’individuazione dei rischi di una degenerazione nazionalistica dello Stato ebraico.
Comunque, Emilio rimase sionista nel proseguire a considerare gli ebrei come popolo e la priorità di Enzo rimase sempre quella di costruire, in Erez Israel, uno stato democratico, e non certo uno Stato che rischiasse la deriva nazionalista. Enzo, a sua volta, negli articoli pubblicati dal Corriere d’Italia (giornale di orientamento azionista pubblicato in Egitto a partire dal 1941) aveva apprezzato il ruolo dell’URSS nella guerra antinazista ed Emilio aveva conservato un’autonomia di giudizio teorico per quanto riguarda i temi di cui era specialista (il marxismo applicato alla questione meridionale e alla formazione del capitalismo nelle campagne) che lo fece allontanare per qualche tempo dal gruppo dirigente del Pci (1937/38).
La questione che li divise è eminentemente politica e consiste nel decidere se il socialismo fosse realizzabile attraverso il kibbutz o se dovesse basarsi sulla lotta di classe internazionale.
Nel leggere le lettere mi è sembrato di poter individuare alcuni punti di svolta di questa vicenda umana e politica: in una lettera spedita il 4 febbraio del 1929 da Portici alla cognata Ada, moglie di Enzo, Xenia Sereni, a proposito del suo mutato sentire nei riguardi del sionismo e del conseguente avvicinamento al comunismo, scrive: <<… il primo, cioè il sionismo, mi ha lasciato così com’ero, annaspando nelle tenebre senza un briciolo di terra ferma sotto i piedi; il secondo mi ha dato una base solida per tutta la vita. La grande differenza per me è che non è un’idea che oggi può sembrarmi bella e alla quale vedrei quindi giusto conformare la mia vita; ma un insieme di deduzioni logiche che, una volta capite, ti fanno vedere la vita da un punto di vista completamente differente, dandoti una posizione netta e conseguente di fronte alle più piccole cose>>.
A questo, abbiamo una riposta indiretta di Enzo che parte il 30 gennaio del 1933: il focolare ebraico in Palestina non è ancora Stato Ebraico, ma è in pieno sviluppo. Scrive Enzo: <
In una lunga lettera da Parigi del 18 aprile del 1937, Emilio dà la sua versione, eminentemente politica, di ciò che lo oppone al fratello. Entrambi scoprono di non capire la reciproca “psicologia”: Enzo non capisce perché il comunismo internazionale stia entrando in rotta di collisione con la socialdemocrazia, Emilio gli spiega che ciò è dovuto al mutamento delle circostanze storiche. A sua volta, afferma di non capire come sia possibile immaginare una collaborazione tra arabi ed ebrei in Palestina, che per Emilio sono nemici di classe, quindi irriducibili. Enzo doveva avergli inviato un volume di scritti vari sull’argomento, ed Emilio commenta: <<>> E conclude: <
Dopo queste disquisizioni, si torna alla vita reale: l’Italia aderisce alla legislazione razzista tedesca, i Sereni si scambiano informazioni su come tentare di mettere in salvo i beni di famiglia, su come e dove fuggire …
Chiude l’epistolario Enzo con sue lettere spedite al kibbutz. In una, scrive di aver saputo dagli annunci mortuari di un quotidiano della morte di un congiunto. In un’altra, chiede <
1 commento:
vedo questo articolo dopo anni e devo dire che è uno di quelli che meglio hanno colto la portata vasta e universale di quel'epistolario
ho cueato le note e sono contenta che il mio lavoro sia stato utile... maria grazia meriggi
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