martedì 6 febbraio 2007

Primo Levi, testimone e scrittore di storia – a cura di Paolo Momigliano Levi e Rosanna Gorris, Giuntina, 1999

Questo volume raccoglie gli atti del convegno “Giornate di studio in ricordo di Primo Levi”, che ha avuto luogo a Saint-Vincent il 15 e 16 ottobre 1997. E’ aperto da un bel saggio di Stewart Wolfe che si intitola Il senso della storia per Primo Levi, che l’autore vede espresso in tre polarità: “l’esperienza di Auschwitz, la voglia di narrare, e il mestiere di chimico”. Non la storia in senso tecnico, quindi, riveste un interesse per Primo Levi, ma la narrazione, la scrittura e la chimica, quest’ultima come serbatoio di metafore letterarie e possibile matrice di una lettura scientifica del reale. Infatti, Wolfe parla di un senso della storia su tre livelli: uso della storia come scienza sociale (antropologia); senso epico della storia (le storie che racconta si inseriscono nella storia dell’umanità, che è storia biblica e mitologia classica); storia come testimonianza che, nel suo caso, è la testimonianza diretta del “nodo centrale della storia europea di questo secolo”. Sappiamo che, per Primo Levi, la testimonianza è stata vissuta come un dovere, in quanto unica possibilità che l’orrore, proprio perché non più dimenticabile, non si ripeta. E’ per questo che il pudore iniziale ha lasciato posto alla lotta contro l’oblio, prima, e il revisionismo, poi. La testimonianza deve perciò essere credibile, mai ingannevole, e filtrata da una conoscenza approfondita del fenomeno. Non è mai puramente descritta. “Lo scopo della memoria non è quello di metabolizzare un evento del passato trasformandolo in una tradizione consolatoria, ma di turbare deliberatamente per non dimenticare, di risvegliare e tenere vivo il senso di responsabilità”. Quindi la storia è già metastoria. Dice infatti Wolfe: “La visione della storia per Levi è in molti sensi più penetrante ed originale di quella degli storici contemporanei di professione”.
Paolo Momigliano Levi racconta del rapporto travagliato che Primo Levi ebbe con la Resistenza. Cita la risposta, negativa, che Primo Levi gli diede a seguito di un invito, nel 1980, a ricordare l’esperienza partigiana, descrivendola come il periodo “più opaco della sua carriera”, e rimanda chi ne fosse comunque incuriosito a rileggersi il titolo del libro Il sistema periodico. Dall’antifascismo passivo dovuto all’educazione familiare, Primo Levi, ricorda Momigliano, passò alla presa di coscienza della stupidità del regime fascista, rivelatasi con l’emanazione delle leggi razziali, e alla definitiva ribellione, con la fuga tra le montagne della Val d’Aosta dopo l’Armistizio, a cui dopo circa due mesi seguì il suo arresto. Levi, nei ricordi, si è mostrato critico nei confronti del gruppo partigiano a cui apparteneva perché non era affatto certo che fosse lecito farsi giustizia da sé, e perfino dell’atto stesso di prendere le armi. Primo Levi, più che alla rivolta violenta, credeva nella costruzione di una società in cui fossero “la ragione e le leggi a risolvere i conflitti in forma non violenta”.
Federico Cereja è intervenuto sul tema Primo Levi e la costruzione della memoria storica: si inizia a narrare per non soccombere al silenzio, al timore di non essere creduti, al senso di colpa per essere sopravvissuti laddove tanti sono morti e per evitare che in mancanza di testimonianze rese, prendessero il sopravvento l’oblio e il revisionismo. Levi iniziò a narrare subito dopo la fine della prigionia, componendo una poesia che somiglia a una preghiera rivolta agli uomini per interrogare Dio: “meditate che questo è stato”. Lo shemà, il comandamento dell’ascolto, diventa sforzo meditativo. Ma per poter meditare su “questo”, gli uomini devono sapere, appunto, di che si è trattato. E’ il compito del testimone, dare agli uomini materia per riflettere. La testimonianza di Levi, più di ogni altra, è levigata, studiata, misurata, nella forma e nei contenuti.
La raccolta di Atti prosegue, poi, con un duetto tra Cesare Cases e Alberto Cavaglion, che nulla ha a che vedere con la vita e l’opera di Primo Levi, che vede Cases attaccare Cavaglion per aver scritto l’introduzione a La specie umana di Antelme (che Cases ritiene venisse, in tal modo, esaltato per far concorrenza a Se questo è un uomo) dietro la spinta di un “gruppo di potere” di critici ed editori filofrancesi che Cavaglion avrebbe inteso, così, compiacere. Cavaglion si difende dall’accusa accusando, a sua volta, la critica letteraria universitaria, di cui evidentemente ritiene Cases un rappresentante, di essersi accorta della genialità di Primo Levi fuori tempo massimo.
La prolusione di Danielle Camilleri, in francese, riguarda: Scrittura e responsabilità: Giorgio Bassani e Primo Levi. Qui vengono messi in parallelo i primi tentativi letterari dei due scrittori, le loro storie personali e il loro rapporto con l’ebraismo, segnato dalle leggi razziali del ’38. Rispetto a questo perentorio richiamo a un’identità ebraica vissuta, come molti altri ebrei italiani, da “assimilati”, la Camilleri afferma: “per i due autori la messa per iscritto dell’offesa non equivale solamente a una liberazione personale a mezzo delle parole. Per la persistenza dei loro discorsi ripetuti nel tempo, i testi di Bassani e Levi sembrano nascere da una rivolta repressa contro l’ingiustizia e vogliono affermarsi come deposizioni storiche, anche se le strategie messe in opera si dispiegano a partire da scelte differenti: la fiction romanzesca per l’uno, il resoconto preciso e lucido per l’altro”. I valori implicati sono, per l’autrice, identici anche se espressi attraverso vissuti differenti. I destini di Levi e Bassani si biforcano nel ’43, quando Bassani, arrestato e imprigionato tra maggio e luglio, è liberato il 26 luglio nel caos seguito alla caduta del regime fascista e all’arresto di Mussolini, mentre Primo Levi fu arrestato tra le montagne Valdostane e deportato ad Auschwitz. Ma in ogni caso, tenute ferme le differenze, i loro testi, dice la Camilleri: “declinano, allo stesso tempo, le loro funzioni poetiche, informative ed educative, in un atto di responsabilità che vuole risvegliare le coscienze ed annullare il sonno dell’oblio”.
Il volume si chiude con una serie di testimonianze e documenti: Eugenio Gentili Tedeschi ha ritracciato i luoghi della Valle d’Aosta ricordati da Primo Levi ne Il sistema periodico; Aldo Macati, livornese, che fu deportato ad Auschwitz nello stesso convoglio di Primo Levi, affida alle pagine di questo volume un breve, efficace, commosso, commovente e sobrio ricordo personale; infine, Italo Tibaldi ricostruisce, in modo dettagliato, le fasi del trasporto di Primo Levi e dei suoi compagni di prigionia da Fossoli ad Auschwitz (22-26 febbraio 1944). Dice Tibaldi: “Primo aveva già ricostruito e scritto un elenco dei deportati…annotando a fondo pagina: ‘i nomi chiusi in rettangolo appartengono a sopravvissuti’”. Il documento, autografo, che il volume riproduce in appendice, contiene il nome dello stesso Primo Levi, contornato, appunto, dal rettangolo della sopravvivenza. In appendice è riprodotto, inoltre, l’elenco dei deportati sopravvissuti e di quelli uccisi: su 490 identificati, 466 furono i sommersi, 24 i salvati.

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