martedì 6 febbraio 2007

Opus Dei (racconto)

Non basta che hai 46 anni e ogni giorno che passa hai sempre più paura di guardarti allo specchio e di scoprire l’ennesima ruga, e se non la vedi pensi che la ruga c’è, sei tu che non la vedi perché ormai non ci vedi neanche più, come ogni volta che ti duole un dente, pensi: è andato, adesso mi dovrò far togliere anche questo … e quindi, vorresti startene in pace, vorresti poter dire: ho già dato, e startene a casa tranquilla a piangere la bellezza perduta e gli uomini mai avuti e che ora, veramente, non avrai mai più … non basta: ti tocca pure, un giorno di ottobre – perché, per tua sfortuna, non lavori e quindi non hai nulla da fare – sentirti chiedere dalla più giovane delle tue figlie, quella che ha quasi quindici anni, di accompagnarla a fare il test attitudinale di giapponese.
Eh sì, perché lei non solo è innamorata di un famoso calciatore giapponese, quello che prima giocava nella Roma e ora gioca nel Parma e segna sempre contro la Juve, ma vuole anche, da grande, diventare disegnatrice di manga, i fumetti giapponesi. In realtà, tu hai cercato di dimenticartene, di quest inopinata richiesta. Lei te l’ha chiesto, tu hai detto di sì, che la saresti andata a prendere a scuola l’indomani all’uscita, e poi te ne sei dimenticata. Per autodifesa. Ed è quasi l’una, hai fame, già ti pregusti un bello spaghetto alla carbonara che ti accingi a cucinarti … Allora lei, che uscendo da scuola non ti vede, capisce al volo, ti chiama col maledetto cellulare e ti dice sta arrivando a casa, devi farti trovare pronta, che non c’è tempo, l’esame è alle 14. Tocca arrivare fino a Via Gramsci, da Prati. Tu pensi che non è un gran problema, basta andare a prendere il tram a Piazza Risorgimento, calcolando la strada da fare a piedi, il tempo dovrebbe bastare. Arraffi qualche pacchetto di Pavesini e ti precipiti fuori, con tua figlia che corre trascinandotisi appresso come il padrone del cane delle barzellette, e arrivi a Piazza Risorgimento.
Qui, vedi la piazza pullulare di pellegrini arrivati soprattutto dalla Spagna per la santificazione di un nuovo Santo, ti fiondi alla fermata del 19 e leggi un bel cartello che dice che, fino alle 15, il capolinea è spostato a Piazzale Flaminio. “Per favore, servirsi della metro”. OK, ti dirigi verso la fermata della metro di Via Ottaviano, e insieme a te un’orda di pellegrini si avvia nella stessa direzione. Scendi giù, fai la fila per comperare altri biglietti perché li hai quasi finiti, e poi aspetti la metro. Intorno a te, un pullulare di pellegrini e tu non capisci perché stiano facendo il tuo stesso percorso, se per caso, dato che passavano per Roma, non si siano tutti iscritti all’esame attitudinale per il corso di giapponese. Come Dio vuole, arriva la metropolitana, due fermate e poi via, a prendere il 19.
Esci su Piazzale Flaminio, il 19 è lì ma non parte prima di venti minuti. E’ troppo, non c’è tempo. Guardi intorno se per caso c’è un taxi libero, ma neanche a parlarne. Con tua figlia – di solito pigrissima - che continua a trascinartisi dietro come il padrone del cane delle barzellette, cominci a correre lungo la Via Flaminia, finché un tassinaro intelligente capisce al volo che sei disperata, ti si ferma alle spalle e tu sali, chiedendo se con i pochi euro che hai in tasca, è in grado di portarti fino a Via Gramsci. Lui dice di sì e rimane lì, assolutamente fermo nell’ingorgo. Tu non ti spieghi perché diavolo ci sia un ingorgo a Via Flaminia a quell’ora. Fai un tentativo di conversazione con tua figlia, per distrarla dici: “Oggi l’unico modo per essere sicuri di arrivare era che ci fosse stato tuo padre con la moto. Ma lui, quando serve, non c’è mai …”. “Infatti!” risponde acidissima lei, e tu eviti di dire altro, per non dare cattivi esempi.
Passa il tempo, il tassametro corre, si arriva al semaforo che permette di svoltare su Piazzale delle Belle Arti, e lì capisci dove tutti i 300 mila pellegrini partiti da Piazza San Pietro alla fine della messa si stiano dirigendo. Sono diretti alla chiesa di Sant’Eugenio, perché lì riposano le spoglie del nuovo Santo.
Ti chiedi come sia possibile fissare un esame alle 14 a Roma (giusto i giapponesi non sapevano che quel giorno sarebbe stato onorato Sant’Escrivà) e però, ora, sei sicura di arrivare in tempo, perché Viale Bruno Buozzi è libero. Fai fermare il taxi, lo paghi (pensavi decisamente peggio, dall’avvento dell’Euro giravano voci suoi prezzi dei taxi da far tremare) e ti avvii con tua figlia, che è riuscita a non scoppiare in lacrime e a non farsi venire una crisi isterica, verso il cancello dell’istituto di cultura italo-giapponese. Come Dio vuole, tua figlia entra: chiedi quanto ti toccherà aspettare prima di rivederla e ti dicono: “Tre ore, ma forse anche due: alle 16 probabilmente, sarà tutto finito”. Allora tu ti dirigi verso un bar, un negozio aperto. Sali verso Viale Parioli.
E arrivi a Piazza Ungheria, vorresti entrare in una farmacia a comperare un paio di occhiali da presbite da tenere sempre in borsa (perché oramai hai capito che la presbiopia non è reversibile e tu non ci vedi proprio più senza occhiali, meglio rassegnarsi), però non hai più soldi. Trovi un bancomat, e fai il tuo bel prelievo. E il bancomat ti mangia la tessera, la inghiotte, la ingoia, la fa sparire, non te le ridà più. Tu non sai che fare: se ti allontani, e nel momento in cui ti allontani quella sputa fuori il bancomat con i soldi? Che succede, qualche passante se li prende? Per fortuna, la banca è aperta, entri e dici: il bancomat mi ha mangiato la tessera. L’impiegato va ad armeggiare con la macchina e poi ti dice “Sa, non sappiamo perché la sua banca le ha ritirato la tessera, però abbiamo una convenzione tra banche ... insomma io non gliela posso ridare … deve farmi arrivare un fax dalla sua banca … trattengo la tessera fino a domani, poi la devo mandare via, le ci vorrà del tempo per riaverla…”.
Accidenti, questa non ci voleva, pensi. Poi, ti ricordi, ovviamente, il motivo per cui hai aperto un conto nella tua banca, in quella e non in un’altra: perché in quella banca ci lavora tua cugina, e la famiglia è l’unica istituzione che funziona, in Italia. Tua cugina miracolosamente è a Roma e non a Sahr am el Sheik né a Nairobi (non ha figli, lei): ti risponde subito al cellulare. Spieghi l’accaduto, dai il numero di fax e il nome dell’impiegato alla cui attenzione la tua banca deve mandare il fax … il tempo di scroccare (visto che non ci sono tabaccai aperti nei paraggi) una sigaretta a un signore uscito dalla banca per fumare e di raccontargli la tua disavventura, che tua cugina di richiama sul cellulare e ti dice “Rientra in banca, è arrivato il fax”. Tu ringrazi, rientri e fai un po’ di anticamera mentre l’impiegato, che oramai deve pensare che sei chissà chi, se sei riuscita a smuovere la tua banca a quella velocità, è molto più rilassato.
Tu ti senti incoraggiata, e fai la spiritosa: “Deve essere stata la mia banca che mi ha voluta punire perché invece di andare a fare il prelievo da loro, a 100 metri da qui, l’ho fatto da voi. Deve essere una nuova forma di fidelizzazione del cliente “. L’impiegato sorride, ti restituisce la tessera, e tu chiedi “Ma il prelievo è avvenuto?”. “No – risponde lui, gentile - se la banca l’ha bloccato, vuol dire che non è avvenuto”. “Allora posso tentare un nuovo prelievo “ azzardi tu, e chiedi “Lei che mi consiglia?” e lui, con uno sguardo che ti fa pensare che ti puoi pure permettere qualche altra ruga, risponde: “Faccia il prelievo, signora. Se il bancomat le trattiene la tessera, questa volta glielo ridò io senza bisogno del fax!”.
Esci, fai il prelievo, va tutto bene, lo comunichi al signore a cui hai scroccato la sigaretta qualche minuto prima e che nel frattempo è uscito a fumarsene un’altra, e ti dirigi verso Viale Bruno Buozzi, a riprenderti tua figlia che già immagini furente per il tuo ritardo, pensando tra te: Dio, come è possibile che una persona totalmente inadatta alla vita abbia avuto il coraggio di mettere al mondo dei figli, senza pensare che quelli, un giorno, avrebbero deciso di sostenere un test di giapponese il giorno in cui venina santificato Escrivà de Balaguèrre? Così, distratta dai tuoi pensieri sbagli strada, imbocchi una via che ti fa fare un giro molto più lungo. Intanto lo stomaco inizia a borbottare e i tuoi occhi visualizzano un hot dog e le tue narici sentono odore di hot dog, e tu pensi che sarebbe molto più pratico avere voglia di un tramezzino: ma non c’è neanche un bar lungo il percorso, e tu prosegui per la tua strada. Alla fine arrivi e trovi tua figlia intenta a chiacchierare con gli altri reduci del test. Viene via con te subito perché deve ancora fare i compiti, ma ti sgrida: sei arrivata troppo presto, stavo giusto iniziando a discutere di fumetti. Insegui con lei il 628 che dovrebbe riportarti a Piazza Cavour, ma non arrivi in tempo e quello se ne va. Aspetti il successivo, ne arrivano due insieme. Intanto ha iniziato a piovere, e sei senza ombrello. Sali sull’autobus, quando sei quasi alla fine del percorso ti rendi conto che, per la prima volta in vita tua, hai tardato a obliterare il biglietto. Lo obliteri, leggi i numeri sul display della macchinetta, ti appunti tutto e dici: questi me li gioco al Lotto. E quindi scendi a Piazza Cavour, davanti a un cinema che di solito vende hot dog. Ti fiondi dentro, chiedi se si possono mangiare gli hot dog anche quando non si va al cinema. Il barista ride e dice che si, normalmente si può, solo che, per quel giorno, gli hot dog sono finiti e se ne riparla l’indomani. Oramai è una questione di principio: mandi tua figlia a casa prosegui per la macelleria, per comprarti gli hot dog. Con l’agognato cibo nella busta, finalmente capisci che ti stai dirigendo verso casa senza ulteriori imprevisti. Per oggi basta: e domani, si resta tappati in casa.

Denti (racconto)

Non faceva che pensare ai suoi denti. Erano lì da sempre (più o meno) e non ci aveva mai badato più di tanto e invece, adesso, li sfiorava e li risfiorava con la punta della lingua, li passava in rassegna uno ad uno continuamente, cercando di analizzare fin nel minimo dettaglio la sensazione che provava per il semplice fatto di averli in bocca. Quando era bambina - passata la paura che i denti da latte caduti non ricrescessero e che la finestrella davanti non si chiudesse mai, passata l’euforia per i soldini portati di notte dal topolino in cambio del dentino caduto messo a mollo nel bicchiere - era soprattutto suo padre a occuparsi dei suoi denti. Era ossessionato dal desiderio che avesse una dentatura perfetta. Aveva portato l’apparecchio fisso, l’aveva portato per anni.
Quasi ogni settimana, andava, col suo papà, dal dentista, in un grande e silenzioso appartamento dei Parioli. Il suo dentista di allora – di cui aveva ricordato il nome fino a qualche anno prima, ma poi l’aveva irrimediabilmente dimenticato – era anziano e taciturno. Solo una volta il suo papà era riuscito a strappargli un laconico commento sul fatto che era necessario estrarre tutti i denti da latte rimasti prima di procedere alla sistemazione perpetua della dentatura definitiva. I denti erano stati estratti, ma nulla era stato meno definitivo della sua dentatura definitiva.
Il lavoro del dentista, i soldi spesi dal suo papà (sapeva anche esattamente quanto avesse speso, perché una volta, mostrando con orgoglio la sua momentaneamente definitiva dentatura perfetta a un suo amico dottore, lui l’aveva detto; aveva detto: “Mi è costata un milione”, che a quel tempo erano un sacco di soldi) sono stati poi vanificai dalla pressione dei denti del giudizio i quali, non avendo posto per affiorare ma dovendo affiorare ugualmente, avevano prodotto un vero e proprio sconquasso.
Il molare del giudizio in alto a destra, per farsi posto, aveva fatto ruotare di alcuni gradi un incisivo. Quello in alto a sinistra, invece di spingere verso il basso, si era incuneato tra l’osso mascellare e il molare accanto e spingeva in orizzontale, provocandole continue nevralgie. Ma lo sconquasso maggiore lo aveva prodotto il fatto che serrava le mascelle. C’era un tempo in cui viveva in Norvegia e aveva sempre mal di testa e il medico, che aveva capito che si trattava di cefalea censiva, l’aveva mandata dalla fisioterapista. Ricordava ancora, dopo anni, l’espressione di quella donna buonissima, autenticamente preoccupata per lei, che cercava di spigarle, in una lingua straniera, che doveva rilasciare, mollare la mandibola e aprire la bocca, e lei non riusciva a farlo. No way. Era come se avesse paura che dalla sua bocca aperta potesse entrare (o uscire) qualche cosa senza il suo consenso. Dio solo sa cosa.
Teneva sempre le mascelle più o meno serrate, ma progressivamente, durante la notte, il suo serrare i denti si era fatto un vero e proprio digrignare. Di notte i suoi denti facevano rumore.
Il suo dentista di adesso (che era il suo, non è quello dove la portava suo padre, né quello di famiglia: era proprio il dentista suo, scelto da lei dopo attenta riflessione) le aveva detto che i suoi denti erano tutti consumati da questo continuo digrignare. E le gengive ne erano continuamente stressate.
Così, quando il suo papà stava morendo le erano venuti due focolai d’infezione, due ascessi che avevano portato, mal curati (ma non poteva curarli, non aveva tempo, il suo papà stava morendo), alla perdita di due denti.
Uno dei due focolai, dopo l’estrazione del dente (che aveva conservato, ce l’aveva nel cassetto del comodino) era completamente guarito e al posto del dente estratto ne era spuntato un altro.
L’altro focolaio, invece, non ci pensa per niente a guarire.
E le fa sempre male, la gengiva è sempre gonfia e irritata, masticare è una tortura, non è più un movimento automatico, come respirare o camminare. E’ un pungolo continuo. Così una sera, a casa sua, in compagnia di amici, mentre mangiava le noccioline prendendo l’aperitivo, aveva sentito i denti battere e poi sfregare gli uni contro gli altri. E le aveva fatto male.
E la notte aveva sognato che il dente vicino all’ascesso non era più integro, ma era scavato e rimaneva, di lui, soltanto la parte esterna, lo smalto duro e sottile. Passandoci sopra la lingua, nel sogno, aveva avuto la sensazione di sentire qualcosa che, in miniatura, ricordava il Colosseo, o una casa sventrata dai bombardamenti.
Insomma, il suo dentista che era un vecchio amico, non l’aveva visto per più di vent’anni. E poi, dall’inizio di quell’ascesso irriducibile, aveva finito per vederlo almeno una volta al mese. Quella era una delle tante volte in cui si era dovuta sedere e aveva dovuto spalancare la bocca. Dentro c’era di tutto: l’aspiratore per il sangue e la saliva, il trapano che stava bucando per l’ennesima volta lo stesso dente per farne uscire i prodotti dell’infiammazione gengivale, lo specchietto ritorto con cui il dentista seguiva la trapanatura del suo incisivo superiore che, vittima di periodiche pulpiti, era oramai completamente storto. Vedeva armeggiare ma non sentiva dolore; il dentista, poco prima, con iniezioni sapienti quanto dolorose, le aveva anestetizzato l’anestetizzabile.
Nello studio arredato con mobilia professionale degli anni cinquanta e il pavimento di marmo composito color mortadella, il dentista, un uomo non alto, magro, dai capelli neri, la barba incolta nera e gli occhi più neri del nero, dallo sguardo che, a volte faceva l’effetto dei raggi X a volte quello di un raggio laser, armeggiava per l’ennesima volta nella sua bocca. A lei sembrava che si trattenesse a stento dallo sbuffare.
Eppure la accoglieva sempre con un saluto caloroso, cui seguiva un sospiro di rassegnazione: lei portava guai, da sempre. E sapeva che non se la sarebbe levata dai piedi facilmente, perché, dopo aver messo alla prova vari dentisti, alla fine, aveva scelto lui, perché era uno che accettava le sfide. Lui era un duro che gliele aveva sempre cantate chiare, a Cora, non si era mai fatto incantare né dalle sue moine né dalla sua spacconaggine. Le aveva sempre detto quello che pensava, era stato severo, maledettamente severo, e assente, discreto, lontanissimo e vicinissimo, in un modo che apparteneva soltanto a lui. Ma i suoi denti non riusciva a guarirli, erano più forti di qualunque cura. Alla fine glieli aveva dovuti togliere. L’avrebbe mandata volentieri all’ospedale, ma lei aveva detto: non ho tempo per i ricoveri, ho la casa piena di gente, non li posso laciare. E lui glieli aveva tolti in ambulatorio, i denti, ma era stato un massacro, aveva preso un rischio terribile, si era preso una paura del diavolo, e infatti poi glielo aveva detto, con aria seria, solenne: “Giusto perché si trattava di te, non l’avrei fatto per nessun altro”. Al muro erano appesi alla rinfusa i vari diplomi del dottore - accumulati in anni in cui aveva fatto solo quello: aveva fatto il liceo per dentisti, si era laureato in odontoiatria e poi aveva fatto il dentista, per poi dire che “era stato un caso” -, inframmezzati da manifesti di pubblicità di prodotti dentali, le foto dei suoi figli e un disegno dedicatogli dalla figlia piccola che ritraeva una coccinella gigante. Il dottore e la sua giovane assistente, una ragazza semplice e buona che tentava di darsi un’aria da maliarda con i tacchi alti e il trucco pesante, erano impegnati in una delle solite discussioni animate con cui tentavano di distrarre i pazienti perché non pensassero troppo ai loro denti infami.
Quella sera fu l’assistente a iniziare: “Sa dottore, ieri a Sandro gli ho fatto un abbacchio a scottadito che si è leccato i baffi … cioè, non è che Sandro ha i baffi … insomma, era buonissimo e anche mio figlio, che ha quattro anni, è impazzito per le patate … le ha mangiate quasi tutte lui”. “Mmm - aveva risposto il dottore - immagino che le tue quotazioni di moglie e madre siano immediatamente salite…”.”La sento leggermente sarcastico! - aveva ribattuto la giovane donna - Io penso che il cibo sia una forma di amore…”.”Ci sono cose più importanti”, aveva cercato di tagliare corto il dottore. “Ma che dice dottore! Vuole mettere cosa significa stare tutto il giorno a pensare a cosa si cucinerà la sera tornando a casa, progettare nella mente tutti quei pranzetti deliziosi … decidere se si vogliono riproporre i piatti preferiti, o sorprendere con ricette nuove, magari copiate dai giornali … e poi andare a fere la spesa nei posti giusti, che appunto, si scoprono con l’esperienza: perché magari, al mercato, i carciofi sono buoni, ma i pomodori fanno schifo; e allora uno i pomodori li va a compare da qualche altra parte … e magari, il pane sotto casa fa schifo, e allora uno va cercare il pane buono solo per la soddisfazione di sentirsi dire ‘buono, ‘sto pane’…” . “Ci sono cose più importanti” aveva ripetuto, granitico, il dottore.

Se non avesse avuto tutta quella ferraglia in bocca, se avesse potuto parlare, avrebbe detto a quella giovane donna che seguiva tanto alla lettera l’abitudine storica di prender gli uomini per la gola, che anche lei, un tempo, la pensava così.
Aveva conosciuto il marito a poco più di vent’anni e aveva visto cosa gli propinava la madre per cena: minestrina in brodo, wurstel della peggiore marca, purea in busta. Tutte le sere. Tutte le sere che aveva fatto Dio. Uno schifo, una merda. Ma poveraccia: era depressa, aveva sposato un genio, un fanciullone inguaribile che pensava solo ai suoi libri e al successo. E i figli ci andavano di mezzo: trangugiavano in silenzio rassegnato quella mondezza e per giunta, quando avevano finito, dovevano alzarsi da tavola ringraziando, deferenti, per l’ottimo pasto. Il più piccolo, ogni tanto, faceva cadere per terra il piatto della minestra, che si spargeva sul pavimento. La madre si faceva prendere da un attacco isterico e andava a chiudersi in camera sua, e gli altri due figli dovevano raccattare la minestrina dal pavimento, pulire e consolare il piccolo, che, umiliato, rammaricato, a quel punto restava pure senza cena.
Quindi, Cora, quando lo aveva conosciuto, guardava il suo amore trangugiare il cibo buonissimo che lei gli cucinava pensando: “Ti faccio mangiare io, ti faccio vedere io in quanti modi si può manifestare l’amore”.
E l’aveva fatto: era diventata una specie di religione, una disciplina. A un certo punto, quando ancora non erano sposati, Cora aveva ottenuto che lui, tutte le sere, mangiasse a casa sua, e lì giù piatti di fettuccine ai funghi porcini, bucatini all’amatriciana, spaghetti alla carbonara, pasta e fagioli e pasta e ceci inframmezzati da esperimenti di cucina tailandese, per poi rispolverare le ricette della cucina ebraico-romanesca ereditate dalla nonna: i tortiglioni di carne e cipolle, la zuppa di Esaù con lenticchie e cipolle, la frittata di patate e cipolle, le pizzette di pollo e cipolle, tutte le cose che aveva sempre cucinato per suo padre e che suo padre ora non poteva più mangiare, perché non riusciva più a digerire.
Il suo amore le diceva: “Nessuno cucina meglio di te”, e non voleva più andare al ristorante. E ingrassava. Ma lo sapeva benissimo anche lui che c’erano cose più importanti. Il padre di Cora, quando vedeva la quantità di cibo che Cora rovesciava nel piatto del suo amore, sapendo che lui non avrebbe lasciato neanche una briciola (il ché è un pleonasmo, perché lui, quando ti restituisce un piatto vuoto, te lo ridà più pulito di quando lo hai messo a tavola), cercando di mantenere un tono sarcastico (ma si capiva che era veramente preoccupato), commentava: “Lo vò ammazzà!”. Anche il suo papà sapeva che c’era qualcosa più importante del cibo.
Solo Cora non lo sapeva. Ma poi lo aveva capito pure lei, che mentre ascoltava i due battibeccare, pensava tra sé “Vedi, cara giovane assistente del mio dentista, apprendista moglie e madre: ci sono cose più importanti del cibo. Non solo: a volte il cibo può essere pericoloso. Sai, io ora ho la bocca piena di ferraglia, e quando mi sarò ripresa dall’anestesia dovrò scappare a casa di corsa, e voi starete parlando di altro. Ma se potessi parlare, ti racconterei una cosa che mi è capitata. Ho avuto una figlia che a otto mesi ha smesso di crescere perché era allergica a quasi tutti gli alimenti. Io le aveva dato, per otto mesi, del cibo che, invece di nutrirla, l’aveva avvelenata. Ho dovuto aspettare anni, prima che le intolleranze le passassero. Anni di diete che, alla fine, le avevano tolto completamente l’appetito. Darle da mangiare era un’impresa titanica: mangiava volentieri una sola volta alla settimana, quando la portavamo da Mc Donald’s (Dio benedica gli yankees) e lei si piazzava sulla giostrina e, a ogni giro, mandava giù una patatina fritta. Dopo qualche ora, aveva fatto la riserva di cibo che durava fino alla domenica successiva. Ti giuro, giovane donna, che se ce lo fossimo potuto permettere, l’avremmo portata da Mc Donald’s anche tutti i giorni. Oltre alle patatine fritte, mangiava solo altre due cose: le banane (a volte ne mangiava cinque in un giorno) e i wurstel, che però doveva andarsi a prendere da sola, freddi, da dentro il frigorifero. Ogni tanto si riusciva a metterle in mano un biscotto. Ogni tanto, il videoregistratore si rompeva: lo portavamo ad aggiustare e l’omino delle riparazioni ci restituiva anche un sacchettino, con dentro i rimasugli di cibo che, quando non le andavano più, mia figlia ci infilava dentro. A due anni pesava meno di un neonato di dieci mesi. Adesso sta bene, mangia tutto, ma allora i medici la curavano per sospetto diabete, per sospetto nanismo, e le facevano le analisi del sangue ogni settimana. Come vedi, cara assistente del mio dentista, ti assicuro che ha ragione il dottore: ci sono cose più importanti del cibo. Solo che noi non ti diciamo quali sono, perché lo devi scoprire da sola”.

O la va, o la spacca (racconto)

Girava e rigirava la siringa tra le mani da più di mezz’ora.
Da giorni si era procurato quel farmaco, ora sentiva che era veramente arrivato il momento di decidere se iniettarselo e meno.
Era solo in bagno, tra poco sarebbe cominciata a sorgere l’alba. Mara, la sua compagna, dormiva: era stremata, erano notti che lo accudiva. Erano notti che parlavano: lui a dire che non ce la faceva ad andare avanti così, a morire lentamente ogni giorno, era un medico e aveva studiato per guarire la gente, non per lasciare la morte agire impunemente. Doveva fare qualcosa. E Mara a pregarlo di calmarsi, che lo avrebbe accudito sempre volentieri, che lo aveva amato da sano e lo avrebbe amato da malato, che per lei l’importante era stargli vicino. Ma lui quel discorso della rassegnazione non lo voleva proprio capire.
Il dottor Fano, malfermo sulle gambe, faceva forza con i gomiti sul lavandino cercando di guardarsi allo specchio. Gli era venuto da sorridere al pensiero di quanta pena gli avesse procurato, negli anni, il fatto che gli erano caduti i capelli. Quante iniezioni si era fatto nel tentativo vano di fermare la calvizie! Le aveva veramente provate tutte.
Lavorava in Vaticano, era un primario molto stimato, uno che curava i papi, riusciva a mettere le mani su qualunque cosa. Ma i capelli erano caduti ugualmente, e lui era perseguitato dal senso di insicurezza che gli dava l’essere basso, magrolino e pelato.
Quello stesso senso di insicurezza lo aveva spinto, anni prima, a sposare una collega perché altrettanto bruttina e bassina, l’aveva sposata e poi, negli anni, ci aveva fatto quattro figli, che comunque erano venuti fuori tutt’altro che bassini e bruttini.
Ma gli avevano dato tanti pensieri, tanti. Il fatto era che lui voleva dargli tutto, ai suoi figli, tutto e di più, e alla fine si era accorto che si era scordato di vivere.
Per risarcirsi almeno un poco si era trovato uno svago innocente: il giovedì sera, prima di rientrare a casa dall’ospedale, ogni tanto andava all’auditorio di Via della Conciliazione ad ascoltare un concerto. Ci aveva preso gusto, aveva sottoscritto un abbonamento.
Dopo qualche settimana si era accorto che la signora seduta accanto a lui era sempre la stessa: si era informato, anche lei era un’abbonata.
Era bionda, bella, di qualche anno più giovane di lui.
All’inizio si erano scambiati osservazioni da competenti, del tipo: “Buona questa esecuzione, non trova? Spirkov è proprio bravo, dirige con grande leggerezza…”. “Si, è uno dei migliori direttori di musica da camera dal mondo ..”. Oppure: “Questa cantante danese … no mi pare sia norvegese …”. “E’ tedesca”. “… peccato, ha i toni bassi un po’ deboli, ma ha molta tecnica ...”. “L’ho sentita cantare sia Schumann che Mozart, è molto versatile, sa ...”, e poi, ancora: “Certo che questi direttori giovani, quando dirigono musica contemporanea sono geniali, ma di Bach non capiscono niente …”. “Capiscono la musica figurativa e non quella astratta …”.
Poi, tra un intervallo e l’altro, si erano presentati e avevano fatto conoscenza: lui le aveva raccontato più o meno chi era e cosa faceva lì, della vita intera passata tra un ospedale e l’altro, della gratificazione che gli davano la stima di cui godeva come medico e il fatto di aver ormai raggiunto la tranquillità economica, e di quanto ne fosse fiero. Ma le aveva raccontato anche della fatica, della solitudine di quel peso portato ogni giorno sulle spalle.
Lei si era separata da poco, era andata via e aveva lasciato a casa marito e figli, che però andava a trovare ogni giorno. Poi, la sera tornava nella stanza che aveva preso in affitto in un residence, non ce l’aveva fatta più, ad un certo punto si era sentita soffocare. Tra lei e il marito da troppo tempo non c’era più nulla. Si manteneva con la sua pensione baby, dopo molti anni passati a lavorare in un ministero.
Una sera, il dottor Fano aveva udito la propria voce dire che lui, tutto sommato, la moglie l’aveva sposata perché era una bravissima donna, molto per bene, ma che la passione non era mai entrata nella sua vita … si era morso le labbra per evitare di aggiungere: “Fino a questo momento”. Aveva detto, invece, come per schernirsi, che la passione non era mai entrata nella sua vita perché nessuna donna aveva mai perso la testa per lui. La sua interlocutrice, allora, aveva esclamato, senza ombra di ironia (perché lei, a differenza di lui, non faceva parte del Popolo degli Ironici): “Dottor Fano, non capisco proprio il perché …”.
Era andata avanti così di giovedì in giovedì, finché una sera il dottor Fano aveva chiamato casa e, trattenendo il fiato, aveva detto la prima bugia della sua vita: aveva detto che lui non sarebbe tornato a dormire perché avevano ricoverato d’urgenza il cardinal Tal dei tali e non poteva muoversi dal suo capezzale. Poi il giovedì successivo aveva trovato un’altra scusa e poi un’altra, perché rimaneva a dormire da Mara.
Arrivò il giorno fatidico: non fu facile dire ai figli che si era innamorato e se ne andava. Non fu facile spiegare che lui non l’aveva chiesto, gli era capitato e ora non era in grado di rinunciarci, perché si vive una volta sola e la vita, appunto, chiede di essere vissuta. La moglie l’aveva presa male, aveva iniziato a tempestare di telefonate gli amici del dottor Fano, gli amici d’infanzia con cui lui ogni settimana giocava a carte, ma le sue preghiere di parlarci per farlo ragionare non ottennero alcun riscontro. Per i suoi amici, il dottor Fano era la persona migliore che ci fosse al mondo, se aveva preso quella decisione doveva avere i suoi buoni motivi. E poi, nessuno era in grado di scagliare la prima pietra.
Ma lei non capiva, protestava e dimagriva a vista d’occhio: che bisogno c’era di tutto quello sconquasso, perché non se ne poteva stare a casa, il dottor Fano, e fare finta di nulla e vedere Mara quando voleva, purché di nascosto? Che bisogno c’era di rendersi ridicoli a quasi sessant’anni?
E poi, il diavolo ci aveva messo la coda.
Un giorno, mentre lavorava tranquillo in ospedale, il dottor Fano si era sorpreso a tossire. Non ci aveva fatto troppo caso. Qualche minuto dopo, un altro colpo di tosse, più forte, lo aveva lascaito per qualche secondo senza fiato. Aveva seguitato a fare quello che faceva, pensando “Passerà”.
Dopo qualche giorno, i colpi di tosse avevano iniziato a rincorrersi con discontinuità e non volevano saperne di scomparire.
Aveva telefonato a un collega: “ Senti, Franco, da un po’ di gironi ho una tosse secca .. ma non sfocia in niente. Non so, non potrei essermi raffreddato? “ . L’amico l’aveva pregato di passare, avrebbe guardato se la sua gola era arrossata. No, la gola non era arrossata, non c’era nessun sintomo di tracheite o di laringite o altro.
Fano aveva pensato di essere diventato allergico alla polvere, era andato da un immunologo che gli aveva fatto un test, ma non era risultato allergico a un bel niente.
La tosse aumentava, inspiegabilmente: il dottor Fano non aveva mai fumato una sigaretta in vita sua e aveva sempre lavorato in un ambiente asettico, l’ospedale, appunto.
Così, un bel giorno aveva preso il toro per le corna: era entrato nel gabinetto di radiologia, aveva chiesto al tecnico di fargli una lastra al torace e poi, al momento di leggerla, aveva cheisto di restare solo. Fu allora che vide il cancro, la macchia bianca che era la sua sentenza di morte.
Seppe esattamente quanti mesi di vita gli restavano, era un medico bravissimo, uno dei migliori in circolazione.
Iniziò il calvario delle cure.
Quando Mara non ce l’aveva fatta più ad accudirlo da sola, si erano trasferirti a casa delle sorelle nubili di lui, le sue sorelle che lo adoravano e vivevano sole, da molti anni, nel grande appartamento in cui erano cresciuti tutti insieme.
Ma quella non era vita. Lui e Mara non avevano più un briciolo di privacy, e lui non era più in grado di dare gioia alla donna cui doveva la scoperta di un nuovo se stesso.
Aveva letto di quel farmaco in una rivista medica. Non era in commercio in Italia, ma in Svizzera era possibile procurarselo. E Il Vaticano non aveva problemi a rifornirsi di medicinali svizzeri.
Quella notte, nella grande casa, mentre Mara e le sorelle dormivano, il dottor Fano si guardava allo specchio e pensava: “A quasi sessant’anni ho tirato fuori i coglioni. Ho lasciato tutto quello su cui era basata la mia vita per inseguire un sogno. Ho vinto l’insicurezza che mi dava il mio aspetto da topo bagnato. Ho capito che il mio charme e la mia intelligenza mi potevano far avere l’amore di una donna bellissima, un tipo di donna che avevo sempre considerato irraggiungibile. Adesso devo decidere: morire lentamente non ha senso. Lascerei a Mara solo ricordi tristi. Ricordi legati a un coraggio inutile. Forse con quel farmaco posso guarire, e tutto tornerà come prima. Forza dottor Fano, hai fatto trenta adesso fa’ trentuno: o la va, o la spacca, ma almeno ci avrai provato”.
E il dottor Fano si era iniettato il potente chemioterapico, un prodotto che se non se lo fosse procurato e iniettato da solo nessuno al mondo avrebbe avuto il coraggio neanche di proporglielo. Poi se n’era tornato a letto, si era steso accanto a Mara e si era girato sul suo lato preferito, sorridendo all’idea di prendere sonno e di svegliarsi guarito.
Era morto nel sonno qualche ora dopo e Mara, al mattino, prima di accorgersi che era morto, aveva visto il suo volto sorridente e si era chiesta, un po’ invidiosa, cosa diavolo stesse sognando.

volevo solo vivere

Il film "Volevo solo vivere" è stato presentato a Roma in anteprima il 26 gennaio 2006 in occasione della Giornata della Memoria che cade nel giorno successivo. E' il risultato di un lungo lavoro. Alcuni anni fa, infatti, il regista Steven Spielberg, attraverso una Fondazione da lui creata allo scopo, lo Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, ha iniziato a filmare le testimonianze dal vivo degli scampati alla Shoah in 52 Paesi. In Italia, degli intervistatori volontari hanno intervistato 400 persone. Le interviste, che seguivano uno schema prestabilito al fine di renderle il più possibile omogenee a un medesimo filo narrativo (e che ora, nel loro complesso, fanno parte del patrimonio dell'Archivio di Stato) sono state selezionate dal regista Mimmo Calopresti che ha ricavato un documentario della durata di 75 minuti, realizzato grazie al Comune di Roma, a Rai Cinema, alla Gagè Produzioni e alla Wildside Media e prodotto anche, in collaborazione, con Ventura Film, RTSI-Televisione Svizzera, Francesca Alatri e Mel Sembler.
Gli "attori" che raccontano se stessi, sono: Alessandra Bucci, Esterina Calò Di Veroli, Nedo Fiano, Luciana Momigliano Nissim, Liliana Segre, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia, Arminio Wachsberger. Nove cittadini itliani sopravvissuti alla deportazione e alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz.
Nove testimonianze che ci permettono di rivivere nove diverse terribili esperienze.
I filmati, di qualità straordinaria, ripercorrono l'iter di questa immane tragedia collettiva, vera e propria dèbacle delle giustizia, dall'emanazione delle leggi razziali nel 1938, la perdita del tessuto umano di appartenenza (gli amici, i compagni di scuola, i colleghi di lavoro), gli inutili tentavi di fuga, il venire stanati in casa e arrestati, il viaggio nelle tradotte piombate, giorni di pianto preghiere e poi il silenzio della rassegnazione, l'arrivo concitato ad Auschwitz, la selezione con la conseguente separazione delle famiglie (per molti, quasi tutti, quelli furono gli ultimi istanti da dividere con i loro cari), la vita nei campi, la lotta per sopravvivere nonostante tutto intorno parlasse solo e soltanto di morte, lo stupore di sopravivere quando tutti, intorno, morivano.
Eccellente è stata la scelta dei narratori, per l'efficacia, l'eleganza profonda che va oltre la dignità, la sapienza con cui hanno saputo raccontare l'orrore. Bellissima la fotografia delle immagini fisse, attraverso le quali è possibile aggiungere, alle parole, tutta la portata significativa di un'espressività che va dritta al cuore e al cervello perché da lì parte.
Alle immagini girate per il documentario si interpolano quelle girate dagli americani al loro ingresso nel campo il 27 gennaio del '45. Le immagini selezionate per essere inserite nel film sono immagini purtroppo già note, ma essenzializzate fino a divenire rappresentazione poetica, frammentata, degli istanti di una cronologia dell'annientamento. Ogni cosa viene separata dagli esseri, dalle anime di cui fanno parte: gli occhiali tolti e ammucchiati, le scarpe tolte e ammucchiate, i capelli rasati e ammucchiati, le portesi dentarie tolte e ammucchiate, i corpi uccisi e ammucchiati. Ma così tutte insieme, ammucchiate, quelle cose, gli occhiali, le valigie, le scarpe, le protesi, i capelli, i vestiti, non sono più cose morte, inerti, come volevano i nazisti: sono invece un urlo che non smette di lacerare le nostre orecchie e le nostre coscienze, il marchio di un'infamia che nulla, per quanto possa durare il tempo, cancellerà mai.

L’Ebraismo e la Psicologia analitica – Rivelazione teologica e rivelazione psicologica

Nella sua ricerca di una ricostruzione il più possibile psicologico-scientifica della religiosità, Jung era arrivato a concepire l’esperienza religiosa come “esperienza soggettiva del divino”. Quest’ultimo, sosteneva Jung in Psicologica e Religione del 1940, è definibile come una sorta di energia che afferra e domina il soggetto umano indipendentemente dalla sua volontà; è una proiezione dell’inconscio che può avere una valenza negativa (incoerenza distruttrice dell’aspetto demoniaco del divino) e una valenza positiva, quando il progetto divino è percepito come coerente alla realizzazione del Sé (che rappresenta l’aspetto logico, “dicibile”, intelligibile del divino). Ovviamente, dobbiamo presupporre l’esistenza di un soggetto umano e filosofico, ossia di una interiorità individuale e strutturata, che può essere attraversato da turbe ma ha comunque in sé la capacità di guarire, ossia di ritrovare il bandolo della propria matassa. È una concezione che potremmo definire ottimistico-positivistica, cosa che del resto a Jung andrebbe benissimo.
Il soggetto è una unità (è uno come Dio è Uno) che può ritrovarsi scissa in talune fasi del suo percorso, e che può trovare sollievo solo se ripercorre il cammino fino alla propria unità originaria. In considerazione di questo, lo psicanalista ferrarese Gianfranco Tedeschi, nella sua raccolta di saggi brevi dal titolo L’Ebraismo e la Psicologia analitica – Rivelazione teologica e rivelazione psicologica - edito da Giuntina nel 2000 - può porre un parallelo tra la psicologia junghiana (che dall’io scisso torna all’io uno) e il concetto ebraico della divinità. Al momento della sua formazione, il pensiero religioso ebraico si differenzia da quello dei popoli con i quali coabitava per essere l’unico a tenere al suo centro un Dio Unico e irrappresentabile, mentre tutti gli altri avevano tante divinità, per ogni aspetto della realtà, visibile e invisibile, dall’aspetto non solo umano, ma anche animale.
Tedeschi ci dà la seguente spiegazione delle premesse che muovono i suoi studi: “La psicologia analitica studia i corrispettivi psichici dei processi religiosi e le sue ricerche offrono una strada assai fertile per un approfondimento dell’ebraismo nel suo significato religioso, esistenziale. Secondo il mio modo d’intendere, la psicologia analitica ci permette di accedere alla parte profonda, divina della personalità, quella che Jung chiama l’archetipo del Sé, e d’interpretare i suoi contenuti come l’aspetto interiore della rivelazione, il corrispettivo psichico della rivelazione esterna, teologica, due momenti contemporanei della stessa Realtà". L’ebreo è esortato ad essere “santo” (chadosh) come “Santo è il Signore”. In questo senso, simile a Lui. A questo, Tedeschi riallaccia il concetto di “individuazione” junghiana, ossia quel processo che dall’io scisso, appunto, ci porta all’io uno, conciliato. Insieme a Jung, suggerisce che tale conciliazione non possa avvenire se non tramite l’esperienza religiosa, ossia tramite il riconoscimento che l’io deve diventare lo strumento di realizzazione del Sé, ossia della sua stessa oggettivazione come parte di un’unica sostanza archetipica religiosa che lo sovrasta e lo contiene e senza la quale non può relizzarsi, non può essere veramente se stesso. Ciò ha lo scopo di condurre l’io fuori dalla nevrosi: “l’archetipo del Sé, proiettato nei cieli, è allora rientrato nell’inconscio da cui proviene” afferma Tedeschi: la vocazione junghiana è quindi la realizzazione dell’archetipo del Sé come mito fondante, ossia quell’innata tendenza all’autorealizzazione conscia della personalità, che non va repressa: “Ogni paziente è, psicologicamente parlando, un pagano che chiede di diventare monoteista” afferma Tedeschi.
Quindi, per uscire dalla nevrosi occorre accettare una quota di alienazione: l’archetipo del Sé è un fattore sia interno che esterno alla psiche, la cui attivazione guida l’uomo alla realizzazione della propria completezza, legata alla propria individualità e peculiarità: “l’io non è il centro motore della personalità, ma lo strumento per la realizzazione conscia del Sé”. Una sorta di rivoluzione copernicana che conduca fuori dall’egotismo, un’alienazione controllata che eviti l’alienazione nevrotica.
Non a caso, infatti, Tedeschi ricorda che Jung “definisce la nevrosi come l’ira di Dio che si abbatte su chi si è allontanato dal Sé e la guarigione consiste nel ritorno ad esso”. Per Jung come per il religioso, il senso della vita è la realizzazione conscia del Sé. Ma l’archetipo del Sé non è una fonte di dogmi, quanto una profonda aspirazione, lo scopo di una ricerca che ha come fine il benessere psichico. L’importante è che l’uomo (non solo il singolo, ma l’umanità intera) abbia la sensazione di dialogare con Dio e di collaborare con Lui al completamento della Creazione. A questo stesso fine è rivolto l’Ebraismo: “Nel mito (mito secondo Jung) ebraico sono presenti, in modo più marcato, i temi delle sequenze psichiche dell’attivazione del Sé, profondamente radicato nella struttura costituzionale della personalità dell’ebreo, dominante sulle altre strutture archetipiche. L’ebreo sente che Dio è una grande parte della propria anima: realizzare la propria qualità divina significa integrare Dio in ogni atto della propria quotidianità, riempire, come dice Buber, gli spazi interpersonali con il cemento divino fino a che vi sarà un’unica massa, un solo blocco, e questa sarà l’era messianica.”

I nemici sono gli "altri"

Nel febbraio del 1999 si è tenuto a Rimini un Convegno sulla Shoà promosso dal Comune della città emiliano-romagnola per informare e sensibilizzare i giovani e il mondo della scuola. È stato scelto il titolo I nemici sono gli “altri”, per sottolineare il tema della diversità in senso generale, come concetto etnico, religiose, sociale, sessuale e come motivo di discriminazione e di persecuzione. Al convegno, i cui atti sono stati pubblicati dalla Giuntina a cura di Laura Fontana e Giorgio Giovagnoli, hanno preso parte almeno un migliaio di ragazzi delle scuole riminesi. È stato loro messo ben in chiaro che, se il piano di sterminio nazista ha coinvolto in primo luogo gli ebrei (da sempre i “diversi” per antonomasia), l’esperienza della deportazione e della morte ha colpito altri tipi di diversità, il cui sacrificio è meno noto come, sul piano etnico, i Sinti e i Rom.
Una parte cospicua del volume è occupata dalle tabelle di un sondaggio, effettuato nelle scuole superiori riminesi sul tema dello sterminio nazista. I ragazzi riminesi sono particolarmente edotti, per le scelte pedagogiche del loro Comune, di quanto accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale: sono vent’anni che le scolaresche riminesi visitano i campi di concentramento nazisti. Eppure, una media del 45 per cento dei giovani riminesi non è stata in grado di rispondere esattamente alle domande poste, tanto è vero che il titolo del consuntivo, elaborato dal Giorgio Giovagnoli, dei risultati del sondaggio è stato intitolato “I giovani di oggi tra indifferenza e disinformazione”. Quindi, i contributi raccolti nel volume sono stati intesi, soprattutto come proposte di riflessione elaborate con intento e metodo pedagogici. Luciano Violante, nel suo intervento, ha reso noto che la Camera dei Deputati, a sessant’anni dall’istituzione delle leggi razziali, ha realizzato un volume per le scuole (che possono farne richiesta) in cui tre storici ricostruiscono quanto è accaduto e illustrano il contenuto e gli effetti delle leggi.
L’intervento di Laura Fontana era teso provocare l’identificazione del giovane uditorio rispetto al destino dei loro coetanei durante gli anni terribili del dominio nazista in Europa. Quindi, la studiosa non si è riferita soltanto alla tragedia dei bambini deportati e uccisi nei ghetti e nei campi di sterminio (bambini ebrei, zingari e slavi aventi, per i tedeschi, “valore biologico nullo” e di cui almeno un milione e mezzo sono “passati per il camino”) ma ha fatto riferimento anche a come i nazisti vedevano i bambini, come li educavano e quali conseguenze poteva valore sulla loro vita il fatto di venire classificati in categorie diverse. Uno dei primi obiettivi del nazismo al potere fu di impadronirsi del sistema scolastico per forgiare cittadini dalla coscienza ariana. Nei loro libri scolastici, i piccoli tedeschi leggevano quanto segue: “Gli ebrei hanno un altro naso, altre orecchie, altre labbra, un altro mento, un viso completamente diverso da noi tedeschi. Hanno i piedi piatti, braccia più lunghe. L’ebreo pensa, sente e agisce in un modo diverso dal nostro. L’ebreo è un parassita, un profittatore, un usuraio, un impostore, un criminale”. Bambini tedeschi malati e handicappati furono vittime, insieme agli adulti affetti dagli stessi problemi, del “Progetto di eutanasia”. Il loro sterminio iniziò nel 1939, attraverso la creazione di centri specializzati come quello di Hadamar e di Goerden, o del Castello di Hartheim, in Austria. Venivano uccisi con iniezioni letali, farmaci, o lasciti morire di fame. Quando queste uccisioni burocratizzate, perpetrate da medici e infermieri, vennero alla luce, nel ’41, la Chiesa protestante e quella cattolica resero pubblica la loro indignazione. Il Progetto venne sospeso, e il Castello di Hartheim fu destinato alla gasazione dei deportati di Mauthausen. L’ossessione della purezza razziale non si limitò all’eliminazione degli individui indesiderati, ma fu spinta fino alla pianificazione della nascita di individui di razzialmente puri, mediante il “Lebensborn”.
Mirella Karpàti, del Centro Studi Zingari – Roma si è occupata de “Lo sterminio degli zingari”. Era stato creato, a Berlino, un centro specializzato che aveva decretato che, essendosi mischiati con gli slavi, gli zingari avevano perso la loro arianità Nel 1939 iniziarono le loro deportazioni, con destinazione Dachau. Gli zingari polacchi furono massacrati sul posto, come anche i loro fratelli dell’Est Europa, occupata dai nazisti. Particolare gravità ebbe l’olocausto zingaro in Francia, iniziato prima ancora dell’occupazione nazista con la creazione di campi di concentramento al Sud che furono l’anticamera per Auschwitz. Gli zingari d’Italia vennero deportati in Sardegna e Basilicata, e lì lasciati in libertà, purché non riprendessero la via del confine orientale. Gli zingari della Slovenia, divenuta provincia italiana, furono invece concentrati sul Gran Sasso e nei pressi di Isernia. L’8 settembre 1943, i Carabinieri che avevano in custodia i campi si rifiutarono di consegnare gli zingari ai tedeschi e lasciarono che fuggissero. Alcuni di loro raggiunsero i partigiani in montagna.
Si sta cercando di istituire una giornata che, a livello mondiale, celebri il ricordo di questi anni di terrore. Il 27 gennaio, che commemora la liberazione di Auschwitz, dovrebbe diventare, per tutti, il “Giorno del ricordo”. Perché è necessario ricordare, ha detto Furio Colombo nel suo intervento, “che ci sono state persone che non hanno avuto il coraggio di opporsi … La vera radice di quella tragedia è nella viltà, nel conformismo e nel silenzio”.

Mozart non era ebreo

Lettura gradevole, non impegnativa se non per la mole dell’intreccio e il numero dei personaggi, questo romanzo, vivace e ironico, in bilico tra il “realismo fantastico” sudamericano e la narrativa centro europea, racconta di due famiglie ebree emigrate in Argentina dalla Russia zarista. I due capifamiglia si incontrano già sul traghetto: uno ha il tipico aspetto dell’ebreo orientale, mentre l’altro “è bello come un goy”. Leon Hiddekel e Isaak Gurman, destinati a divenire consuoceri, si stabiliranno nel nuovo mondo e ambedue raggiungeranno l’agiatezza economica: Leon diverrà un importatore di pianoforti, Isaak un proprietario terriero. Ma mentre il successo di Isaak è frutto di una grande determinazione e chiarezza di idee, tutte improntate al suo rapporto con la terra, in Leon sopravvivono aspirazioni artistiche frustrate e una costante nostalgia per la cultura del mondo che ha abbandonato.
Tema centrale di questo volume, scritto da Gabriela Avigur-Rotem e pubblicato nel 1997 da Trataruga, è quello della famiglia e della legittimità dei padri di plasmare e influenzare le scelte professionali ed esistenziali della prole; il romanzo ruota attorno al fallimento di Leon come padre e marito, causato dalla sua ambizione musicale, trasposta nei figli. Non appena costoro raggiungevano l’età per sedersi al piano, Leon regalava loro un pianoforte personale; la sua aspettativa era, ogni volta, che i piccini diventassero degli “enfant prodige”. Un’ambizione accecante, che lo porta a rapire le sue ultimogenite gemelle per portarle in una lunga tournè, lontano dagli affetti e dalle cure familiari. Alla fine di questo tentativo disperato e fallimentare alla ricerca del successo, Leon torna dalla moglie Ida, che non lo perdona, con le due bimbe oramai troppo cresciute per i loro vestitini, sempre gli stessi, che nessuna mano materna ha potuto far crescere insieme a loro. Ma la sua più grande sconfitta è che la famiglia oramai ha imparato a fare a meno di lui, e ciascuno dei suoi figli farà scelte di vita personali, difficili ma oneste, senza scorciatoie; al punto che Gabriel, l’unico vero talento musicale della famiglia, rinuncerà al successo americano per andare a morire in Europa combattendo contro il nazismo. è quello della famiglia e della legittimità dei padri di plasmare e influenzare le scelte professionali ed esistenziali della prole; il romanzo ruota attorno al fallimento di Leon come padre e marito, causato dalla sua ambizione musicale, trasposta nei figli. Non appena costoro raggiungevano l’età per sedersi al piano, Leon regalava loro un pianoforte personale; la sua aspettativa era, ogni volta, che i piccini diventassero degli “enfant prodige”. Un’ambizione accecante, che lo porta a rapire le sue ultimogenite gemelle per portarle in una lunga tournè, lontano dagli affetti e dalle cure familiari. Alla fine di questo tentativo disperato e fallimentare alla ricerca del successo, Leon torna dalla moglie Ida, che non lo perdona, con le due bimbe oramai troppo cresciute per i loro vestitini, sempre gli stessi, che nessuna mano materna ha potuto far crescere insieme a loro. Ma la sua più grande sconfitta è che la famiglia oramai ha imparato a fare a meno di lui, e ciascuno dei suoi figli farà scelte di vita personali, difficili ma oneste, senza scorciatoie; al punto che Gabriel, l’unico vero talento musicale della famiglia, rinuncerà al successo americano per andare a morire in Europa combattendo contro il nazismo.

la vita scriteriata di Cesare Lombroso

Dal giorni in cui, sfogliando per caso una vecchia rivista di medicina, si è imbattuto in uno stupefacente articolo intitolato "Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù," Luigi Guarnieri è stato catturato dal fascino allucinatorio di quel tragico e generoso “Don Chisciotte della scienza, vera figura di culto, che potrebbe essere definita ‘il peggiore scienziato del mondo’” che è stato Cesare Lombroso.
E Gualtieri, giustamente, nel suo "L'atlante criminale - vita scriteriata di Cesare Lombroso", uscito per i tipi di Arnoldo Mondadori nel 2000, essendo un culture di letteratura e di cinema, non si è posto il compito di dimostrare se quella praticata da Lombroso sia stata o meno una pre-scienza (se non una pseudo-scienza), ma ha subito il fascino del pensiero pradossale, surreale, proiettivo di questo medico che pure godette, in vita, sebbene a fasi alterne, di fama e fortuna.
Nato a Verona il 6 novembre 1835 da Aronne e Zefora Levi. Lombroso era imparentato, attraverso la madre, con Davide Levi, piemontese di Chieri, membro della Giovine Italia e ispiratore, con Giuseppe Mazzini (a quel tempo esule a Parigi) dell’infausta spedizione di Fratelli Bandiera (1841). Era stato educato alle lettere classiche e da giovane sperimentava composizioni letterarie e poetiche. Poi, a 15 anni l’incontro fatale con il medico Paolo Marzolo, di 14 anni più vecchio di lui, che chiese di incontrarlo dopo aver letto un suo articolo e lo convinse a studiare medicina. Lombroso si iscrisse prima all’Università di Pavia, poi passò a Padova, poi a Vienna, poi di nuovo a Pavia. Qui iniziò la sua battaglia scientifica contro l’alienazione mentale più comune nel Lombardo Veneto: il cretinismo, ma non gli riuscì di capire né l’origine né a trovarne la cura. Fortunatamente, la Patria chiamava e Lombroso desiderava dare il suo contributo alle guerre di liberazione dell’Italia dall’Austria. Scappò in Svizzera e da qui si recò in Piemonte, raggiungendo la famiglia della madre. Ben presto gli si offrì un vasto campo di studio e di osservazione medica: nel 1959 presentò domanda di ammissione nell’esercito e venne nominato medico aggiunto nel Corpo Sanitario Militare Piemontese. Qui ebbe agio di misurare crani, membra e tutto il resto, allenando al contempo la vista fino a “distinguere a colpo d’occhio un milite lombardo da uno veneto o da un toscano”.
Nel 1863 prese parte alle spedizioni contro il brigantaggio in Calabria. Questa esperienza fu descritta nel volume Tre mesi in Calabria in cui, con dovizia di ambigue annotazioni antropologiche, Lombroso ebbe modo di descrivere quelle “terre primitive, imo dell’igiene e della medicina, abitate da uomini rozzi, incolti, in parte greci in parte albanesi fieri e indomiti, che vestono ancora alla foggia dell’Epiro”.
Al ritorno a Pavia, iniziò la sua esperienza ospedaliera con gli alienati mentali. Risale a questi anni il suo monumentale work in progress, Genio e follia. Per nulla scoraggiato dai primi insuccessi scientifici, lasciò l’esercito per la carriera universitaria. Qui incorse nella prima vera disavventura, quando il suo saggio Medicina legale nelle alienazioni mentali studiata col metodo sperimentale venne accolto con scherno: il suo metodo “rivoluzionario”, che consiste nell’adottare il peso del demente come mezzo diagnostico e prognostico, gli frutta il nomignolo di “medico della stadera”.
Dopo un breve rientro nell’esercito all’epoca delle disfatte di Custoza e Lissa, Lombroso inizia la sua guerra senza quartiere contro la pellagra: ne individua la causa nel consumo alimentare di mais guasto e non c’è limite ai tentativi da lui messi in atto negli anni per dimostrare la validità della sua ipotesi, che suscitava tuttavia l’avversione, gelosa, del mondo accademico. Il suo travaglio è riportato dalla Treccani, alla voce: pellagra: “Il più costante ed efficace seguace del tossicozeismo fu Cesare Lombroso, che, nel 1869, presentava … i suoi studi Studi clinici e sperimentali sulla natura, causa e terapia della pellagra e continuò indefessamente con ricerche sperimentali, pubblicazioni di propaganda a lottare perché lo stato traducesse in legge i provvedimenti profilattici e curativi che egli aveva esposto nel Trattato della pellagra nel 1892”. E in effetti, alcuni dei suoi suggerimenti furono inclusi nelle leggi sanitarie ad hoc, varate nel 1902. Ma la più grande sconfitta della vita scientifica lombrosiana è stata, come noto, l’impossibilità di riuscire a individuare le cause organiche della follia, dell’alienazione e della delinquenza. Gli anni passati a curare e osservare i malati mentali a Pesaro ( e a sezionarne minuziosamente i cadaveri in esami autoptici accuratissimi), lo studio di episodi criminali ripetuti, nulla riuscì a smuoverlo dalla sua convinzione che da qualche parte, in qualche recesso delle volute cerebrali, doveva esserci il segno organico che permettesse alla giustizia di bollare un pazzo per tale (e mandarlo al manicomio) e un criminale come tale (e mandarlo in galera). Chi violava la legge aveva già violato la natura, secondo Lombroso. E L’Uomo delinquente (“una delle poche opere davvero massimaliste, incontinenti, ingombranti della letteratura italiana”) è un “immenso archivio del crimine, un’antologia completa del delitto, una miniera inesauribile di passioni, misteri, storie – una più inconsulta e fragorosa e ridicola e agghiacciante e vera dell’altra”. Perché? Anche questo ci spiega, nel suo intelligentissimo libro, Guarnieri: “Romanticamente affascinato dall’anormale, dall’orrido, dall’abnorme, dal lato tenebroso dell’esistenza non meno dei giovani scrittori scapigliati suoi contemporanei, Lombroso si sforza senza successo di razionalizzare l’incubo inquadrandolo in una serie infinita di casi patologici secondo gli schemi pseudoscientifici del positivismo, all’interno del quale si colloca comunque in una posizione estremistica”. Nessuno degli assunti più insostenibili viene tralasciato dalla sua indagine, né lo scoraggiano critiche feroci, dispetti, umiliazioni, che non gli vengono certo risparmiati. Qualunque scienziato si sarebbe arreso. Ma un poeta grafomane, mai.

I bamabini e le leggi razziali in Italia

Il volume dal titolo "1938. I bambini e le leggi razziali in Italia", pubblicato dalla Giuntina a cura di Bruno Maida, raccoglie gli atti del convegno sullo stesso tema che si è svolto a Torino il 9 novembre 1998. Organizzato dalla Comunità ebraica di Torino e dal Consiglio regionale del Piemonte a sessant’anni dalle leggi razziali, il Convegno ha visto gli interventi di Fabio Levi per l’introduzione, di Bruno Maida sul tema Con occhi di bambini. Il 1938 tra memoria e storiografia; di Daniela Adorni su Il furbissimo giudeo; legislazione razziale e propaganda nella scuola fascista; di Cristina Bonino su La scuola ebraica di Torino, 1938-1943; di Dontella Levi su La psicoanalisi italiana e il trauma dei sopravvissuti. Il caso italiano che non c’è. Il libro contiene anche due sezioni dedicate alle testimonianze, la prima dal titolo I nonni raccontano a cura di Sonia Brunetti e Fabio Levi e la seconda con citazioni da memorialisti come Susetta Ascarelli, Giovanni Finzi Contini, Lia Levi, Elena Ottolenghi, Aldo Zargani.
Il volume, dunque, mette al suo centro “la memoria dei bambini per provare a guardare le leggi razziali, il loro significato e il loro impatto, così come le loro conseguenze attraverso, appunto, occhi di bambini”. Alla riapertura dell’anno scolastico 1938-39, tra gli alunni inquadrati nella Gioventù italiana del Littorio i bambini ebrei non c’erano più. Lo aveva sancito una legge del mese precedente, il Regio decreto legge del 5 settembre 1938, n. 1390, recante Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista in cui, all’articolo 2, è scritto: “Alle scuole di qualsiasi ordine e grado ai cui studi sia riconosciuto effetto legale non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica, a cui seguirono decreti integrativi e circolari esplicative. Lo scopo era quello di formare i futuri cittadini italiani a una cultura della razza, legata alla fierezza nazionale, e stigmatizzare la loro appartenenza alla razza dominate e vittoriosa, quella ariana, la stessa a cui appartenevano i nazisti di Hitler.
Se l’espulsione dalla scuola era il primo abuso, il secondo era costituito da innumerevoli divieti che impedivano ogni normale attività quotidiana volti a opprimere e terrorizzare gli ebrei, e che andavano dal totale isolamento sociale alla quasi impossibilità di lavorare; la terza avrebbe dovuto essere l’imposizione della stella gialla, che però in Italia non fu mai applicata.
Per quanto riguarda la reazione ebraica, ci fu chi ricorse all’insegnamento privato, ma anche chi, grazie alla capacità organizzativa delle comunità maggiori, riuscì ad organizzare scuole ebraiche. Qui gli ebrei italiani, in maggioranza assimilati, iniziarono a riscoprire le loro radici culturali e religiose. Comunque, quello che è stato vissuto come dramma era la propaganda violenta e discriminatoria portata avanti dai mezzi di comunicazione di allora e quindi soprattutto i giornali e l’editoria per adulti e giovani, da cui furono epurati, naturalmente, tutti gli scrittori e giornalisti ebrei, hce iniziarono a ritrarre gli ebrei secondo i più biechi stilemi della vecchia propaganda anti giudaica messa in atto per secoli dalla Chiesa. Particolarmente traumatica era la necessità costante di mentire circa la propria identità, così come lo era il contatto costante con l’ansia degli adulti e la loro disperazione. Interessante a questo proposito è ciò che fa notare …. nell’ultima conferenza: l’Italia è l’unico paese al mondo in cui non siano stati fatti e pubblicanti studi sulle conseguenze psicologiche di questo trauma né in chi l'ha subito direttamente, né nella discendenza, secondo il principio della trasmissione psichica che si verifica anche in assenza di racconti circostanziati.

Kawabata, l'arte del sublime

Yasunari Kawabata nacque l’11 giugno 1899 a Osaka. Dopo un anno e mezzo, il padre morì di tubercolosi. Nel 1902 la stessa malattia lo privò della madre. “Non so neanche a che età siete scomparsi”, scrisse Kawabata nelle Lettere ai genitori, che terminano tutte con la frase rituale “Riposate in pace, voi che moriste senza lasciare al vostro unico figlio alcun mezzo di ricordarsi di voi”. Del padre infatti poté conservare soltanto poche foto che finì per perdere. Della madre, nulla. Non trovò conforto neanche nei ricordi altrui, perché, come scrisse nelle Lettere: “Provavo un disgusto quasi isterico quando ero costretto ad ascoltare gli altri parlarmi di voi.”
Fu raccolto, insieme alla sorella, dai nonni. Ma la nonna morì nel 1906, nel 1909 fu la volta della sorella e nel 1914 del nonno. A quindici anni, Yasunari Kawabata era completamente solo al mondo. Il nonno era stato un piccolo notabile, ma non aveva saputo amministrare i suoi beni e aveva perso tutto. Era cieco. Kawabata ha lasciato, delle serate trascorse col nonno, dei raggelanti racconti in Diario del mio sedicesimo anno: “La sera, in casa, non si sentivano che il rumore dell’orologio e quello della scia luminosa della lampada a olio”. Kawabata entrò allora come interno in un collegio di Ibaragi. Raccontò, nell’Adolescente, della sua gioia più grande, quella di dormire abbracciato a Kiyono, “il mio amore omosessuale”, come lo definì. Nel 1918 si trovava a Tokyo, per proseguire gli studi. Per riprendersi da una delusione d’amore, la rottura del fidanzamento con una fanciulla che nei suoi libri chiamerà Michico e che, per sottrarsi al suo sguardo indagatore, era solita alzare il braccio per coprirsi il volto, si recò, nello stesso anno, sull’Isola di Izu. Qui incontrò una troupe di attori ambulanti e rimase sedotto dalla grazia di una ballerina. Il racconto di tale visione lo rese celebre sin dalla pubblicazione, nel 1927. Si trattava di La ballerina di Izu, da cui sono stati tratti sei film. Il protagonista, un giovane, scorgendo la ballerina che si bagna, si accorge che è ancora una bambina: “Sentii scorrere nel mio cuore dell’acqua fresca e, sospirando profondamente dal sollievo, sorrisi appena.” Ben più intrigante, uno scritto della stessa epoca, ispirato dallo stesso luogo, Le cameriere d’albergo, che descrive figure ben più concrete, quasi triviali, sensuali, toccanti, che si confrontano con l’egoismo e la brutalità degli uomini. Forse, uno dei pochi scritti di Kawabata in cui la vita appare più forte della morte.
Protagonista di Il paese delle nevi (1948) è un uomo maturo. appassionato di balletto classico occidentale. Ogni inverno trascorre un lungo periodo in una stazione termale montana, dove conosce Komako, una geisha con cui intreccia una storia d’amore che via via si trasforma in un conflitto distruttivo. Nel 1952 vide la luce uno dei capolavori di Kawabata, Mille gru, che gravita tutto intorno alla cerimonia del tè, mezzo che consente di accedere a un mondo fantastico di sensazioni pure. I motivi sensuali già presenti in questa opera si fanno più evidenti in La casa delle belle addormentate, del 1961: l’anziano Eguchi si reca più volte in un inconsueto postribolo, destinato agli anziani: costoro passano le notte con giovanissime donne, tenute sotto l’effetto di un potente narcotico. Gli anziani non possono né svegliarle, né comportarsi in modo indecoroso. Eguchi è tentato di infrangere le regole, ma poi comprende che il fascino di quell’esperienza è tutto nel tabù. Le sue serate scorrono dunque nella contemplazione dei corpi delle dormienti la cui vista suscita in lui innumerevoli ricordi: ”Ricordò d’un tratto un bacio di oltre quarant’anni innanzi. In piedi davanti a una ragazza, con le mani appena posate sulle sue spalle, Eguchi aveva avvicinato le sue alla labbra di lei”. Nella novella di sapore surrealista, Il braccio, del 1963, si racconta ci una donna che in pegno d’amore dona al suo innamorato un suo braccio per una notte. Tra le ultime opere, il romanzo Koto, del 1992, narra di un disegnatore di chimono, Takichiro che con la moglie adotta una trovatella. Qualche anno più tardi la ragazza incontra una giovane operaia e scopre di esserne la sorella. Se, da una parte, la narrazione si sofferma sull’animo dei personaggi dall’altra sembra lanciare un monito contro l’americanizzazione del Giappone.
Nel 1968 Kawabata fu insignito del Premio Nobel per la letteratura. Il 14 aprile 1972, dopo aver subito un’operazione chirurgica, si tolse la vita.

Margerete Susman, “Il Libro di Giobbe e il destino del popolo ebraico”

“In questo momento, segnato da una catastrofe mondiale che nella vita e nel sapere ha condotto l’umanità sulla soglia del suicidio, un esame approfondito del destino e del problema del popolo ebraico non può essere nulla più che un tentativo molto modesto: un tentativo che si può azzardare solo perché un punto d’approccio al problema si offre dentro la catastrofe stessa che, con il più violento culmine di odio per gli ebrei in tutti i tempi, rappresenta il crollo di ogni umanità e umanitarismo nel mondo occidentale. Di fronte a questo evento, ogni parola è troppo poco e insieme troppo: sua verità è solo il grido dalle afone profondità dell’esistenza umana. E’ perciò il libro di Giobbe quello da cui si intraprende il tentativo di fornire una interpretazione di tale evento”.
Inizia così l’introduzione che la stessa Margerete Susman scrisse per il suo Il Libro di Giobbe e il destino del popolo ebraico, che fu dato alle stampe a Zurigo nel 1946. Pittrice, poetessa e filosofa, la Susman era nata ad Amburgo nel 1872, trascorse infanzia e giovinezza a Zurigo, dove emigrò definitivamente nel 1933 e dove morì, nel 1966.
Per la Susman, Giobbe rappresenta il prototipo del sofferente incolpevole che disperato si interroga sulla giustizia divina, mentre il destino del popolo ebraico perseguitato e sterminato dimostra che la legge divina è uscita dalla vita degli uomini, e l’ha lasciata priva di senso, immersa in un senso di colpa che permea tutta l’esistenza. Il parallelo da lei stabilito non può che farle porre, a proposito del destino del popolo ebraico, le stesse domande, più o meno, che si pone Giobbe di fronte al suo destino: perché Dio lo colpisce così rovinosamente, apparentemente senza ragione? E’ una punizione per qualche omissione di cui non si è reso conto, è un modo di mettere alla prova la sua fede o è un puro esercizio di onnipotenza? Ma è lecito interrogarsi sul comportamento di Dio? Possiamo presupporre, nella nostra vita tanto breve, di poterlo interpretare? La Susman prende in esame la peculiarità del destino ebraico per affermare che, certamente, il popolo ebraico non è il solo ad aver sofferto, ma il suo essere “piccolo, disperso, totalmente irrilevante per il mondo dei popoli perché privo di forma e di potenza politiche” lo rende “in modo chiaramente visibile, e al tempo stesso sommamente misterioso, centro degli odierni eventi mondiali” facendone “proprio il punto su cui la potenza oscura ha messo il dito per porre in atto, a partire dalla dissoluzione di questo minuscolo nucleo, la dissoluzione del mondo dei popoli e di tutto l'umano in genere". Quindi, per la Susman, il progetto di sterminio messo in atto contro il popolo ebraico corrisponde a una strategia di distruzione e di autodistruzione dell’umanità, quasi questa fosse composta da strati di cui l’ebraismo è il nucleo, in quanto primo tra i popoli ad accettare il Patto tra Dio e l’umanità. E l’umanità non è grata di questo agli ebrei: “nell’aver (gli ebrei) accolto la legge, prende l’avvio, ben discosto dalla consapevolezza degli uomini, tutta l’ostilità contro Israele”. Uno dei perni della legge è quello su cui si basa l’obbligo di difendere il debole, obbligo che si contrappone alla cosiddetta “legge di natura”.
E qui sentiamo, nell’autrice, tutta l’amarezza degli ebrei (soprattutto gli ebrei tedeschi, che tanto avevano amato la cultura tedesca e che ritenevano di aver dato un notevole contributo alla sua grandezza), e tutto il loro senso di smarrimento di fronte alla totale assurdità della Shoah, che quasi li spingeva a chiedersi se, e in che misura, avessero essi stessi contribuito a creare la cultura che l’aveva generata, se non fossero stati abbastanza accorti nel percepirla e nel denunciarla, e ancora si intestardivano a cercare di capire se vi fosse un possibile nesso tra colpa e destino del loro popolo, di fronte a un comportamento che non poteva (non può) essere intelligibile, tanto è irrazionale nella sostanza (quanto razionale nella realizzazione).
Fin a dove risale la colpa ebraica? Certo, è una colpa vivere da dispersi tra gi altri popoli: distinguendosi, si può passare da provocatori; non distinguendosi abbastanza si può passare da parassiti e da orditori di complotti. Certo, è stato imprudente accettare la Legge e promettere di osservarla anche a nome degli altri. Certo, è stata una colpa mangiare il frutto e provocare l’uscita dell’umanità dall’Eden. Se non si prende in esame il ritorno a Sion, riparando alla condizione di esiliati (perché si riconosce all’esilio, al vivere in mezzo agli altri, nonostante i rischi, una funzione pedagogica), al popolo ebraico non resta altro da fare se non parlare con Dio, invece che parlare di Dio, per trovare la forza di seguitare ad assumersi il suo compito, che per la Susman, ha un fine etico e filosofico insieme: “Perciò il destino del polo ebraico è ogni volta un nuovo venir-scaraventato ai limiti, a partire dai quali, nella lotta per la sua vita, deve necessariamente lottare per il senso di ogni vita. E con ciò, la forza che non lascia perire questo popolo, che sempre di nuovo lo costringe a vivere, si rivela essere l’opposto della forza vitale naturale; si rivela invece come la forza dell’ultima verità, nascosta nell’essere come pensiero, di cui la perdizione e la morte hanno avuto sentore. Solo ai limiti della vita e del poter-vivere sgorga la fonte di questa verità; solo dai limiti il popolo ebraico riceve la sua inaudita forza di vivere e di sopportare. E questo fluisce a lui dalla sua origine”.

L'eros e la legge

Le interpretazioni della Bibbia cercano da sempre di individuare quale principio unificatore la animi, principio che è simboleggiato dall'eco della voce divina che Mosè udì sul Sinai, e che oggi parla ancora attraverso la Torà. Dopo aver plasmato il primo uomo con la terra e l'acqua, Dio insufflò in lui la vita. Stéphane Moses, in L'Eros e la Legge - letture bibliche, sostiene che questo soffio vitale sia amore, Eros: lo era quando fu creato Adamo (che lo ricevette direttamente) e lo era nelle parole di Dio a Mosé (che lo ha racchiuso nel messaggio della Legge): "Dal momento che quella parola originaria è destinata agli uomini e mira a regolarne la vita su questa terra, il soffio dell'Eros divino si è 'incarnato', nel testo biblico, in discorso della Legge".
Per comprendere il messaggio biblico vivente, secondo Mosès, occorre risalire all'Eros primordiale che l'ha generato. In questo volume, che raccoglie alcuni suoi saggi in cui temi complessi vengono affrontati in modo estremamente chiaro e consequenziale, lo studioso francofono di origine tedesca ci spiega che la Bibbia contempla la conoscenza per mezzo del corpo: il verbo "conoscere" - ladà'at - significa sia conoscere intellettualmente che conoscere carnalmente, e infatti è riferito alla conoscenza che Adamo fece di Eva. La tradizione mistica ebraica insiste molto sull'origine carnale della conoscenza e sul radicamento di ogni attività intellettuale nell'esperienza corporea. La conoscenza viene fondata nella soggettività umana intesa non come una serie di categorie teoretiche, ma nell'insieme della persona, psiche e corpo.
Il desiderio di conoscenza nasce dalla percezione di una mancanza. Dio onnipresente e onniscente si sente solo nell'Universo e si contrae (quello che i cabbalisti chiamano zimzum) per "fare spazio" alla creazione. Adamo, nell'Eden, vedendo che tutti gli animali sono in coppia, si sente solo e desidera una compagna. A quel punto, Dio "fa spazio" in lui per Eva, togliendogli una costola.
L'uomo e la donna, esseri duali fatti a immagine di Dio (anch'Egli duale perché in parte trascendente e in parte immanente, e la Sua immanenza ne è la parte femminile, ossia la Shekhinà) sono entrambi, al contempo, maschio e femmina, spirito e corpo. Dalla loro unione nasce la vita, che è sia unione di due nell'uno (e in questo senso, il figlio può essere considerato il simbolo della sintesi della creazione che dal molteplice torna all'unico Principio creatore da cui è scaturita) sia la moltiplicazione di due nelle infinite combinazioni genetiche possibili, nell'imprevedibilità della prolificazione potenziale.
Il tempo della Bibbia è etico e ciò comporta il rifiuto di ogni fatalismo. Si è coscienti di ciò verso cui si va, e si preferisce la speranza legata al rischio al godimento immediato: il tempo ebraico tende all'infinito per non rischiare di costruire monumenti al presente. È per questa ragione che Esaù perde la primogenitura a favore di Giacobbe; quest'ultimo desiderava farsi carico l'eredità morale dei Padri, mentre Esaù era un guerriero che vedeva la propria vita limitata al tempo che lo separava dalla propria morte. La temporalità ebraica è qualitativa, e l'infinito (cui viene comunque messo un termine, con l'avvento dell'era messianica) simboleggia la qualità dell'avvenire. Il desiderio della qualità è Eros e Ethos contemporaneamente; l'istante successivo non nasce da una serie di istanti ineluttabili, ma è costantemente ed eticamente scelto: "Ciò che la tradizione ebraica chiama 'il mondo a venire' designa questo mondo nella misura in cui si annulla a ogni istante per far esistere il proprio al di là, il proprio oltre. Questo oltre può generarsi solo nel presente e contro di esso", scrive Mosès. Il perpetuo "altrove" (che è temporale e spaziale) indica un'esigenza, un desiderio (Eros) dell'oltre che viene dal profondo dell'intimo dell'uomo, che nulla può colmare.
Dio stesso si annuncia a Mosé con due futuri "Io sarò (colui) che sarò" (Eheyé asher eheyé) sul Sinai, mentre invece precedentemente, nel deserto, essendogli apparso come fuoco che arde ma non consuma, si era definito come "Il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe", ossia come il Dio rassicurante e familiare, forse quasi dimenticato e leggendario, che doveva trasformarsi in un Dio che annuncia il riscatto del futuro. In quest'ottica, è necessario che Mosè torni dal popolo dicendo che lo manda "Io sarò". Questo va letto come il desiderio di Dio di coinvolgere il suo popolo nel Suo destino: "Io sarò" può essere completato con "Io sarò colui che voi vorrete che io sia", o ancora, "Io sarò ciò che voi farete di me": "A livello della loro storia collettiva - scrive Mosés - la memoria, ossia l'attualizzazione del passato, si confonde con la speranza, ossia con l'anticipazione dell'avvenire". Di nuovo, Ethos ed Eros si sintetizzano. Dal Nome di Dio l'uomo deduce che gli è data la possibilità di superare il tempo e di fare della memoria (del passato) lo strumento della redenzione (del futuro).
La redenzione è resa possibile dalla Rivelazione sul Sinai e il rapporto che unisce Dio e il suo popolo è il desiderio del popolo di sentire di nuovo la voce di Dio. La voce di Dio è racchiusa nella Torà, nel rivolo dei precetti scaturiti dai comandamenti, elaborati da Mosé: "Il prezzo da pagare per la mediazione di Mosé è il restringersi dell'esperienza mistica nella pratica dei precetti, il passaggio della libertà dell'Eros verso la disciplina della Legge", scrive Mosés. Il desiderio del popolo ebraico, che la tradizione vuole simboleggiato dall'innamorata protagonista del "Cantico dei cantici", è quello di riscoprire la tensione erotica, l'Eros divino, che la Legge incarna.

Gli ebrei e la Romagna

La presenza ebraica in Emilia-Romagna è documentata sin dal medio Evo. Rimini, Ferrara, Lugo e successivamente altri centri hanno ospitato nuclei di ebrei la cui storia ha seguito una linea di sviluppo comune: l’espulsione decretata dalle bolle papali nel Cinquecento, la segregazione nei ghetti, la reintegrazione da parte della Francia giacobina e napoleonica, la libertà definitiva conquistata con il Regno d’Italia, l’avvento del fascismo e le leggi razziali, la deportazione, i campi di concentramento.
Il volume dal titolo Le Comunità ebraiche a Modena e a Carpi – dal medioevo all’età contemporanea, edito dalla Giuntina e curato da Franco Bonilauri e Vincenza Maugeri, si ripropone appunto di ripercorrere alcuni temi della storia delle comunità ebraiche di Modena e Carpi con testimonianze e documenti d’archivio che compongono gli atti di un convengo sullo stesso tema svoltosi a Modena e a Carpi nel maggio del 1997.
Nella conferenza dal titolo La relazione cristiano-ebraica nelle città emiliane fra basso medioevo e prima età moderna, Maria Giuseppina Mazzarelli coglie nella storia delle piccole comunità ebraiche chiamate dai Comuni a svolgere attività feneratizia e nella loro relazione con la maggioranza cristiana “un elemento rivelatore delle diversità sia dei modelli economici sia dei più generali progetti politici propri allo Stato della Chiesa e alle Signorie dell’Italia centrale e settentrionale”. Due concezioni economiche si fronteggiarono e si susseguirono: una più liberista, che voleva incrementare la capacità economica di una classe sociale che sarebbe divenuta poi la borghesia e che si giovava del prestito ebraico, l’altra più centralista che aveva necessità di controllare essa stessa il prestito e quindi decise di liberarsi della concorrenza ebraica. In ogni caso, nei territori non soggetti all’autorità papale (che nel 1555 istituì i ghetti e decretò la progressiva concentrazione degli ebrei nelle sole città di Roma e Ancona) le relazioni tra ebrei e cristiani furono diversificate, ed ebbero diversi sviluppi a seconda delle situazioni economiche dei diversi comuni nelle varie epoche della loro storia. Dai territori soggetti all’autorità papale gli ebrei vennero, come noto, progressivamente espulsi. Dice la Muzzarelli “l’espulsione è stata una forma di protezionismo anche economico ma soprattutto culturale: un’ammissione di incapacità a reggere una contraddizione alle volte forse lacerante ma complessivamente vitale”. Ma non erano quelli tempi in cui si potesse coesistere con la diversità. Lo dimostra più di ogni altro esempio, il saggio Il reimpiego dei manoscritti ebraici. I frammenti ebraici scoperti presso l’archivio storico comunale di Modena e il loro contributo allo studio del giudaismo. Ai tempi dell’Inquisizione post-tridentina, iniziò una fervente attività di sequestro e distruzione dei testi ebraici. A Modena questa ha assunto un aspetto peculiare: i testi ebraici su pergamena, smembrati e in parte cancellati, vennero usati sistematicamente per fare da copertina ai registri parrocchiali: “la quantità di fogli e bifogli di manoscritti ebraici medievali riciclati rinvenuta negli archivi modenesi è davvero impressionante e, con i suoi circa 3.000 frammenti finora censiti, costituisce il più grande giacimento di questo genere che si conosca al mondo”.
Tra i saggi che riguardano al storia più recente, I ragazzi di Villa Emma a Nonantola di Klaus Voigt racconta di un gruppo di ragazze e ragazzi ebrei, fuggiti dalle persecuzioni nella Germania nazista e nella Croazia degli ustascia, che fu ospitato dal settembre 1942 al settembre del 1943 nella cittadina emiliana. Malgrado la politica ufficiale del governo fascista, i ragazzi di Villa Emma mantennero dei buoni rapporti con la popolazione locale anzi, “l’aiuto spontaneo che ricevettero dalla popolazione di Nonantola fu determinante e permise loro … di rifugiarsi in Svizzera”.

Cabbalà e Alchimia

Cabbalà e Alchimia hanno seguito un cammino parallelo, seguendo uno stesso percorso spirituale. Si sono separate là dove il loro percorso sublimante-speculativo si è risolto nella manipolazione finalizzata e utilitaristica della materia. Ma inizialmente erano entrambe strumenti di una forma iniziatica di conoscenza che cercava di illuminare la via per una sapienza trascendere. Il processo alchemico vero (e cioè non quello che attiene alla manipolazione della materia) è lungo e complesso quanto il percorso dell’autocoscienza; è una lunga via per l’individuazione, intesa come la costruzione dialogica, non dialettica, che si svolge all’interno dell’individuo, tra le sue componenti interne, tra lui e la realtà, tra lui e il divino.
È questo il tema centrale di Cabbalà e Alchimia – Saggio sugli archetipi comuni di Arturo Schwart, edito da Giuntina.
I primordi dell’Alchimia si possono far risalire agli albori della civiltà. L’"Arte Regia" si diffuse in Occidente dall’India e dalla Cina attraverso l’Egitto ellenizzato, all’inizio dell’era volgare. La degradazione dell’Alchimia a rango di pseudo-scienza, con la fissazione di obiettivi pseudo-pratici (in Oriente era la ricerca dell’Elisir di lunga vita, in Occidente la ricerca della Pietra filosofale, come mezzo di trasmutazione del piombo in oro) ha avuto inizio durante il medioevo. Originariamente, invece, essa consisteva nella ricerca di una conoscenza spirituale la cui fase operativa, in laboratorio, era soltanto un pretesto per esercitare la mente. Mediante la conoscenza della materia si perseguiva, in effetti, la conoscenza di sé.
Il mondo degli alchimisti ebrei era caratterizzato proprio dal loro considerare l’alchimia pratica come una specializzazione strettamente intrecciata all’osservanza religiosa. Lo storico Marcelin Berthelot – autore di opere sull’alchimia ellenistica e medievale – è stato probabilmente il primo a mettere in risalto la centralità della letteratura biblica nei primi scritti alchemici. Sia gli alchimisti ellenistici che quelli medievali attribuivano abilità alchemica ai personaggi della Bibbia e significato alchemico ai passi biblici.
Cabbalà e Alchimia furono, insomma, strumenti di una forma iniziatica di conoscenza che cercava di illuminare la via per una sapienza implicante la liberazione dalle contingenze e dalle contraddizioni della vita. Lo stesso concetto espresso dai greci con l’iscrizione del tempio di Apollo a Delfi "gnoti seauton" – conosci te stesso - è espressa nel Talmud con le parole di Rabbi Hisdà "Un sogno non interpretato è come una lettera che non è stata letta". Da qui, si passa a considerare l’opera alchemica come mezzo di progresso culturale e sociale; Abraham Eleazar scrive, in un testo edito nel XVIII secolo: "Impara e comincia a lavorare, perché i tuoi fratelli poveri siano redenti dalla paura…"
La correlazione tra Cabbalà e Alchimia si poggia su quattro modelli fondamentali di pensiero: del primo abbiamo già detto, ed è la pulsione alla conoscenza di sé. Il secondo è affrontato da Schwarz nel terzo capitolo del volume, e può essere riassunto nel motto "Nell’uno è il tutto", in cui si riassume la fondamentale unità dell’Universo. L’individuo è legato all’Universo da una relazione armonica di interdipendenza e interazione. A livello umano, l’unità del tutto implica che, psichicamente, l’individuo è un essere umano completo, cioè sia maschile che femminile (il sesso biologico di ognuno, dunque, non è altro che la predominanza di un principio sull’altro). A livello psicologico, la frattura causata dalla divisione del sé guarisce se e quando in esso viene raggiunta l’integrazione dialettica del maschile e del femminile.
Il terzo principio fondamentale del pensiero cabbalistico e alchemico, affrontato al capitolo quarto, è riassunto nel concetto di "non-dualità della dualità", per cui i due poli di una polarità sono in un rapporto di complementarità e non di conflittuale opposizione. La base di questa complementarità è la polarità congiunta maschile/femminile, che diventa il modello di tutte le altre finte opposizioni: caldo/freddo, giorno/notte, vita/morte, gioia/dolore, eccetera.
L’unione dei due principi cosmici di maschile e femminile (Padre cielo e Madre terra) dà vita all’Universo e quindi la dialettica che li unisce non può essere di opposizione perché altrimenti essi si negherebbero, si eliderebbero a vicenda.
Cogliendo la complementarità di maschio e femmina, i cabbalisti e gli alchimisti hanno anticipato le scoperte della psicologia analitica: la natura umana è bisessuale (nel primo capitolo della Genesi è scritto "Dio creò l’uomo a sua immagine … maschio e femmina lo creò"). L’individuo o ne è inconsapevole o rimuove tale consapevolezza. L’antico mito del dio androgino è la metafora esoterica del bisogno di ricostruire l’unità della personalità divisa. Il termine che Jung ha usato in proposito è in-dividuazione, nel senso si annullamento della divisione: ciò che – nel corso del processo di tale in-dividuazione – la persona diventa consapevole è la natura androgina della propria psiche. L’Animus (il principio maschile nella donna) e Anima (il principio femminile nell’uomo) sono due spetti dello stesso essere la cui essenza è data dall’inclusione della differenza nell’identità.
Da ciò discende il quarto modello fondamentale del pensiero cabbalistico e alchemico che considera l’amore strumento di conoscenza, oggetto del sesto capitolo. In quanto strumento di conoscenza, l’amore è anche strumento di trasformazione della vita e del mondo. Come già detto, trasformare la vita e/o l’individuo è possibile soltanto grazie alla conoscenza di sé. Ciò ci riporta di nuovo al concetto cardine di Cabbalà e Alchimia: la trasformazione o trasmutazione della materia altro non è che la metafora della trasformazione o trasmutazione dell’uomo attraverso la consapevolezza raggiunta dall’illuminato, che conosce per trasmutare e, attraverso l’amore, raggiunge la perfezione, simboleggiata dall’androginia.
Questo pensiero circolare e dialogico, che tendeva a unire e ad assorbire gli opposti, è stato sostituito con il postulato dell’estraneità tra Creatore e creatura e con l’affermazione del principio di causalità, che ha subordinato l’effetto alla causa negando la visione olistica del pensiero cabbalistico e alchemico.
Nell’approccio scientifico non resta spazio per l’illuminazione, che è sempre il risultato della conciliazione realizzata tra Teoria e Prassi, tra Pensiero e Azione.

Isaiah Berlin, la volpe

Isaiah Berlin, politologo di origine russa, è nato a Riga nel 1909 ed è morto a Oxford nel 1997. Alcuni dei suoi scritti sono stati tradotti per Adelphi, come Impressioni personali (1989), ritratti dal vivo di gradi figure del scolo, tra cui Churchill, Aldous Haxley e Anna Achmatova; Il mago del Nord (1997), un’ampia biografia sul filosofo irrazionalista tedesco J. G. Hamman; Il riccio e la volpe (1986), sull’intelligencija russa della seconda metà del secolo scorso, un gruppo quasi settario di intellettuali che riuscirono a ritagliarsi uno spazio nella cultura europea, preparando il terreno per la rivoluzione del 1917. Si trattava di Herzen, Bakunin, Belinskij e Turgeniev, dalle opere dei quali Berlin vide affiorare tutta una rete di tensioni sottese a un lungo momento della storia russa. Nel saggio più famoso di questa raccolta, Berlin divide gli spiriti umani in due gradi famiglie: da una parte ci sono le volpi “che perseguono molti fini spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati solo genericamente, non unificati da un principio morale o etico” dall’altra ci sono i ricci, che riportano tutto a un visione centrale, a un principio ispiratore unico, universale, che da solo dà significato a tutto ciò che essi sono e dicono. Se Puskin era un esempio di volpe, Dostoevskij era un riccio, mentre Tolstoj era una volpe che credeva di essere un riccio. Berlin stesso, forse, può essere definito un riccio che si mostrava sotto le sembianze di una volpe. Se, infatti, i suoi scritti sono stati per lungo tempo sparsi in varie pubblicazioni e hanno riguardato argomenti diversi, come la storia, la filosofia, la politica, avevano tutti un principio ispiratore, che era quello di argomentare (come Berlin fatto nei saggi raccolti nel volume Il legno storto dell’umanità, Adelphi,1996) che occorre essere diffidenti verso le teorie politiche troppo dritte perché vi sono valori che, ancorché conflittuali, sono tutti indispensabili, come la libertà, la giustizia, l’uguaglianza. Da ciò deriva la sua illuminata e salutare visione pluralista, che tenta di salvarci dai guaritori dell’umanità, come gli utopisti e chi li ha preceduti (tra cui Vico, Herder e De Maistre), e alla luce della quale va riletta la storia dell’unità europea e il formarsi dei fascismi.

A.A.V.V. "Shalom Trieste. Itinerari dell'ebraismo" - catalogo delle manifestazioni culturali che hanno avuto luogo a Trieste dal 31 luglio all'8 nove

Che il ritorno di Trieste all'Italia sia stato uno tra gli esiti auspicati e raggiunti della Grande Guerra, è noto. Facciamo quasi più fatica a ricordare il passato austriaco del capoluogo giuliano, nonostante sia durato più di seicento anni: fu infatti già nel 1309 che Trieste, fino ad allora assoggettata a Venezia, decise di sottomettersi al duca Leopoldo d'Austria. Dopo tre secoli di schermaglie con i vicini veneziani e istriani, che ne impedirono lo sviluppo portuale, Trieste venne dichiarata, nel 1719, portofranco; tale franchigia venne poi estesa dall'imperatrice Maria Teresa a tutti gli stranieri che vi abitavano (1771). Iniziarono così a formarsi colonie di greci, dalmati, albanesi ed ebrei del Levante in cerca di libertà civili e di un ambiente imprenditoriale favorevole.
Le successive "Patenti di tolleranza", promulgate dal figlio di Maria Teresa, Giuseppe II, nel 1781/1782, accordarono libertà di culto a tutte le minoranze acattoliche. Così gli ebrei vennero liberati legalmente dall'obbligo del segno, furono ammessi ad entrare in tutte le professioni liberali, poterono far parte della deputazione di borsa, acquistare immobili, prendere in affitto terre.
Nel 1784 i cancelli e le mura del ghetto di Trieste - istituito nel 1693 - vennero definitivamente divelti.
Gli ebrei, presenti sul suolo triestino dal XIII secolo, avevano stimolato la libera imprenditoria del ceto mercantile mediante la loro attività di piccoli prestatori di denaro a interesse. Fu anche per questo che, fino al 1693, la popolazione cristiana della città - vicina alle idee della Riforma protestante - era riuscita ad ottenere, dalle autorità governative ed ecclesiastiche, che la "sua" comunità ebraica non venisse né espulsa né inibita nella sua attività economica; ma l'equilibrio di interessi che aveva regolato fino ad allora la convivenza civica finì per incrinarsi, e iniziarono le richieste di espulsione e i primi passi istitutivi del ghetto. Inizialmente fu chiesto che gli ebrei venissero obbligati a risiedere all'interno delle tredici case che circondavano Piazzetta Trauner (e le modalità di richiesta fanno supporre che tale scelta fosse economicamente interessata). Gli stessi ebrei - la comunità contava allora tra i sessanta e gli ottanta membri - oppose strenua resistenza dato che gli spazi individuati erano chiaramente troppo angusti. Nel 1696 fu loro permesso di restare nella zona centrale di Portizza di Riborgo, che non tardò a rivelarsi anch'essa insufficiente. La popolazione ebraica Triestina radoppiò nel decennio tra il 1748 e il 1758, passando da 120 a 221 membri, per arrivare a contare, nei cinquant'anni successivi all'abolizione del ghetto, circa 1080 anime (era quindi decuplicata in un secolo e mezzo).
Resta il fatto che, grazie all'impulso che la Casa Imperiale d'Austria aveva voluto imprimere all'attività portuale della città, unica dell'impero ad affacciarsi sul Mar Adriatico e quindi sul Mediterraneo, gli ebrei triestini furono emancipati per primi tra gli altri ebrei austro-ungarici e ben prima degli ebrei del resto della Penisola.
A causa dell'emancipazione - a Trieste come altrove - iniziarono a giocare due componenti; da una parte, la maggioranza degli ebrei stessi fu entusiasta di entrare a far parte di società allargate e di entrare a pieno titolo nelle loro economie e culture, e fece di tutto per riuscirci; dall'altra furono presi precisi provvedimenti legislativi che ne incoraggiavano l'assimilazione. Ad esempio, uno dei provvedimenti di Giuseppe II rese obbligatoria ed equiparata l'istruzione scolastica statale per i bambini ebrei; inoltre, già dal 1820 era stato accolto con particolare favore un editto imperiale che richiedeva per i futuri rabbini un'istruzione adeguata anche in filosofia e dottrine generali, per meglio guidare spiritualmente un ceto ebraico in forte trasformazione. Fu a questo punto che prese le mosse l'Istituto Superiore Rabbinico di Padova, inaugurato nel 1829, primo in Europa ad essere stato creato a questo preciso scopo. A dare grande impulso a tale Istituto fu Samuel David Luzzatto, nato a Trieste nel 1800; egli vi si trasferì nell'anno dell'inaugurazione e vi rimase fino alla morte, nel 1865. Svolse attività di traduttore del Pentateuco, di altri testi biblici e di formulari di preghiere. Tutto questo proprio perché, in quegli anni, sotto le spinte delle idee illuministe in tutto il mondo occidentale, gli ebrei discutevano sulle modifiche da apportare o meno alle liturgie sinagogali e se il culto dovesse essere officiato e le preghiere dovessero essere pronunciate unicamente in ebraico (che molti non capivano più) o anche in traduzione. Come noto, in Italia il culto fu reso soltanto più "pomposo" (fu introdotto l'uso dell'organo) e si preferì non rinunciare all'ebraico, quanto piuttosto si scelse di imprimere un forte impulso all'educazione ebraica delle Comunità, con l'edizione e la divulgazione di materiale pedagogico opportunamente concepito e prodotto.

Questa in sintesi la cornice storica che racchiude gli argomenti trattati nei saggi contenuti nel catalogo in questione, che trascende, così, la sua funzione di corredo di manifestazioni circoscritte in un limitato lasso di tempo, per diventare un'importante compendio di documenti, riflessioni e indicazioni bibliografiche su un'epoca precisa della vita ebraica triestina, quella, appunto, che va dal 1814 al 1914 e che ci si delinea come una sorta di "bella époque", situata tra due tragedie: la segregazione prima e lo scoppio della prima guerra mondiale, poi.
Il volume è scandito in quattro sezioni, all'interno delle quali sono compresi i singoli apporti degli studiosi. E' impossibile qui citarli e commentarli tutti; per cercare di dare fluidità alla mia lettura, non rispetterò l'ordine dell'impaginazione.
la prima sezione è costituita dal nutrito apparato riferito alla mostra "Famiglie ebraiche a Trieste, 1814-1914", ospitata a suo tempo presso il Civico Museo Sartorio. Vi sono contenuti circa venticinque saggi, che evidenziano più o meno l'importanza avuta dalla centralità del nucleo familiare - visto come caratteristica della convivenza sociale ebraica - per lo sviluppo economico, sociale e culturale della vita ebraica triestina.
Seguono questa impostazione, in modo particolare, i saggi: "Banchieri ebrei a Trieste nella prima metà dell'Ottocento" di Alessandro Stabel, sugli intrecci familiari e societari all'interno delle prime banche triestine, che furono soprattutto, se non esclusivamente, ebraiche (tale endogamia economica dovette poi aprirsi alle esigenze di mercato delle Società Assicuratrici, rendendo le famiglie più cosmopolite e multi-religiose); "Gli ebrei e la proprietà immobiliare a Trieste nell'Ottocento. Quattro famiglie a confronto" di Stefano Fattorini, in cui si narrano le fortune e sfortune dei primi investimenti immobiliari ebraici e delle conseguenze su di essi delle suddivisioni ereditarie e dei progressivi mutamenti delle condizioni storico-economiche; "Musica, salotti e famiglie borghesi ebraiche a Trieste tra il 1814 e il 1914. La famiglia Hierschel e la famiglia Brunner", di Federica Vetta, da cui veniamo a sapere che, nel 1850, in occasione della prima dello "Stiffelio", Giuseppe Verdi fu ospite del salotto di Clementina Hierschel de Minerbi; la musica era altrettanto presente - ai primi anni del Novecento - nella vita dell'intera famiglia Brunner, i cui membri furono molto attivi, oltre che in campo economico e politico, anche all'interno della Società dei Filarmonici.
Più a carattere storico generale ci appaiono, tra gli altri, il saggio di Alessio Fornasin "La presenza ebraica nella Borsa e nella Camera di Commercio", da cui sappiamo che l'accesso degli ebrei triestini nella Consulta di Borsa era regolato da una sorta di "proporzionale" che rifletteva la composizione multietnica della città; quello di Raffaele Cusin "Il ghetto e la città" , in cui si ripercorrono le tappe della presenza ebraica a Trieste, la formazione del primo ghetto, col suo nucleo di tredici case e le successive espansioni; quello, ancora, di Tullia Catalan "La Comunità ebraica di Trieste nell'Impero asburgico. Dalla fine del settecento allo scoppio della I guerra mondiale", in cui si ripercorrono le tappe del carattere composito e cosmopolita della Comunità ebraica triestina, e le prerogative derivatele dalla promulgazione delle "Patenti" di Maria Teresa e del figlio Giuseppe II (1771, 1781); e infine, in "Festività rito e tradizione: alcune particolarità sulla vita ebraica della Comunità di Trieste" Lia Steindler ripercorre alcuni episodi storici riallacciandoli alla celebrazione delle feste ebraiche, fornendoci alcuni spunti narrativi ed esempi di come la microstoria e la macrostoria possano intrecciarsi.
La particolare temperie storica che venne a verificarsi con l'emancipazione e i fermenti riformistici centroeuropei e il carattere composito della presenza ebraica triestina costituiscono l'argomento del saggio di Cristiana Facchini "Aspetti della cultura rabbinica a Trieste tra il 1814 ed il 1914": se per quasi tutto l'Ottocento, a differenza di altre zone italiane ed europee, il rabbinato triestino non produsse libri di storiografia o studi di letteratura talmudica di particolare rilievo, tra l'Ottocento e il Novecento la situazione mutò radicalmente, sia grazie all'attività pubblicistica ed editoriale di Dante Lattes, che per l'imposizione - da parte dei governi austriaci - di rabbini provenienti dall'impero austro-ungarico di lingua tedesca, il che immise in Trieste elementi culturali di diversa provenienza, divenendo fonte di conflitti e trasformazioni.
A Gadi Luzzato Voghera, con "'Un certo ché, da noi chiamato anima'. Il catechismo e il culto negli anni dell'emancipazione" dobbiamo ulteriori chiarimenti su come furono affrontati nella Comunità ebraica triestina (anche in rapporto con gli interventi delle autorità austriache) i problemi che nascevano a seguito dell'emancipazione e dalla riforma dell'ebraismo in ambito tedesco, sull'opportunità di conservare o meno l'adozione esclusiva dell'ebraico sia nei riti che nei sussidi didattici destinati all'educazione degli ebrei.
Gli "Aspetti umanitari e scientifici nell'attività professionale dei medici ebrei di Trieste" costituiscono l'argomento del contributo di Loris Premuda che evidenzia l'apporto di ebrei triestini al progresso della medicina, soprattutto nel campo della pediatria.
Segno di questa particolare epoca è anche il Tempio Grande, realizzato su progetto degli architetti Balam padre e figlio, che ebbe il compito di sostituire i precedenti luoghi di culto di rito askenazita e sefardita, divenuti o troppo angusti o non abbastanza rappresentativi. Ce ne parla Lorella Fiorot ne "Il Tempio israelitico di Trieste 1903-1912". Il problema dell'"assenza di un preciso riferimento stilistico capace di connotare la costruzione di templi israelitici" tanto sentito a quell'epoca, è stato risolto, a Trieste come altrove, col ricorso al monumentalismo eclettico; qui si sono ottenuti risultati migliori che altrove, forse, dato che all'adozione di uno stile moresco di maniera si è preferito il ricorso a citazioni più colte e sofisticate e si è riusciti a far svolgere un ruolo suggestivo alla composizione spaziale.
Sempre in ambito culturale, ebrei triestini del tempo si distinsero, per fare solo alcuni esempi, per la loro bibliofilia (vedi "Salvatore Sabbadini: la biblioteca recuperata" di Claudia Morgan), per la cultura letteraria e l'attività giornalistica ("Lettere, studi e letture di Ebrei triestini dell'Ottocento" di Giancarlo Lancellotti e "L'immagine della donna nella narrativa femminile ebraica: Haydèe, Rina Del Prado, Elody Oblath" di Ilona Fried), per l'amore per il teatro ("L'impresario teatrale: Rodolfo Ullmann e il teatro Filodrammatico" di Paolo Quazzolo), per la cultura musicale ("Cultura musicale ebraica nei fondi del Civico Museo Teatrale C.Schmidl di Trieste" di Margherita Canale Degrassi), per la perizia nella nascente arte fotografica ("La perfetta illusione. ottici, fotografi, 'cinematografisti' di Wendy D'Ercole e Cristina D'Osualdo).
Ma soprattutto, all'inizio del nostro secolo, Trieste fu la porta attraverso la quale la psicanalisi fece il suo ingresso in Italia, come ci ricorda Silvio G.Cusin nel suo saggio "La psicanalisi a Trieste" incentrato sull'attività divulgativa e terapeutica di Edoardo Weiss.
La terza sezione del volume riguarda le "Miniere di carbone di famiglie ebraiche nel Carso" (la mostra omonima è stata ospitata nel Civico Museo di Storia Naturale). A questo proposito, il catalogo riporta il saggio di Ruggero Calligari dal titolo "Le miniere di carbone del Carso Triestino": a dare il via agli scavi delle miniere di carbone nella zona di Lipizza furono, alla fine del Settecento, alcuni industriali ebrei che avevano bisogno di carbone per alimentare le caldaie dei loro zuccherifici.
La quarta sezione è dedicata agli "Artisti triestini di origine ebraica", corredo della mostra che era stata allestita presso il Civico Museo Revoltella; tale sezione si giova in particolar modo dell'ottima qualità editoriale del catalogo.
Sono stati selezionati sei pittori triestini di origine ebraica: Isidoro Isaac Moise Grunhut, Arturo Rietti (presentati da Luca Geroni), Gino Parin - al secolo Federico Pollack , Giorgio Settala - al secolo Giorgio Hirsch (presentati da Susanna Gregorat), Vittorio Bolaffio e Arturo Nathan (presentati da Fiorenza De Vecchi). Costoro avevano fatto parte di un elenco, inviato con una lettera che il 9 luglio 1942 il Comune di Trieste aveva indirizzato al Museo Revoltella per certificarne l'appartenenza alla "razza ebraica", "giustificando" con ciò, probabilmente, il divieto di esporre i loro quadri. Ebbero tutti una solida formazione accademica a carattere internazionale. Grunhut, Rietti e Bolaffio testimoniano un solido legame sia con l'arte italiana a loro contemporanea (nella fattispecie, con l'opera di Giovanni Fattori, di cui sia il secondo che il terzo furono allievi, e con la Scapigliatura) che con l'impressionismo francese (soprattutto il secondo); Parin sembra ispirarsi piuttosto a Klimt, Boldrini e Degas, mentre Settala mi ricorda più direttamente l'arte francese tardo-impressionista (e nella fattispecie Pisarro). Alla psicanalisi - che praticò con lo stesso Edoardo Weiss - Nathan deve il carattere onirico e spirituale delle sue opere, che più che metafisiche, appaiono di ispirazione simbolistico-surrealista.
La seconda sezione del catalogo ha per titolo "L'ebraismo di Svevo" e si riferisce alla mostra omonima, che si è potuta visitare presso la Biblioteca Civica. Ne fa parte il saggio di Cristina Benussi "La memoria di Aron. Un'interpretazione di Svevo" di cui mi permetto di segnalare agli studiosi del tema soprattutto (ma non solo, naturalmente) la bibliografia. Qui vengono ripercorsi e discussi i riferimenti che sinora gli studiosi hanno rintracciato nell'opera di Svevo (al secolo Aron Ettore Schmitz) circa le sue origini ebraiche e il suo rapporto tormentato con la religione ebraica, abbandonata per complesse ragioni personali, ma mai misconosciuta.
L'ho lasciata per ultima, perché vorrei farne la conclusione logica di questo mio lavoro, assumendo la vicenda biografica di Svevo come paradigma della complessità quasi paradossale in cui poteva venirsi a trovare a quei tempi un ebreo e, a maggior ragione, un ebreo triestino.
In una città in cui si era favorito in ogni modo l'afflusso di ebrei, poteva capitare, come a Svevo, di venir rifiutati a un colloquio di lavoro perché israeliti. Si poteva essere brillanti imprenditori e intellettuali raffinatissimi e trarre linfa, per l'una e l'altra cosa, dalle tante lingue e culture che a Trieste si intrecciavano (è noto che Svevo iniziò a prendere lezioni di inglese da Joyce perché ne aveva bisogno per condurre i suoi affari). Poteva capitare di essere contemporaneamente cittadini austriaci (come Svevo, che divenne italiano solo nel 1918; durante la guerra la sua cittadinanza austriaca consentì la sopravvivenza della ditta del suocero, fuggito in Italia perché "regnicolo") e irredentisti (Svevo partecipò a una campagna di stampa dell'"Indipendente" contro la minaccia di chiusura, da parte austriaca, del portofranco e contribuì a difendere, con altri giornalisti, quasi esclusivamente ebrei, il giornale dalla censura che ne derivò).
Sono note le circostanze della sua conversione al cattolicesimo: nel 1896 aveva sposato Livia Veneziani, sua cucina di secondo grado, cattolica (uno zio materno di Svevo, Giuseppe, aveva sposato Fanny, madre di Olga, madre di Livia; tale matrimonio, misto, era stato per anni disconosciuto dal Vescovado di Trieste, e fu necessaria una battaglia legale di trent'anni per renderlo legalmente valido). Ritenendo la moglie in pericolo di vita, alle soglie del parto della loro unica figlia Letizia, Svevo si fece battezzare. Spunta qua e là, tra le pieghe dei rari riferimenti autobiografici ad opera dello scrittore riportati dalla Benussi, che suoceri, moglie e figlia (nonché il futuro genero) vivevano con un certo imbarazzo la sua ebraicità. Egli reagiva a tutto ciò con profonda e tagliente ironia, poiché non doveva sfuggirgli il tragico paradosso che l'assimilazione ebraica non aveva debellato affatto l'antisemitismo, anzi l'aveva trasformato, rinfocolandolo.
Morì nel 1926, prima della promulgazione delle leggi razziali; l'8 settembre 1938 il suo busto, collocato nel Giardino pubblico di Trieste, venne divelto, gettato a terra e sfregiato con scritte antisemite.
Il destino, che aveva fatto della sua vita un eterno paradosso iniziò, a questo punto, a giocare anche con le sue ariane consanguinee: "Dopo l'applicazione delle leggi razziali anche Livia, la moglie per la quale Ettore si era fatto cattolico, dovette dimostrare di essere ebrea solo per una parte (37%)" ci ricorda Cristina Benussi: "dopo aver prodotto una serie impressionante di perizie, ricevette una risposta che invece la inchiodava". Ma era oramai prossima la caduta di Mussolini e Livia e sua figlia Letizia, fuggendo in campagna, riuscirono a salvarsi.
Queste ultime righe ci fanno intravedere che anche la "belle époque" triestina, come tutte le cose belle, ha avuto una fine. Rispettiamo l'impostazione che gli ideatori delle mostre e i curatori del catalogo hanno dato alla manifestazione "Shalom Trieste" e restiamo, con loro, sospesi in questa parentesi storica di ottimismo e positività.
Ma per chi avesse la curiosità di conoscere il seguito della vicenda storica della comunità ebraica triestina, rimando - oltre che, naturalmente, alla Storia - a un articolo che ho letto tanti anni fa e che ha lasciato dentro di me un'impronta indelebile: mi riferisco all'accorato "Trieste 1938-1945" di Gemma Volli, contenuto in "Quaderni del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea - Gli ebrei in Italia durante il fascismo, n.3" del novembre 1963, pagg. 38-50.