martedì 6 febbraio 2007

L’Ebraismo e la Psicologia analitica – Rivelazione teologica e rivelazione psicologica

Nella sua ricerca di una ricostruzione il più possibile psicologico-scientifica della religiosità, Jung era arrivato a concepire l’esperienza religiosa come “esperienza soggettiva del divino”. Quest’ultimo, sosteneva Jung in Psicologica e Religione del 1940, è definibile come una sorta di energia che afferra e domina il soggetto umano indipendentemente dalla sua volontà; è una proiezione dell’inconscio che può avere una valenza negativa (incoerenza distruttrice dell’aspetto demoniaco del divino) e una valenza positiva, quando il progetto divino è percepito come coerente alla realizzazione del Sé (che rappresenta l’aspetto logico, “dicibile”, intelligibile del divino). Ovviamente, dobbiamo presupporre l’esistenza di un soggetto umano e filosofico, ossia di una interiorità individuale e strutturata, che può essere attraversato da turbe ma ha comunque in sé la capacità di guarire, ossia di ritrovare il bandolo della propria matassa. È una concezione che potremmo definire ottimistico-positivistica, cosa che del resto a Jung andrebbe benissimo.
Il soggetto è una unità (è uno come Dio è Uno) che può ritrovarsi scissa in talune fasi del suo percorso, e che può trovare sollievo solo se ripercorre il cammino fino alla propria unità originaria. In considerazione di questo, lo psicanalista ferrarese Gianfranco Tedeschi, nella sua raccolta di saggi brevi dal titolo L’Ebraismo e la Psicologia analitica – Rivelazione teologica e rivelazione psicologica - edito da Giuntina nel 2000 - può porre un parallelo tra la psicologia junghiana (che dall’io scisso torna all’io uno) e il concetto ebraico della divinità. Al momento della sua formazione, il pensiero religioso ebraico si differenzia da quello dei popoli con i quali coabitava per essere l’unico a tenere al suo centro un Dio Unico e irrappresentabile, mentre tutti gli altri avevano tante divinità, per ogni aspetto della realtà, visibile e invisibile, dall’aspetto non solo umano, ma anche animale.
Tedeschi ci dà la seguente spiegazione delle premesse che muovono i suoi studi: “La psicologia analitica studia i corrispettivi psichici dei processi religiosi e le sue ricerche offrono una strada assai fertile per un approfondimento dell’ebraismo nel suo significato religioso, esistenziale. Secondo il mio modo d’intendere, la psicologia analitica ci permette di accedere alla parte profonda, divina della personalità, quella che Jung chiama l’archetipo del Sé, e d’interpretare i suoi contenuti come l’aspetto interiore della rivelazione, il corrispettivo psichico della rivelazione esterna, teologica, due momenti contemporanei della stessa Realtà". L’ebreo è esortato ad essere “santo” (chadosh) come “Santo è il Signore”. In questo senso, simile a Lui. A questo, Tedeschi riallaccia il concetto di “individuazione” junghiana, ossia quel processo che dall’io scisso, appunto, ci porta all’io uno, conciliato. Insieme a Jung, suggerisce che tale conciliazione non possa avvenire se non tramite l’esperienza religiosa, ossia tramite il riconoscimento che l’io deve diventare lo strumento di realizzazione del Sé, ossia della sua stessa oggettivazione come parte di un’unica sostanza archetipica religiosa che lo sovrasta e lo contiene e senza la quale non può relizzarsi, non può essere veramente se stesso. Ciò ha lo scopo di condurre l’io fuori dalla nevrosi: “l’archetipo del Sé, proiettato nei cieli, è allora rientrato nell’inconscio da cui proviene” afferma Tedeschi: la vocazione junghiana è quindi la realizzazione dell’archetipo del Sé come mito fondante, ossia quell’innata tendenza all’autorealizzazione conscia della personalità, che non va repressa: “Ogni paziente è, psicologicamente parlando, un pagano che chiede di diventare monoteista” afferma Tedeschi.
Quindi, per uscire dalla nevrosi occorre accettare una quota di alienazione: l’archetipo del Sé è un fattore sia interno che esterno alla psiche, la cui attivazione guida l’uomo alla realizzazione della propria completezza, legata alla propria individualità e peculiarità: “l’io non è il centro motore della personalità, ma lo strumento per la realizzazione conscia del Sé”. Una sorta di rivoluzione copernicana che conduca fuori dall’egotismo, un’alienazione controllata che eviti l’alienazione nevrotica.
Non a caso, infatti, Tedeschi ricorda che Jung “definisce la nevrosi come l’ira di Dio che si abbatte su chi si è allontanato dal Sé e la guarigione consiste nel ritorno ad esso”. Per Jung come per il religioso, il senso della vita è la realizzazione conscia del Sé. Ma l’archetipo del Sé non è una fonte di dogmi, quanto una profonda aspirazione, lo scopo di una ricerca che ha come fine il benessere psichico. L’importante è che l’uomo (non solo il singolo, ma l’umanità intera) abbia la sensazione di dialogare con Dio e di collaborare con Lui al completamento della Creazione. A questo stesso fine è rivolto l’Ebraismo: “Nel mito (mito secondo Jung) ebraico sono presenti, in modo più marcato, i temi delle sequenze psichiche dell’attivazione del Sé, profondamente radicato nella struttura costituzionale della personalità dell’ebreo, dominante sulle altre strutture archetipiche. L’ebreo sente che Dio è una grande parte della propria anima: realizzare la propria qualità divina significa integrare Dio in ogni atto della propria quotidianità, riempire, come dice Buber, gli spazi interpersonali con il cemento divino fino a che vi sarà un’unica massa, un solo blocco, e questa sarà l’era messianica.”

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