Dal giorni in cui, sfogliando per caso una vecchia rivista di medicina, si è imbattuto in uno stupefacente articolo intitolato "Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù," Luigi Guarnieri è stato catturato dal fascino allucinatorio di quel tragico e generoso “Don Chisciotte della scienza, vera figura di culto, che potrebbe essere definita ‘il peggiore scienziato del mondo’” che è stato Cesare Lombroso.
E Gualtieri, giustamente, nel suo "L'atlante criminale - vita scriteriata di Cesare Lombroso", uscito per i tipi di Arnoldo Mondadori nel 2000, essendo un culture di letteratura e di cinema, non si è posto il compito di dimostrare se quella praticata da Lombroso sia stata o meno una pre-scienza (se non una pseudo-scienza), ma ha subito il fascino del pensiero pradossale, surreale, proiettivo di questo medico che pure godette, in vita, sebbene a fasi alterne, di fama e fortuna.
Nato a Verona il 6 novembre 1835 da Aronne e Zefora Levi. Lombroso era imparentato, attraverso la madre, con Davide Levi, piemontese di Chieri, membro della Giovine Italia e ispiratore, con Giuseppe Mazzini (a quel tempo esule a Parigi) dell’infausta spedizione di Fratelli Bandiera (1841). Era stato educato alle lettere classiche e da giovane sperimentava composizioni letterarie e poetiche. Poi, a 15 anni l’incontro fatale con il medico Paolo Marzolo, di 14 anni più vecchio di lui, che chiese di incontrarlo dopo aver letto un suo articolo e lo convinse a studiare medicina. Lombroso si iscrisse prima all’Università di Pavia, poi passò a Padova, poi a Vienna, poi di nuovo a Pavia. Qui iniziò la sua battaglia scientifica contro l’alienazione mentale più comune nel Lombardo Veneto: il cretinismo, ma non gli riuscì di capire né l’origine né a trovarne la cura. Fortunatamente, la Patria chiamava e Lombroso desiderava dare il suo contributo alle guerre di liberazione dell’Italia dall’Austria. Scappò in Svizzera e da qui si recò in Piemonte, raggiungendo la famiglia della madre. Ben presto gli si offrì un vasto campo di studio e di osservazione medica: nel 1959 presentò domanda di ammissione nell’esercito e venne nominato medico aggiunto nel Corpo Sanitario Militare Piemontese. Qui ebbe agio di misurare crani, membra e tutto il resto, allenando al contempo la vista fino a “distinguere a colpo d’occhio un milite lombardo da uno veneto o da un toscano”.
Nel 1863 prese parte alle spedizioni contro il brigantaggio in Calabria. Questa esperienza fu descritta nel volume Tre mesi in Calabria in cui, con dovizia di ambigue annotazioni antropologiche, Lombroso ebbe modo di descrivere quelle “terre primitive, imo dell’igiene e della medicina, abitate da uomini rozzi, incolti, in parte greci in parte albanesi fieri e indomiti, che vestono ancora alla foggia dell’Epiro”.
Al ritorno a Pavia, iniziò la sua esperienza ospedaliera con gli alienati mentali. Risale a questi anni il suo monumentale work in progress, Genio e follia. Per nulla scoraggiato dai primi insuccessi scientifici, lasciò l’esercito per la carriera universitaria. Qui incorse nella prima vera disavventura, quando il suo saggio Medicina legale nelle alienazioni mentali studiata col metodo sperimentale venne accolto con scherno: il suo metodo “rivoluzionario”, che consiste nell’adottare il peso del demente come mezzo diagnostico e prognostico, gli frutta il nomignolo di “medico della stadera”.
Dopo un breve rientro nell’esercito all’epoca delle disfatte di Custoza e Lissa, Lombroso inizia la sua guerra senza quartiere contro la pellagra: ne individua la causa nel consumo alimentare di mais guasto e non c’è limite ai tentativi da lui messi in atto negli anni per dimostrare la validità della sua ipotesi, che suscitava tuttavia l’avversione, gelosa, del mondo accademico. Il suo travaglio è riportato dalla Treccani, alla voce: pellagra: “Il più costante ed efficace seguace del tossicozeismo fu Cesare Lombroso, che, nel 1869, presentava … i suoi studi Studi clinici e sperimentali sulla natura, causa e terapia della pellagra e continuò indefessamente con ricerche sperimentali, pubblicazioni di propaganda a lottare perché lo stato traducesse in legge i provvedimenti profilattici e curativi che egli aveva esposto nel Trattato della pellagra nel 1892”. E in effetti, alcuni dei suoi suggerimenti furono inclusi nelle leggi sanitarie ad hoc, varate nel 1902. Ma la più grande sconfitta della vita scientifica lombrosiana è stata, come noto, l’impossibilità di riuscire a individuare le cause organiche della follia, dell’alienazione e della delinquenza. Gli anni passati a curare e osservare i malati mentali a Pesaro ( e a sezionarne minuziosamente i cadaveri in esami autoptici accuratissimi), lo studio di episodi criminali ripetuti, nulla riuscì a smuoverlo dalla sua convinzione che da qualche parte, in qualche recesso delle volute cerebrali, doveva esserci il segno organico che permettesse alla giustizia di bollare un pazzo per tale (e mandarlo al manicomio) e un criminale come tale (e mandarlo in galera). Chi violava la legge aveva già violato la natura, secondo Lombroso. E L’Uomo delinquente (“una delle poche opere davvero massimaliste, incontinenti, ingombranti della letteratura italiana”) è un “immenso archivio del crimine, un’antologia completa del delitto, una miniera inesauribile di passioni, misteri, storie – una più inconsulta e fragorosa e ridicola e agghiacciante e vera dell’altra”. Perché? Anche questo ci spiega, nel suo intelligentissimo libro, Guarnieri: “Romanticamente affascinato dall’anormale, dall’orrido, dall’abnorme, dal lato tenebroso dell’esistenza non meno dei giovani scrittori scapigliati suoi contemporanei, Lombroso si sforza senza successo di razionalizzare l’incubo inquadrandolo in una serie infinita di casi patologici secondo gli schemi pseudoscientifici del positivismo, all’interno del quale si colloca comunque in una posizione estremistica”. Nessuno degli assunti più insostenibili viene tralasciato dalla sua indagine, né lo scoraggiano critiche feroci, dispetti, umiliazioni, che non gli vengono certo risparmiati. Qualunque scienziato si sarebbe arreso. Ma un poeta grafomane, mai.
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