Yasunari Kawabata nacque l’11 giugno 1899 a Osaka. Dopo un anno e mezzo, il padre morì di tubercolosi. Nel 1902 la stessa malattia lo privò della madre. “Non so neanche a che età siete scomparsi”, scrisse Kawabata nelle Lettere ai genitori, che terminano tutte con la frase rituale “Riposate in pace, voi che moriste senza lasciare al vostro unico figlio alcun mezzo di ricordarsi di voi”. Del padre infatti poté conservare soltanto poche foto che finì per perdere. Della madre, nulla. Non trovò conforto neanche nei ricordi altrui, perché, come scrisse nelle Lettere: “Provavo un disgusto quasi isterico quando ero costretto ad ascoltare gli altri parlarmi di voi.”
Fu raccolto, insieme alla sorella, dai nonni. Ma la nonna morì nel 1906, nel 1909 fu la volta della sorella e nel 1914 del nonno. A quindici anni, Yasunari Kawabata era completamente solo al mondo. Il nonno era stato un piccolo notabile, ma non aveva saputo amministrare i suoi beni e aveva perso tutto. Era cieco. Kawabata ha lasciato, delle serate trascorse col nonno, dei raggelanti racconti in Diario del mio sedicesimo anno: “La sera, in casa, non si sentivano che il rumore dell’orologio e quello della scia luminosa della lampada a olio”. Kawabata entrò allora come interno in un collegio di Ibaragi. Raccontò, nell’Adolescente, della sua gioia più grande, quella di dormire abbracciato a Kiyono, “il mio amore omosessuale”, come lo definì. Nel 1918 si trovava a Tokyo, per proseguire gli studi. Per riprendersi da una delusione d’amore, la rottura del fidanzamento con una fanciulla che nei suoi libri chiamerà Michico e che, per sottrarsi al suo sguardo indagatore, era solita alzare il braccio per coprirsi il volto, si recò, nello stesso anno, sull’Isola di Izu. Qui incontrò una troupe di attori ambulanti e rimase sedotto dalla grazia di una ballerina. Il racconto di tale visione lo rese celebre sin dalla pubblicazione, nel 1927. Si trattava di La ballerina di Izu, da cui sono stati tratti sei film. Il protagonista, un giovane, scorgendo la ballerina che si bagna, si accorge che è ancora una bambina: “Sentii scorrere nel mio cuore dell’acqua fresca e, sospirando profondamente dal sollievo, sorrisi appena.” Ben più intrigante, uno scritto della stessa epoca, ispirato dallo stesso luogo, Le cameriere d’albergo, che descrive figure ben più concrete, quasi triviali, sensuali, toccanti, che si confrontano con l’egoismo e la brutalità degli uomini. Forse, uno dei pochi scritti di Kawabata in cui la vita appare più forte della morte.
Protagonista di Il paese delle nevi (1948) è un uomo maturo. appassionato di balletto classico occidentale. Ogni inverno trascorre un lungo periodo in una stazione termale montana, dove conosce Komako, una geisha con cui intreccia una storia d’amore che via via si trasforma in un conflitto distruttivo. Nel 1952 vide la luce uno dei capolavori di Kawabata, Mille gru, che gravita tutto intorno alla cerimonia del tè, mezzo che consente di accedere a un mondo fantastico di sensazioni pure. I motivi sensuali già presenti in questa opera si fanno più evidenti in La casa delle belle addormentate, del 1961: l’anziano Eguchi si reca più volte in un inconsueto postribolo, destinato agli anziani: costoro passano le notte con giovanissime donne, tenute sotto l’effetto di un potente narcotico. Gli anziani non possono né svegliarle, né comportarsi in modo indecoroso. Eguchi è tentato di infrangere le regole, ma poi comprende che il fascino di quell’esperienza è tutto nel tabù. Le sue serate scorrono dunque nella contemplazione dei corpi delle dormienti la cui vista suscita in lui innumerevoli ricordi: ”Ricordò d’un tratto un bacio di oltre quarant’anni innanzi. In piedi davanti a una ragazza, con le mani appena posate sulle sue spalle, Eguchi aveva avvicinato le sue alla labbra di lei”. Nella novella di sapore surrealista, Il braccio, del 1963, si racconta ci una donna che in pegno d’amore dona al suo innamorato un suo braccio per una notte. Tra le ultime opere, il romanzo Koto, del 1992, narra di un disegnatore di chimono, Takichiro che con la moglie adotta una trovatella. Qualche anno più tardi la ragazza incontra una giovane operaia e scopre di esserne la sorella. Se, da una parte, la narrazione si sofferma sull’animo dei personaggi dall’altra sembra lanciare un monito contro l’americanizzazione del Giappone.
Nel 1968 Kawabata fu insignito del Premio Nobel per la letteratura. Il 14 aprile 1972, dopo aver subito un’operazione chirurgica, si tolse la vita.
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