martedì 6 febbraio 2007

Cabbalà e Alchimia

Cabbalà e Alchimia hanno seguito un cammino parallelo, seguendo uno stesso percorso spirituale. Si sono separate là dove il loro percorso sublimante-speculativo si è risolto nella manipolazione finalizzata e utilitaristica della materia. Ma inizialmente erano entrambe strumenti di una forma iniziatica di conoscenza che cercava di illuminare la via per una sapienza trascendere. Il processo alchemico vero (e cioè non quello che attiene alla manipolazione della materia) è lungo e complesso quanto il percorso dell’autocoscienza; è una lunga via per l’individuazione, intesa come la costruzione dialogica, non dialettica, che si svolge all’interno dell’individuo, tra le sue componenti interne, tra lui e la realtà, tra lui e il divino.
È questo il tema centrale di Cabbalà e Alchimia – Saggio sugli archetipi comuni di Arturo Schwart, edito da Giuntina.
I primordi dell’Alchimia si possono far risalire agli albori della civiltà. L’"Arte Regia" si diffuse in Occidente dall’India e dalla Cina attraverso l’Egitto ellenizzato, all’inizio dell’era volgare. La degradazione dell’Alchimia a rango di pseudo-scienza, con la fissazione di obiettivi pseudo-pratici (in Oriente era la ricerca dell’Elisir di lunga vita, in Occidente la ricerca della Pietra filosofale, come mezzo di trasmutazione del piombo in oro) ha avuto inizio durante il medioevo. Originariamente, invece, essa consisteva nella ricerca di una conoscenza spirituale la cui fase operativa, in laboratorio, era soltanto un pretesto per esercitare la mente. Mediante la conoscenza della materia si perseguiva, in effetti, la conoscenza di sé.
Il mondo degli alchimisti ebrei era caratterizzato proprio dal loro considerare l’alchimia pratica come una specializzazione strettamente intrecciata all’osservanza religiosa. Lo storico Marcelin Berthelot – autore di opere sull’alchimia ellenistica e medievale – è stato probabilmente il primo a mettere in risalto la centralità della letteratura biblica nei primi scritti alchemici. Sia gli alchimisti ellenistici che quelli medievali attribuivano abilità alchemica ai personaggi della Bibbia e significato alchemico ai passi biblici.
Cabbalà e Alchimia furono, insomma, strumenti di una forma iniziatica di conoscenza che cercava di illuminare la via per una sapienza implicante la liberazione dalle contingenze e dalle contraddizioni della vita. Lo stesso concetto espresso dai greci con l’iscrizione del tempio di Apollo a Delfi "gnoti seauton" – conosci te stesso - è espressa nel Talmud con le parole di Rabbi Hisdà "Un sogno non interpretato è come una lettera che non è stata letta". Da qui, si passa a considerare l’opera alchemica come mezzo di progresso culturale e sociale; Abraham Eleazar scrive, in un testo edito nel XVIII secolo: "Impara e comincia a lavorare, perché i tuoi fratelli poveri siano redenti dalla paura…"
La correlazione tra Cabbalà e Alchimia si poggia su quattro modelli fondamentali di pensiero: del primo abbiamo già detto, ed è la pulsione alla conoscenza di sé. Il secondo è affrontato da Schwarz nel terzo capitolo del volume, e può essere riassunto nel motto "Nell’uno è il tutto", in cui si riassume la fondamentale unità dell’Universo. L’individuo è legato all’Universo da una relazione armonica di interdipendenza e interazione. A livello umano, l’unità del tutto implica che, psichicamente, l’individuo è un essere umano completo, cioè sia maschile che femminile (il sesso biologico di ognuno, dunque, non è altro che la predominanza di un principio sull’altro). A livello psicologico, la frattura causata dalla divisione del sé guarisce se e quando in esso viene raggiunta l’integrazione dialettica del maschile e del femminile.
Il terzo principio fondamentale del pensiero cabbalistico e alchemico, affrontato al capitolo quarto, è riassunto nel concetto di "non-dualità della dualità", per cui i due poli di una polarità sono in un rapporto di complementarità e non di conflittuale opposizione. La base di questa complementarità è la polarità congiunta maschile/femminile, che diventa il modello di tutte le altre finte opposizioni: caldo/freddo, giorno/notte, vita/morte, gioia/dolore, eccetera.
L’unione dei due principi cosmici di maschile e femminile (Padre cielo e Madre terra) dà vita all’Universo e quindi la dialettica che li unisce non può essere di opposizione perché altrimenti essi si negherebbero, si eliderebbero a vicenda.
Cogliendo la complementarità di maschio e femmina, i cabbalisti e gli alchimisti hanno anticipato le scoperte della psicologia analitica: la natura umana è bisessuale (nel primo capitolo della Genesi è scritto "Dio creò l’uomo a sua immagine … maschio e femmina lo creò"). L’individuo o ne è inconsapevole o rimuove tale consapevolezza. L’antico mito del dio androgino è la metafora esoterica del bisogno di ricostruire l’unità della personalità divisa. Il termine che Jung ha usato in proposito è in-dividuazione, nel senso si annullamento della divisione: ciò che – nel corso del processo di tale in-dividuazione – la persona diventa consapevole è la natura androgina della propria psiche. L’Animus (il principio maschile nella donna) e Anima (il principio femminile nell’uomo) sono due spetti dello stesso essere la cui essenza è data dall’inclusione della differenza nell’identità.
Da ciò discende il quarto modello fondamentale del pensiero cabbalistico e alchemico che considera l’amore strumento di conoscenza, oggetto del sesto capitolo. In quanto strumento di conoscenza, l’amore è anche strumento di trasformazione della vita e del mondo. Come già detto, trasformare la vita e/o l’individuo è possibile soltanto grazie alla conoscenza di sé. Ciò ci riporta di nuovo al concetto cardine di Cabbalà e Alchimia: la trasformazione o trasmutazione della materia altro non è che la metafora della trasformazione o trasmutazione dell’uomo attraverso la consapevolezza raggiunta dall’illuminato, che conosce per trasmutare e, attraverso l’amore, raggiunge la perfezione, simboleggiata dall’androginia.
Questo pensiero circolare e dialogico, che tendeva a unire e ad assorbire gli opposti, è stato sostituito con il postulato dell’estraneità tra Creatore e creatura e con l’affermazione del principio di causalità, che ha subordinato l’effetto alla causa negando la visione olistica del pensiero cabbalistico e alchemico.
Nell’approccio scientifico non resta spazio per l’illuminazione, che è sempre il risultato della conciliazione realizzata tra Teoria e Prassi, tra Pensiero e Azione.

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