martedì 6 febbraio 2007

Gli ebrei e la Romagna

La presenza ebraica in Emilia-Romagna è documentata sin dal medio Evo. Rimini, Ferrara, Lugo e successivamente altri centri hanno ospitato nuclei di ebrei la cui storia ha seguito una linea di sviluppo comune: l’espulsione decretata dalle bolle papali nel Cinquecento, la segregazione nei ghetti, la reintegrazione da parte della Francia giacobina e napoleonica, la libertà definitiva conquistata con il Regno d’Italia, l’avvento del fascismo e le leggi razziali, la deportazione, i campi di concentramento.
Il volume dal titolo Le Comunità ebraiche a Modena e a Carpi – dal medioevo all’età contemporanea, edito dalla Giuntina e curato da Franco Bonilauri e Vincenza Maugeri, si ripropone appunto di ripercorrere alcuni temi della storia delle comunità ebraiche di Modena e Carpi con testimonianze e documenti d’archivio che compongono gli atti di un convengo sullo stesso tema svoltosi a Modena e a Carpi nel maggio del 1997.
Nella conferenza dal titolo La relazione cristiano-ebraica nelle città emiliane fra basso medioevo e prima età moderna, Maria Giuseppina Mazzarelli coglie nella storia delle piccole comunità ebraiche chiamate dai Comuni a svolgere attività feneratizia e nella loro relazione con la maggioranza cristiana “un elemento rivelatore delle diversità sia dei modelli economici sia dei più generali progetti politici propri allo Stato della Chiesa e alle Signorie dell’Italia centrale e settentrionale”. Due concezioni economiche si fronteggiarono e si susseguirono: una più liberista, che voleva incrementare la capacità economica di una classe sociale che sarebbe divenuta poi la borghesia e che si giovava del prestito ebraico, l’altra più centralista che aveva necessità di controllare essa stessa il prestito e quindi decise di liberarsi della concorrenza ebraica. In ogni caso, nei territori non soggetti all’autorità papale (che nel 1555 istituì i ghetti e decretò la progressiva concentrazione degli ebrei nelle sole città di Roma e Ancona) le relazioni tra ebrei e cristiani furono diversificate, ed ebbero diversi sviluppi a seconda delle situazioni economiche dei diversi comuni nelle varie epoche della loro storia. Dai territori soggetti all’autorità papale gli ebrei vennero, come noto, progressivamente espulsi. Dice la Muzzarelli “l’espulsione è stata una forma di protezionismo anche economico ma soprattutto culturale: un’ammissione di incapacità a reggere una contraddizione alle volte forse lacerante ma complessivamente vitale”. Ma non erano quelli tempi in cui si potesse coesistere con la diversità. Lo dimostra più di ogni altro esempio, il saggio Il reimpiego dei manoscritti ebraici. I frammenti ebraici scoperti presso l’archivio storico comunale di Modena e il loro contributo allo studio del giudaismo. Ai tempi dell’Inquisizione post-tridentina, iniziò una fervente attività di sequestro e distruzione dei testi ebraici. A Modena questa ha assunto un aspetto peculiare: i testi ebraici su pergamena, smembrati e in parte cancellati, vennero usati sistematicamente per fare da copertina ai registri parrocchiali: “la quantità di fogli e bifogli di manoscritti ebraici medievali riciclati rinvenuta negli archivi modenesi è davvero impressionante e, con i suoi circa 3.000 frammenti finora censiti, costituisce il più grande giacimento di questo genere che si conosca al mondo”.
Tra i saggi che riguardano al storia più recente, I ragazzi di Villa Emma a Nonantola di Klaus Voigt racconta di un gruppo di ragazze e ragazzi ebrei, fuggiti dalle persecuzioni nella Germania nazista e nella Croazia degli ustascia, che fu ospitato dal settembre 1942 al settembre del 1943 nella cittadina emiliana. Malgrado la politica ufficiale del governo fascista, i ragazzi di Villa Emma mantennero dei buoni rapporti con la popolazione locale anzi, “l’aiuto spontaneo che ricevettero dalla popolazione di Nonantola fu determinante e permise loro … di rifugiarsi in Svizzera”.

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